L’economia di guerra di cui l’Occidente non parla

Il Giga, Gruppo di Insegnanti di Geografia Autorganizzati, ha da poco realizzato una dispensa sull’economia di guerra, invitando a diffonderla presso chi fosse interessato/a. I nostri media atlantisti naturalmente non ne parlano, preferendo una narrazione del conflitto russo-americano via Ucraina, come lo chiama Limes, superficiale e cronachistica, oggi tra l’altro superata dall’orrore di quanto sta succedendo a Gaza e in Israele. In direzione ostinata e contraria proviamo a divulgare alcuni dei dati più importanti di questo dossier, sicuramente non allineato al pub, il pensiero unico bellicista, come lo definisce Nico Piro nel suo saggio Maledetti pacifisti, che riflette sul marketing della guerra. Per scrivere questo approfondimento, curato da Andrea Vento, i e le docenti autorganizzati/e hanno avuto accesso alle fonti più attendibili, riportate alla fine del testo. Per chi è abituato/a a ragionare in termini di aggressore e aggredito e a ignorare le cause dei conflitti registrate dalla storia questa analisi potrà essere disturbante, ma ne consiglio ugualmente la lettura, per la grande quantità di dati e di informazioni che contiene e per lo sguardo del docente di Geografia Economica, che ha un quid pluris rispetto ai resoconti giornalistici cui siamo abituate/i. Mi soffermerò su alcuni dei passaggi più significativi, rinviando al dossier per la consultazione delle numerose tabelle.

Il Giga nasce nel 2013 come movimento di protesta e di lotta degli insegnanti di Geografia di fronte al taglio di questa materia dal sistema scolastico e dai curricula delle scuole secondarie, in cui di fatto come disciplina autonoma è mantenuta soltanto negli istituti tecnici economici. Recentemente il gruppo ha aderito al progetto Public Geography, di respiro internazionale, che, «ancor prima di concepirsi come programma d’azione, è uno stile, una disposizione civica, un atteggiamento orientato al dialogo da parte di docenti, ricercatori e cultori di materie geografiche, al fine di ridurre le distanze verso altre discipline e mondo extra accademico». Come recita il Manifesto per una Public Geography del 2018 «la geografia italiana vuole considerarsi come disciplina aperta, orientata all’utilità sociale, chiamata ad accogliere, condividere e offrire conoscenza, costruendo una più efficace interazione e comunicazione scientifica con il territorio e la società civile». Gli e le docenti del Giga hanno portato questa ricerca nei circoli culturali, nelle biblioteche, nelle Case del popolo, rivolgendosi spesso a una platea di non esperti/e. La miopia di chi ha rivisto i programmi delle scuole secondarie di primo e secondo grado è talmente evidente da non meritare commenti, tenuto conto di quanto le questioni geopolitiche siano diventate urgenti nell’epoca che stiamo attraversando.
Andrea Vento, il docente pisano di scuola secondaria superiore che firma questo dossier, ha seguito la guerra in Donbass, definita “a bassa intensità” e totalmente ignorata, come moltissime altre, dai media nostrani, fin dal 2014, scrivendone in saggi preziosi. Basti per tutti l’articolo pubblicato dal Manifesto nove anni fa e reperibile a questo link: https://ilmanifesto.it/la-matrioska-delle-sanzioni. Nella bella «intervista scomoda» rilasciata alla “webradio Grad” (https://gemininetwork.it/le-interviste-scomode-a-cura-della-redazione-politica-di-radiograd-10/) Vento inizia ricordando le diversità delle lingue parlate in Ucraina, la Rus’ di Kiev e le fasi che hanno portato alla guerra nel Donbass (che ha causato 14mila morti), a partire dal colpo di Stato di Piazza Maidan. L’Operazione militare speciale russa di denazificazione dell’Ucraina del 24 febbraio dello scorso anno è, per Vento, «la grave escalation del conflitto iniziato nel 2014» ed è doveroso ricordarlo. Gli effetti di questa escalation riguardano la sfera delle relazioni geopolitiche e geoeconomiche, la dinamica dell’economia mondiale, il ciclo economico e i bilanci statali di molti Paesi, sia quelli direttamente interessati dal conflitto, “i belligeranti”, sia i cosiddetti “cobelligeranti” (i paesi sostenitori: gli Stati dell’UE, altri membri del G7 come Usa, Giappone, Australia e Canada oltre a Corea del Sud, Turchia, Norvegia, Nuova Zelanda, Svizzera, Cina, Taiwan, India e Islanda), che hanno finanziato l’Ucraina militarmente, finanziariamente e con aiuti umanitari, sia i “neutralisti”, quelli che non hanno votato il pacchetto di sanzioni alla Russia e continuano a mantenere rapporti commerciali e non solo con questa superpotenza.

Applicazione delle sanzioni


È bene ricordare, inoltre, come l’Alleanza Atlantica si sia gradualmente ampliata verso Est, passando da 16 a 30 membri, arrivando sino ai confini della Russia e con la prospettiva di far entrare anche Moldavia, Georgia e Ucraina, in tal modo creando i presupposti per il conflitto in corso.

Espansione Nato a Est

Le sanzioni contro Russia e Bielorussia promosse dagli Usa e adottate dai 37 Paesi del cosiddetto Occidente globale (i Paesi Nato e i loro più fidati alleati nei vari scacchieri regionali), che corrispondono al 19% dei Paesi dell’Onu, hanno prodotto una profonda frattura geopolitica e geoeconomica all’interno dell’Europa, mentre altri Stati, tra cui Cina e India, hanno continuato a mantenere rapporti politici ed economici con la Russia. Oltre a questi, altri, come Iran, Arabia Saudita e la maggior parte dei Paesi africani, mediorientali e latinoamericani, li hanno addirittura intensificati. Le sanzioni dell’Occidente globale, che secondo alcuni/e nostri/e politici/he avrebbero dovuto mettere la Russia in ginocchio, hanno avuto effetti perversi sui Paesi che le hanno applicate, in particolare su quelli europei, che si sono trovati ad affrontare una marcata crisi di approvvigionamento delle materie prime, agricole ed energetiche e una forte spirale inflazionistica che, peraltro, sul gas naturale era già stata innescata dalla speculazione finanziaria dalla fine dell’estate del 2021 (su questo punto dati interessanti sono contenuti nell’intervista a Radio Grad).
India e Cina, per effetto dell’intensificazione delle relazioni commerciali con la Russia, hanno beneficiato di prezzi ribassati del costo delle materie prime offerti da Mosca e l’India è diventata la principale acquirente mondiale di petrolio russo.
Secondo Vento lo scopo delle sanzioni per gli americani era quello di isolare militarmente e politicamente la Russia, interrompendo e demolendo il processo di integrazione economica tra due aree geoeconomiche del continente europeo: da una parte l’area Ue dotata di tecnologia, capacità imprenditoriale e competenze specifiche nei vari settori, dall’altra l’area delle materie prime e dell’energia della Russia. Come insegna la Geografia economica, se due aree limitrofe hanno caratteristiche così distinte tendono a integrarsi. Un esempio per tutti è quello del gasdotto tra Russia e Germania che assicurava la somministrazione continuativa di gas con contratti pluriennali molto convenienti in grado di garantire contro le oscillazioni e le speculazioni dei mercati. Grazie a questa integrazione Germania e Italia hanno potuto mantenersi competitive. Il sabotaggio dei due gasdotti del Baltico Nord Stream 1 e Nord Stream 2, cui ha fatto seguito nel maggio scorso l’approvazione del Piano Repower-Eu con cui l’Unione Europea varava strategie alternative per sostituire il gas russo, sono segnali geopolitici importanti. E altrettanto la scelta di optare per il gas naturale liquefatto statunitense, molto più costoso.

La contrazione dell’economia mondiale è messa bene in luce dalla ricerca, secondo cui, «conseguentemente al rallentamento dell’economia mondiale, alle tensioni commerciali già in atto da tempo fra Usa e Cina, ai colli di bottiglia emersi a seguito della ripresa dopo la crisi pandemica nell’offerta di beni e semilavorati, alla cosiddetta crisi dei “microchip” e all’avanzare del processo di deglobalizzazione, anche il commercio ha subito inevitabili ricadute negative. In base all’analisi del report dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) dell’aprile 2023, il volume del commercio mondiale di beni [servizi esclusi, ndr], appesantito dagli effetti della guerra in Ucraina [sanzioni comprese, ndr], dall’inflazione ostinatamente elevata, dalla politica monetaria più restrittiva e dall’incertezza dei mercati finanziari, dovrebbe crescere dell’1,7% quest’anno, dopo una crescita del 2,7% nel 2022, un aumento inferiore alle previsioni di ottobre 2022 (3,5%) causato dal rallentamento del quarto trimestre (tabella 3)».

Variazione % del commercio mondiale previsioni e dati definitivi Wto anni 2022 e 2023

Questo potrebbe rivelarsi come il secondo anno consecutivo in cui la crescita economica mondiale risulta superiore a quella del commercio globale, costituendo un segnale di quella “deglobalizzazione” che si era rivelata già nel 2014 con l’insorgere della strategia del reshoring (la scelta di politica industriale per cui alcune imprese riportano nel Paese di origine attività produttive precedentemente delocalizzate o le spostano in un Paese diverso), del near-shoring (la scelta di spostare la produzione da un luogo lontano a un Paese vicino) o del friend-shoring (rilocalizzare la produzione o l’approvvigionamento in paesi amici, che condividono il sistema di valori e l’allineamento geopolitico).
Su questo scenario, ad inizio 2022, si è innestata la frattura geopolitico militare causata dal conflitto in Ucraina che ha accelerato il processo di de-globalizzazione, non ancora pienamente sviluppato.
Da questa tabella emerge molto chiaramente come le relazioni commerciali sino-russe siano continuamente aumentate dallo scoppio della guerra.

Interscambio commerciale Russia-Cina 2022 e gennaio-luglio 2023 in miliardi di $

L’economia di guerra in Russia e in Ucraina presenta aspetti diversi. Il Pil dell’Ucraina, sostenuta da 40 Stati oltre all’Ue, nel 2022 ha registrato una contrazione del 30,4%. Ciò è stato dovuto sia alla mobilitazione generale imposta dal governo che ha ridotto l’attività delle industrie e dei servizi e le produzioni e le esportazioni agricole, sia alla distruzione degli impianti industriali e delle infrastrutture. L’economia ucraina non è al collasso solo grazie al sostegno finanziario e logistico esterno, mentre le forze armate ucraine possono resistere solo grazie al supporto dei Paesi donatori, quelli Nato in primis.
Sulla base di fonti attendibili gli impegni finanziari, militari e umanitari dei Paesi donatori all’Ucraina dal 24 gennaio 2022 al 31 luglio 2023 ammontano a 237,9 miliardi di euro, tripartiti fra Ue e stati membri (131,9 miliardi), Stati Uniti (69,5 miliardi) e altri Paesi (36,5 miliardi). Aumentano le forniture militari, fino al 70%. Secondo la ricerca, «la Germania è salita al secondo posto dopo gli Usa nel corso del 2023, con 20,86 miliardi di euro per aiuti totali al 31 luglio, superando il Regno Unito (13,77 miliardi di euro). In forte aumento anche l’impegno della Norvegia che si attesta al quarto posto con 7,45 miliardi di euro, davanti al Giappone con 6,51 miliardi».
L’Unione Europea negli ultimi mesi ha incrementato lo “Strumento europeo per la pace” (European Peace Facility – EPF), un fondo “fuori bilancio” per l’invio di aiuti militari istituito il 21 marzo 2021 e finanziato proporzionalmente dagli stati comunitari in base al Pil, Danimarca esclusa, ufficialmente per rafforzare la proiezione estera dell’Ue. Il 28 febbraio 2022, l’Unione Europea ha deciso di attivare l’EPF per sostenere militarmente l’Ucraina, impiegando nel 2022 l’86% dei fondi stanziati fino al 2027. Di conseguenza il Consiglio dei ministri degli affari esteri dell’Ue ha varato l’aumento degli stanziamenti di oltre due miliardi di euro. Uno strumento per la pace che si dota di armi per una cifra altissima in miliardi, riportata dal saggio Giga, è un ossimoro, anche se l’Ue non pare rendersene conto e tanto meno un’opinione pubblica distratta e male informata.

Secondo i/le insegnanti del Giga «stiamo vivendo un’epoca caratterizzata da una nuova “corsa al riarmo” che i ricercatori del Sipri definiscono “sorprendente” in quanto si sta verificando in una fase particolarmente critica dell’economia mondiale dal momento che «coincide anche con la crisi finanziaria globale del 2008 e con la pandemia del 2020» e con la crisi dei debiti sovrani dei Paesi periferici dell’Eurozona esplosa all’inizio del decennio scorso a seguito delle rigide e annose politiche di austerità fiscali imposte da Bruxelles».
Le spese militari ucraine, secondo il Sipri  (Stockholm International Research Institute), sono aumentate del 640% o e del 1.661% nel decennio 2013/22. A causa dell’escalation militare la sola Ucraina ha impiegato 44 miliardi di euro di spese militari, in rapporto al Pil passate dal 3,2% del 2021 al 34% nel 2022.

Spese militari raffronto Russia – Ucraina. Fonte: Sipri 2023

«La Russia» — secondo il rapporto — nonostante l’isolamento a Occidente, le 11 e più tranche di misure restrittive subite nell’ultimo anno e mezzo, il sabotaggio dei gasdotti a opera degli Ucraini con la complicità dell’Occidente e le ingenti spese militari, è stata in grado di riorganizzare le relazioni geoeconomiche e geopolitiche, soprattutto con i Brics e i Paesi Emergenti. Inoltre, ha convertito parzialmente l’economia a sostegno dello sforzo bellico». Anche la Federazione Russa, però, ha aumentato nel primo semestre 2023 la spesa militare, con 5.590 miliardi di rubli (60,5 miliardi di dollari) una somma pari al 37,3% della spesa pubblica totale (14.970 miliardi di rubli) e al 57,4% dello stanziamento militare prefissato per l’intero 2023.

Spese di bilancio della Russia I semestre 2023 in miliardi di $. Fonte dati: Governo russo

L’economia di guerra della Federazione Russa, grazie alla sua capacità di adattamento e resilienza sembrerebbe, secondo l’indagine che stiamo commentando, evidenziare una sostanziale tenuta, nonostante inevitabili elementi di criticità per un Paese in guerra e sottoposto a sanzioni, che ha destinato alla spesa militare fondi dedicati a istruzione, sanità e infrastrutture civili. La produzione di armi e munizioni, in costante aumento, ha inciso anche sul Pil.

Interscambio commerciale globale Russia in miliardi di € anni 2020-23. Fonte: www.infomercatiesteri

In merito alla spesa militare dei singoli Paesi, gli Stati Uniti sono in testa con 887 miliardi di dollari pari al 39% del totale globale, seguiti dalla Cina, con 292 miliardi di dollari (13%), e dalla Russia con 86,4 miliardi di dollari (3,9%). Questi soli tre Stati, grazie al ruolo nettamente preminente di Washington, hanno rappresentato il 55,9% della spesa globale dello scorso anno.

I primi 15 Stati per spese militari nel 2022. Fonte Sipri 2023

Di grande interesse sono le tabelle del Giga sulla spesa militare delle varie Regioni del mondo, tratte dal sito del Sipri (https://www.sipri.org/sites/default/files/2023-04/2304_fs_milex_2022.pdf) e l’analisi di come l’inflazione sia stata manovrata dalla speculazione sul gas molto prima dello scoppio del conflitto russo-ucraino con la cobelligeranza della Nato e dei paesi amici.

Anche il deficit di bilancio risente dell’economia di guerra, come mette bene in luce con una grande quantità di dati il saggio Giga.
Interessantissima, sul piano geoeconomico e geopolitico, la riflessione sulle relazioni tra le date del 22, 23 e 24 febbraio 2022 e le sanzioni comminate alla Russia, contenuta nell’intervista al professor Andrea Vento, cui rinvio (https://gemininetwork.it/le-interviste-scomode-a-cura-della-redazione-politica-di-radiograd-10/).
Spirano venti di guerra molto forti e, come ha anche recentemente ricordato Lucio Caracciolo in un video, Verso la Nato globale? (https://www.youtube.com/watch?v=Tu1OK72O7qM) la Cina è diventata per gli Usa «una minaccia e una sfida sistemica». La partecipazione di Giappone e Corea del Sud all’ultimo vertice Nato di Bruxelles ha rafforzato la convinzione di Pechino che gli Usa vogliano ampliare l’alleanza in Estremo Oriente in funzione anticinese, oltre alla loro politica di contenimento della Russia. Questo, secondo la Cina, non farà altro che «fomentare le tensioni regionali, scatenare il confronto fra blocchi e persino una nuova guerra fredda».
Mala tempora currunt.

Per chi volesse saperne di più è possibile farsi inviare una copia della dispensa al seguente indirizzo di posta elettronica: gigamail2014@gmail.com

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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