Narratrice di razza, saggista, autrice di drammi radiofonici, traduttrice, Melania Mazzucco, Premio Strega nel 2003 con il romanzo Vita, è oggi una delle scrittrici più interessanti del panorama letterario italiano.
Il suo libro L’architettrice, uscito nel 2019 con Einaudi, è un romanzo storico ambientato nella Roma del Seicento. Protagonista una persona reale, Plautilla Bricci (o Briccia come dicevano i contemporanei, che declinavano i cognomi in base al sesso), la prima architetta, e l’unica, a quanto sappiamo, dell’epoca preindustriale.
Famosa al suo tempo, e in seguito dimenticata quasi del tutto, solo gli specialisti avevano presente il suo nome, ma ora il romanzo, che è stato apprezzato da pubblico e critica e ha avuto un buon successo, l’ha fatta conoscere al grande pubblico. A quel nome di donna Melania Mazzucco è riuscita a dare un volto e una voce, costruendo un carattere plausibile e convincente. Così oggi, tra le persone che entrano nella chiesa di San Luigi dei Francesi per ammirare le tele di Caravaggio, alcune sicuramente si ricorderanno di fermarsi anche davanti alla cappella di San Luigi, piccolo gioiello barocco disegnato, progettato e costruito proprio da Plautilla Bricci.

Prima di raccontarci la storia della sua protagonista, ricostruita attraverso un sapiente, accuratissimo lavoro di ricerca storica, l’autrice ci fornisce, nell’incipit, una affascinante chiave di lettura del personaggio, immaginando che, ancora bambina, il padre la conduca con sé a vedere i resti di un «pesce balena» spiaggiato sul litorale laziale vicino a Santa Severa. Questa esperienza a Plautilla cambia la vita, perché capisce che «le cose che non conosciamo esistono da qualche parte», come le dice suo padre, «e noi dobbiamo cercarle o crearle». Anche se non ha ancora otto anni, la piccola intuisce che quel dente di balena che il padre conserva sulla sua scrivania e che gli è tanto caro, è come una promessa. Una promessa che, alla fine della sua lunga vita, Plautilla sente di avere mantenuto, e vorrebbe poterlo dire a suo padre, la prima persona che ha creduto in lei.
Personaggio intrigante, questo Giovanni Briccio padre di Plautilla. Di origine modesta (è figlio di un materassaio genovese analfabeta, trapiantato a Roma) è riuscito a sfuggire alla vita cui era destinato e a dotarsi di un’ampia cultura. Geniale e stravagante, è pittore, scrittore, poligrafo, drammaturgo, attore, suona benissimo la chitarra e ha una limpida voce tenorile; come pittore si forma nella bottega del Cavalier D’Arpino e frequenta l’ambiente degli artisti che, come lui, vivono intorno a via del Corso. Un ambiente vivace, ma anche rissoso e turbolento. Giovanni però non ha nemici. È pacifico, allegro, vitale, ed è il primo artefice della fortuna che arriderà alla figlia. Lui le procura le prime commesse ed è sempre lui, Giovanni, a diffondere la voce che il primo lavoro importante di Plautilla, la Madonna col bambino che finirà nella chiesetta del Babuino (oggi sta sull’altare maggiore di Santa Maria in Montesanto, la chiesa degli Artisti) sia stato miracolosamente terminato dalla Madonna stessa. Un colpo di teatro del Briccio che frutta alla giovane una buona fama, e non solo come artista, perché il quadro incomincia a fare i miracoli – questa almeno è la voce che si diffonde – e nessuno può mettere in dubbio la virtù dell’autrice di un’opera miracolosa. È così che la «zitella romana» può godere di una relativa libertà, evitando di sposarsi senza dover entrare per forza in convento e vivendo del proprio lavoro.
La trovata, l’insegnamento e le relazioni paterne però, se bastano a spiegare il fatto che la giovane Plautilla diventi pittrice (non sono molte a quel tempo le donne che lavorano con colori e pennello, ma qualcun’altra c’è) non servono a capire come abbia potuto lei, una donna, ottenere delle commesse come architetta nella Roma del ‘600. Doveva avere altri appoggi che le permettessero di esprimersi in quel campo. Il personaggio chiave per la fortuna di Plautilla è, infatti, l’abate Elpidio Benedetti, un uomo che, partendo da una posizione di scarso rilievo nella curia, durante il pontificato di Clemente VIII riesce a farsi strada con il favore del nipote del papa, il cardinale Barberini, da cui viene mandato a Parigi con un incarico delicato; qui l’abate finisce per conquistare l’amicizia e la fiducia di un giovane Mazzarino e infine, dopo la morte del suo protettore, a diventare l’agente del Re Sole a Roma e il rappresentante più qualificato del partito filofrancese alla corte papale. Benedetti è intenditore e commerciante d’arte, è in contatto con tutti i maggiori artisti dell’epoca (Bernini, Borromini, Pietro da Cortona, Romanelli…) ed è egli stesso un pittore e architetto dilettante.
È l’amicizia con Elpidio a fare della “pittora” una architettrice. È lui ad affidarle la costruzione della cappella di San Luigi dei Francesi (oltre a progetti importanti e rimasti tali che Benedetti presenta come suoi), ma anche di Villa Benedetta, la grande costruzione suburbana che svetta sul Gianicolo e che assomiglia a una nave. Il popolo di Roma la chiama il Vascello ed è il capolavoro della Briccia, l’opera da cui Plautilla si aspetta una gloria imperitura. La scelta di Benedetti, di far costruire la sua villa da una donna, viene considerata a Roma una stranezza, ma spiegata con la consuetudine dell’abate con le usanze della corte di Parigi, dove l’esempio di Maria De’ Medici prima e poi di Anna d’Austria aveva lanciato l’immagine della femme forte e dove la regina Anna, madre di Luigi XIV, si ergeva a protettrice dei talenti femminili.
Nel romanzo Elpidio è l’amante segreto di Plautilla Bricci. A legare i due è un rapporto complicato e contrastato, che si interrompe e poi riprende, e continua per tutta la vita nonostante i lunghi periodi di assenza di lui. I momenti importanti della loro storia sembrano segnati dalle alluvioni del Tevere: per due volte le acque minacciose del fiume li travolgono mentre si trovano insieme e insieme rischiano la vita. Ma il vero dramma di questo rapporto, e di loro due come individui, è che, come confessa la protagonista, «Ciò che sapevamo di essere non corrispondeva al nostro ruolo nel mondo. In esso si muovevano le nostre ombre».
Nell’ultimo capitolo, dove ci racconta come è nata e come si è realizzata l’idea del romanzo, l’autrice ricorda quanto sia stato difficile ricostruire la vita di Plautilla, che «ha praticato con somma abilità l’arte del suo secolo, la dissimulazione». In effetti non esiste un dipinto che sicuramente ne ritragga le fattezze e molto scarse sono anche le tracce di lei nei documenti; il fatto è che non era opportuno, per una donna, far parlare troppo di sé, e forse anche questo riserbo ha avuto l’effetto di minimizzare il caso eccezionale di una donna costruttrice di opere architettoniche nella Roma del ‘600 e di cancellare per due secoli il suo nome. Ora quel nome è riaffiorato dopo un lungo oblio, anche se l’opera cui l’architettrice aveva affidato la sua fama non esiste più: il Vascello, la sontuosa villa che sorgeva fuori dalle mura aureliane davanti a Porta San Pancrazio, è stato ridotto in macerie dalle truppe francesi intervenute nel 1849 a favore del papato contro la Repubblica Romana difesa da Garibaldi. Vi si erano asserragliati i volontari del generale Medici, che, insieme ad altre forze dislocate in punti strategici, avevano il compito di impedire ai francesi di entrare in Roma. La storia della strenua resistenza degli eroi del Vascello, e della distruzione della grande villa, ultimo baluardo a protezione della Città eterna, viene raccontata nel romanzo in una serie di Intermezzi che seguono i diversi capitoli. Una vicenda, descritta talora con crudo realismo, che invita a riflettere sulla caducità delle opere umane, ma anche sui sacrifici che tante persone affrontarono per un ideale di cui oggi talvolta viene addirittura messa in dubbio l’autenticità.
Non capita spesso di imbattersi in un romanzo così denso e complesso, così ricco di realtà, di storie avvincenti e di personaggi affascinanti: da leggere assolutamente.

Melania Mazzucco
L’architettrice
Einaudi, Torino, 2019
pp. 556
In copertina: Roma, Villa Pamphili, Municipio XII. Foto di Maria Chiara Pulcini
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Articolo di Loretta Junk

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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