Se ci mettiamo a pensare ai grandi film e documentari a tema sportivo è molto probabile che il primo esempio che ci viene in mente avrà come protagonisti atleti di genere maschile. Da Ogni maledetta domenica passando per The Glory Road e Coach Carter, l’invisibilità delle atlete, storicamente, passa anche attraverso una totale mancanza di storie e narrazioni che ne ritraggano le gesta e il coraggio. Come conseguenza principale, l’immaginario sullo sport femminile è rimasto fino ad ora abbastanza scarno impedendo alle giovani generazioni di crearsi le proprie leggende, un percorso e dei valori in cui riconoscersi. Come ci ha spiegato molto bene lo storico dello sport Marco Giani in una recente intervista il calcio femminile italiano, ad esempio, è uno sport senza storia.
Negli ultimi anni però non si può negare che molte attività sportive praticate dalle donne e considerate tradizionalmente maschili come il calcio o la pallacanestro sono diventate sempre più visibili e popolari, abbattendo parecchi record soprattutto in fatto di pubblico presente negli stadi e davanti alla tv. Solo per fare un esempio, grazie anche all’ampliamento del campionato da 24 a 32 squadre, le persone accolte negli stadi durante il torneo hanno raggiunto la cifra straordinaria di ben 1.978.274 spettatori e spettatrici. Il settore cinematografico e le stesse federazioni si sono dovute adattare a questo trend, sfornando di recente tanti documentari, serie tv e film che sapessero raccontare la vita delle atlete da molte prospettive diverse.
Uno dei “filoni” più interessanti è sicuramente legato ai documentari sul tema del calcio femminile che raccontano, attraverso la voce delle protagoniste, le loro esperienze, i loro percorsi di vita e sportivi. Per quanto riguarda il nostro Paese negli ultimi quattro anni sono ben due i documentari messi in circolazione. Oltre a Sorelle d’Italia uscito in seguito all’incredibile Mondiale del 2019 quando, di fatto, la popolazione italiana si è per la prima volta resa conto che esistevano due nazionali da tifare, amare e supportare – l’anno scorso ha fatto la sua comparsa su Raiplay Azzurro Shocking. Come le donne si sono riprese il calcio. Attraverso interessanti interviste e immagini di repertorio, si ripercorre il lunghissimo viaggio delle calciatrici da un lato per il riconoscimento del professionismo e dall’altro per la femminilizzazione di uno sport considerato per tanti anni la roccaforte di virilità e mascolinità (a volte, lo possiamo dire, tossica). Le voci non sono solo quelle delle atlete presenti e passate ma anche di giornaliste, allenatrici, arbitre e commentatrici televisive che hanno dovuto sgomitare per trovare il proprio spazio e far sentire la propria voce.
Il documentario su Disney plus+ The Matildas si concentra sulla Nazionale australiana ripercorrendo la sua avventura nei due anni precedenti alla Coppa del Mondo del 2023 che si è disputata proprio in quel Paese e in Nuova Zelanda. Il documentario è veramente molto toccante (preparate i fazzoletti!) soprattutto per le scene in cui le giocatrici ricordano le difficoltà affrontate e dimostrano l’amore che provano nel giocare per la maglia della Nazionale. L’aspetto più positivo è sicuramente vedere l’affetto del pubblico che tratta le giocatrici come vere e proprie icone, quelle icone che tanto sono mancate nello sport femminile. Ragazzini e ragazzine riempiono gli stadi, chiedono gli autografi e si emozionano per la loro squadra del cuore. Tanti dei temi toccati nel documentario sono stati spesso esaminati in questa rubrica, come ad esempio il ruolo dei media. In una scena vediamo che la squadra festeggia Samantha Kerr che supera Tim Cahil nel numero di gol realizzati tra calciatori e calciatrici australiani. La reazione piccata del Telegraph non si fa aspettare pubblicando in prima pagina il commento di un ex calciatore che titola: «I gol di Kerr non sono all’altezza di quelli di Cahill». La replica della stella australiana è molto significativa vivendo la questione non come un affronto personale ma chiedendosi piuttosto: «che cosa penserà una giovane calciatrice leggendo tutto questo?»
Anche la maternità è un aspetto assai trattato durante tutte le sei puntate soprattutto in relazione allo stigma che ancora vige nel mondo professionistico. L’idea comune è che diventare madri toglierebbe competitività all’atleta impedendole di tornare a gareggiare allo stesso livello di prima. Infine, attraverso l’esperienza dell’infortunio al ginocchio di Ellie Carpenter, si parla molto dell’alta incidenza della rottura del crociato tra calciatrici, come, peraltro, avevamo fatto anche noi in un precedente articolo. Purtroppo questo bellissimo documentario non è stato doppiato in lingua italiana ma fortunatamente è possibile usufruire dell’aiuto dei sottotitoli se necessario.
Un altro documentario su squadre di calcio è Let’s Fucking Go! (disponibile su Sky) sulla discriminazione salariale nel calcio femminile negli Stati Uniti di cui ci aveva già parlato Marta Vischi. Su You Tube si trova anche la storia della lotta delle calciatrici della Nazionale spagnola contro le umiliazioni subite da Ignacio Quereda, ex loro allenatore. Il titolo è Rompere il silenzio. La lotta delle calciatrici della nazionale spagnola (traduzione della scrivente), fruibile solo in lingua spagnola, senza sottotitoli.
Il filo rosso che sembra unire queste storie è il messaggio sociale e culturale che giocatrici, allenatrici e tutte le persone coinvolte nello sport femminile vogliono veicolare. Questo obiettivo a volte però può risultare molto impegnativo e pesante perché, come affermato da Patrizia Panico in Azzurro Shocking riguardo al suo ruolo di allenatrice, «ogni volta che sbaglia un’allenatrice donna ha sbagliato tutto il genere femminile, quando sbaglia un allenatore uomo, sbaglia la persona». Tale dinamica si è palesata anche durante i Mondiali giocati in Australia e Nuova Zelanda. Le brutte prestazioni o il mancato raggiungimenti di obiettivi pronosticati, com’è capitato all’Italia o alle atlete statunitensi, non hanno attirato solamente delle critiche tecniche e tattiche (cosa assolutamente legittima) bensì sono state usate come prova a favore delle tesi dei detrattori del calcio femminile in generale. Nel nostro Paese sono stati parecchi i commenti spiacevoli sull’incapacità delle donne di giocare a calcio ed è stato messo in dubbio il fatto che le atlete si meritassero lo status di professioniste. Negli Stati Uniti, invece, le lotte sociali e culturali portate avanti dalle giocatrici in questi anni sono state prese di mira come se il riconoscimento di determinati diritti non fosse una cosa dovuta bensì legata alle ottime prestazioni e alle vittorie degli anni passati. In generale, risulta chiaro che per le donne, soprattutto in determinate discipline o sport, essere atlete non è mai solo un lavoro. Il portato sociale e culturale di cui si devono fare carico, benché molto importante per le sorti dei diritti femminili, è a volte parecchio pesante andando ad intaccare la loro serenità e le loro prestazioni. Attraverso la visione di questi documentari si palesa davanti ai nostri occhi come le atlete non godano del privilegio di potersi “riposare”, di poter quindi essere indifferenti. Se non combattono, nessuno lo farà al loro posto e dalla loro stessa lotta dipendono il loro destino e il progresso nel campo dei diritti in quanto donne e atlete.
Cambiando sport e secolo, l’assoluta chicca di quest’anno è sicuramente la serie tv (su Prime Video) Ragazze vincenti – un titolo che nella sua traduzione dall’inglese A League on Their Own tende a banalizzare una storia vera, toccante e ben trattata. La serie è il remake di un film uscito nel lontano 1992 e che racconta la vicenda di una squadra di baseball negli anni della Seconda guerra mondiale. In assenza di giocatori maschi impegnati al fronte, la Federazione americana decide di creare una lega di sole donne per intrattenere il pubblico. L’idea iniziale degli organizzatori è quella di un torneo all’acqua di rose in cui trattare le giocatrici come oggetti del desiderio di un pubblico maschile e bianco da allietare con gonne, trucco e poca competizione. Le giocatrici però con caparbietà cercheranno in tutti i modi spazi di autodeterminazione dimostrando carattere, capacità tecniche e tattiche e una profonda conoscenza del gioco. Insomma si rivelano delle vere atlete! Alle vicende sportive si intersecano anche altre questioni come quelle razziali e legate alla fortissima omofobia presente nella società americana dell’epoca. Una serie coinvolgente che sa divertire ed emozionare allo stesso tempo.
Una menzione va anche a un documentario ormai di qualche anno fa (2015) sulla pallacanestro femminile in Italia dal titolo She got game che per la prima volta troviamo disponibile nel catalogo Netflix. Il lavoro tratta temi ancora assai attuali come l’omofobia, gli stereotipi di genere e la difficoltà di attrarre le giovani verso questo sport che molti ritengono ancora troppo mascolino. Nel 2021 invece sono uscite, sempre su Netflix, tre puntate dedicate alla tennista Naomi Osaka che aveva scioccato il mondo decidendo di mettere in pausa la sua carriera di grande successo a causa di problemi di salute mentale.
Le possibilità di entrare in contatto con le storie dello sport femminile sono ormai tantissime, ora non serve altro che accendere la televisione e godersi il viaggio!
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Articolo di Camilla Valerio

Di Bolzano, ma vivo a Salerno. Gioco a basket. La mia tesi è ora un libro: The Normalization of Far-right Populism. Narratives on Migration by the Italian Minister of the Interior between 2017 and 2018. Collaboro con diverse testate e mi interesso di femminismo e sport. Combatto il patriarcato con il collettivo Lisistrata e frequento il Master in Studi e politiche di genere all’Università di Roma Tre.

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