Editoriale. La libertà non è uno spazio libero

Carissime lettrici e carissimi lettori,
dicono, le voci popolari, che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna. Dicono che la sua “cura” femminile renda grande quell’uomo. Io attraverso un uomo voglio invece celebrare una donna. Anche se le date e le ricorrenze non coincidono. Ma solo apparentemente. L’uno, il grande Federico Fellini, con la sua arte, se ne è andato da questo mondo esattamente trenta anni fa, era l’ultimo giorno di ottobre del 1993. L’altra, la moglie, Giulietta Masina, è andata via solo qualche mese più tardi, a marzo del 1994. Masina e Fellini ci hanno regalato la più bella poesia incontrata sugli schermi, non solo del cinema italiano ma, si può dire, anche mondiale. Le credenze e i detti popolari si annullano. Federico Fellini era ispiratore della poesia messa in atto dalla moglie Giulietta, nell’azione, sulla scena che era stata inventata da chi aveva la cinepresa in mano. Dunque, un grande uomo che sta “dietro” una grande donna. Ma anche viceversa. Una donna che lo ispira ed è parimenti ispirata da lui. Il detto popolare si ribalta, confonde e rende annullato lo stereotipo. Come sempre.

Ho iniziato ad amare i film di Fellini quando ho incontrato l’arte di Giulietta. Non dimentico, i miei occhi non possono scordare, la commozione e persino le lacrime versate guardando la triste, tenera e dolce Gelsomina. La Strada, un film grande, rifiutato a lungo, quasi (almeno da certa sinistra) condannato in Italia (seppure a Venezia, nel 1954, conquista un Leone d’argento), con Giulietta Masina, proposta più volte e alla quale era stata preferita Silvana Mangano, contro la convinzione di Fellini che la voleva sul set. Giulietta Masina fu accettata solo alla fine, grazie all’intuizione di Dino De Laurentiis, che ne ebbe anche un’altra portando il film in trionfo a Parigi dove fu osannato in un locale affittato dallo stesso produttore cinematografico su Champs Elisées. Eppure, La strada è entrata in pieno tra i film simbolo, da ricordare, un “classico” che ha vinto tanti premi, tra cui l’Oscar (1957) per il miglior film in lingua straniera e posto nella rosa dei 100 film italiani da conservare. Federico Fellini in questo elenco d’arte (voluto, del 2008, dal critico de Il Messaggero, Ferzetti) è il più gettonato perché insieme a La Strada ci sono film della statura di Amarcord, 8 ½, Lo sceicco bianco (con un indimenticabile Alberto Sordi che vola in altalena), Luci del varietà, I Vitelloni, La dolce vita (chi dimentica Marcello Mastroianni e Anita Ekberg immersi nella fontana di Trevi?). Poi anche Le notti di Cabiria in cui trionfa come protagonista proprio Giulietta Masina che ne guadagna, oltre all’Oscar per il miglior film straniero (1958) anche uno dei suoi numerosi riconoscimenti, tra cui un Nastro d’Argento. E con il marito Federico girerà quasi dieci pellicole.

«Per un po’ di anni le esperienze professionali dei coniugi viaggiano in parallelo, finché, nel 1954, si incontrano anche sul set, e insieme la coppia scrive pagine importantissime della storia del cinema mondiale. Nel 1955 Fellini dirige La Strada di cui è protagonista la sua “Giuliettina” assieme alla star hollywoodiana Anthony Quinn, che nel 1990 scriverà ai consorti: ‘Per me tutti e due rimanete il punto più alto della mia vita’. Fellini costruisce la sceneggiatura del film pensando alla moglie: vuole progettare una pellicola che possa fare emergere le sue straordinarie doti attoriali, in particolare la sua fisicità e la sua espressività. Come dirà molti anni più tardi nel libro di memorie intitolato Fare un film, per lui, Giulietta rappresenta quel “tipo straordinario di attrice” capace di interpretare la meraviglia, la confusione, la felicità frenetica e infantile, nonché la tristezza di un clown. È qui — dice il professor Verdone, riferendosi a La Strada, — che si ha l’impressione che Fellini sta per diventare uno dei futuri capofila del cinema italiano. Giulietta Masina — spiega ancora Mario Verdone, che è stato professore Emerito di Storia e critica del film all’Università La Sapienza di Roma, in un libretto omonimo dedicato al regista emiliano — ha avuto un ruolo importante nella vita di Federico, non soltanto perché ne è stata la moglie. Il compagno ha colto nel suo personaggio qualcosa di più nel quadro della propria arte». (The Vision)

Masina è stata l’antesignana, rispetto ai tempi, per aver mantenuto, comunque, il suo cognome. In pubblico sempre sarà sempre Giulietta Masina, moglie di Federico Fellini, mai Giulietta Fellini. Un gran passo avanti per i tempi.
Il cognome, insieme al nome, è un aspetto importante di noi: indica chi siamo e ci identifica nel mondo, dice a tutti e tutte chi siamo.
E da qui al ruolo femminile nel diritto a dare il proprio cognome, o anche il proprio cognome ai figli e alle figlie il passo è immediato. Oggi questo diritto c’è, dopo la sentenza della Corte Costituzionale dell’8 novembre 2016, ma attende una normativa uniforme che la disciplini, soprattutto alle anagrafi che non ricevono ad oggi nessuna chiara direttiva «con la creazione di disservizi notevoli sia negli uffici comunali che nei centri di nascita ospedalieri»

Al compimento del primo anno di vita (l’8 novembre 2022) la speranza di approvazione della legge decade a causa della crisi della XVIII legislatura e la formazione del nuovo Parlamento. Soprattutto le proposte di legge sul doppio cognome soffrono di una non adeguata pubblicità e divulgazione. I genitori e le coppie che hanno intenzione di mettere al mondo o adottare figli e figlie non sanno esattamente cosa devono fare. Di questo non si fa carico neppure la scuola che non risulta essere in grado di dare un’informazione valida e concreta. Un quotidiano fornisce alcuni dati, seppure parziali: «I neonati con doppio cognome (o cognome materno) sono ancora pochi», scrive. I primi dati di Milano e Roma dopo la sentenza della Corte Costituzionale del giugno 2022, che ha annullato l’automatismo del cognome del padre, parlano da soli: «A Milano solo il 16% delle bambine e dei bambini nati dopo questa sentenza ha il doppio cognome. Sono 1.616 i bimbi, su un totale di 9.886 nati nell’anno scorso. 1.066, ovvero l’11% sul numero complessivo dei nuovi piccoli residenti milanesi, quelli che hanno invece il solo cognome della madre».

La Consulta aveva mandato in soffitta l’articolo 262 primo comma del Codice civile che comportava l’automatica attribuzione del solo cognome paterno. Una regola che si traduceva «nell’invisibilità della madre». E che recava «il sigillo di una disuguaglianza fra i genitori che si riverberava e si imprimeva sull’identità del figlio e della figlia». In quasi tutti i Paesi europei già esistono delle leggi che, seppur diverse tra loro, sono ispirate al principio secondo il quale si è liberi di attribuire ai propri figli il cognome paterno, materno o quello di entrambi i genitori.
Da due anni anche in Italia è permesso: si è messo un punto all’invisibilità della donna e del suo corpo che partorisce, finendola con un atteggiamento estremamente e marcatamente patriarcale. Mancano, però, regole precise che la disciplinano.
Così, l’8 novembre scorso (nella sala Igea dell’Istituto Treccani) si è ritornate a discutere e chiedersi, come detta il titolo del convegno, delle sorti della Riforma organica del cognome: sette anni non sono bastati. A organizzarlo, insieme a ItaliaDecide, l’associazione Rete per la Parità, che ha come fermo simbolo di attivismo una donna eccezionale, Rosanna Oliva De Conciilis, classe 1934, che ottenne, fresca di laurea in Scienze Politiche a Roma, con un proprio ricorso patrocinato dal Professor Costantino Mortati, la ormai famosa sentenza della Corte costituzionale, la numero 33 del 13 maggio 1960, la prima e una delle più importanti in materia di parità tra uomo e donna, che ha eliminato le principali discriminazioni per l’accesso ai pubblici uffici. Questa sì “madre” di tutte!
«L’evento – scrivono – è stato organizzato per celebrare, o meglio, denunciare che non è ancora intervenuta nessuna modifica a regolamentare la normativa e per lanciare un fermo richiamo al Governo e al Parlamento a evitare il protrarsi delle conseguenze negative del mancato intervento normativo, anche da parte dei Governi e del Parlamento precedenti…comprese quelle norme che riguardano le donne coniugate da introdurre a tutela della identità di tutti e tutte per la parità tra i sessi sancita dalla Costituzione».

È un triste principio per cui la donna è un oggetto, un elemento passivo all’interno della famiglia e il cognome istituzionalmente e automaticamente trasmesso in linea paterna ne è il fulcro su cui tutto ruota. «La madre presta il corpo – ha tuonato a suo tempo Simone Pillon — È il padre a trasmettere la storia e la tradizione della famiglia. Quindi è il padre a offrire, attraverso il cognome, la continuità della stirpe e della sua storia. Perché — sempre secondo Pillon – questa riforma per l’affermazione e la venuta alla luce del cognome materno porterà esclusivamente alla dissoluzione della famiglia e all’oblio della nostra tradizione». (!)
«La procreazione — interviene durante il convegno romano Laura Boldrini, che di questa lotta ha fatto un motivo vitale — era, secondo una società maschilista, una gentile concessione dell’uomo alla donna con la quale procrea, mentre la donna era esclusivamente una fattrice. Il padre – incalza ancora la ex Presidente della Camera – come è stato definito dalla politica attuale, è quello che deve dettare le regole mentre la madre deve solo accudire. Per questo le donne hanno l’obbligo di essere più combattive e assertive, capaci di farsi valere nel rispetto dei loro diritti».

Un esempio per tutti, intriso di allegra ironia è quello di Bebe Vio che sul suo Instagram scrive e ci informa divertita della sua decisione: «Noi il doppio cognome lo prendemmo già lo scorso anno e ne siamo molto fieri…Così oggi ho sia il doppio cognome che il “multinome” Beatrice Maria Adelaide Marzia Vio Grandis. Ora voglio vedervi a scriverlo sul codice fiscale». La campionessa paraolimpionica di scherma come al solito ci rasserena e ci infonde allegro coraggio, il suo grande coraggio di vivere al meglio.
La politica, quella che rimane ancorata al passato, ha paura. Teme che la riforma del cognome porti – così come affermava Pillon – allo smantellamento della famiglia. A infliggere un altro colpo a quella istituzione che, secondo questa politica, dovrebbe essere esclusivamente tradizionale (!). «Per questo – si è detto al convegno – è necessaria e urgente una normalizzazione e una pubblicizzazione maggiore alla quale deve partecipare anche la società intera perché tutte e tutti siano realmente informati della esistenza di questa possibilità che dona visibilità alle donne, attrici del destino della famiglia, insieme e al fianco del proprio compagno e non, come è stato fino ad adesso, stando un passo indietro».

Adrienne Rich (Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012) è la poeta femminista che mi è apparsa più adatta a nominare quest’epoca buia dalla quale vogliamo un segno di speranza per uscirne alla luce di un mondo nuovo, come diceva il Signor G, Giorgio Gaber, il grande cantante che ha portato la sua arte a teatro istallando sulle assi di un palco la recitazione del suo canto libero. Lui, di cui quest’anno celebriamo il ventesimo anniversario (1° gennaio 2003) dalla morte, ci ha insegnato che la libertà non è solo «uno spazio libero» e neppure solo «il volo di un gabbiano». La libertà non è un fatto personale, un evento individuale, ma è “partecipazione”! Per cui: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Come recita la prima parte dell’articolo 3 della nostra Costituzione, il cui testo fu scritto anche con la collaborazione delle 21 “Madri costituenti”! Senza nessun “ma” che carica l’odio.

(Questa volta chiudo con un telegrafico post scriptum: personalmente mi vergogno di appartenere ad un Paese o, se preferiscono a una Nazione, dove il vicepresidente del Senato imbonisce l’interlocutore con un cognac e una carota! Orribile e gretto).

Che tipo di tempi sono questi

C’è un luogo tra due file di alberi dove l’erba cresce a stento
e la vecchia strada della rivoluzione americana finisce tra ombre
vicino ad una chiesa abbandonata dai perseguitati
che scomparvero tra quelle ombre.
Ho camminato fin là per cogliere funghi sul ciglio del terrore, ma non siate stupidi
questa non è una poesia russa, questo non è da qualche altra parte ma qui,
è il nostro paese che si avvicina alla sua verità e al suo terrore,
sono i suoi modi di far scomparire la gente.
Io non voglio dirvi dove si trova quel luogo, l’oscuro intrico della foresta
che incontra l’incorrotta striscia di luce
i crocicchi infestati di fantasmi, paradiso delle foglie intrise di fango:
io già conosco chi vorrebbe comprarlo, venderlo, farlo scomparire.
Ed io non voglio dirvi dove si trova, e allora perché ve ne sto parlando?
Perché voi ancora state ascoltando, perché in tempi come questi
per farsi sentire da tutti, è necessario
parlare degli alberi.

Adrienne Rich

Buona lettura a tutte e a tutti per una Pace imminente

Sfogliamo gli articoli di questo numero, due dei quali sono dedicati a Nadia Murad. Nobel per la pace, nel 2018, dopo Malala Yousafzai, la seconda più giovane vincitrice, a 25 anni, di questo premio, il solo che si ritira in Norvegia. La storia di questa donna coraggiosa è atroce per la violenza che ha dovuto subire ma è anche esemplare per quello che ha scelto di fare come attivista, dopo essere scampata all’Isis. The Murad Code è l’utilissimo articolo che ce lo racconta. La violenza sessuale sulle donne è un “effetto collaterale “delle guerre, è cosa orribile e risaputa, ma non si riflette abbastanza su quella fatta alle donne che sono costrette a prostituirsi, come ricordava la Madre Costituente Lina Merlin e come leggeremo nell’articolo I Casini della Prima guerra mondiale.
Le nostre serie continuano: in Via delle Muratte n° 78. Qui visse Maria Velleda Farnè, per “La targa che non c’è”, incontreremo una pioniera della scienza medica, prima donna a laurearsi in Medicina all’Università di Torino e seconda a livello nazionale e conosceremo le numerose difficoltà poste sul suo cammino; dal Convegno di Caserta potremo leggere la bella relazione della conduttrice del tavolo Donne politica e potere, mentre Nel mondo di Fëdor ci porterà nella Russia di Dostoevskij, con un’altra puntata della serie Lonely planet di Rai radiotre. Di Russia e Ucraina e della guerra che ha riempito dal 24 febbraio 2022 i nostri teleschermi e che oggi è quasi dimenticata tratterà anche Economia di guerra, una relazione sul dossier che, con sguardo non allineato, su questo tema ha prodotto il Giga, Gruppo degli insegnanti di Geografia Autorganizzati. Il ruolo definito da questo saggio di “cobelligerante” dell’Ue, spesso confusa con l’Europa, è molto discusso. Per fortuna ci viene in soccorso Europa. Il mito chiave di lettura del presente, che riesce a farci immaginare «un’Europa di speranze, di incertezze sì, ma anche di potenzialità estreme, un’Europa che interroghi ognuna/o di noi, che sia capace di mobilitare la passione di uomini e donne per la Terra a cui tutte e tutti apparteniamo».
Il corso organizzato dalla Società italiana delle storiche, “Genere, diversità, violenza”, che stiamo seguendo con grande interesse, questa volta si occupa di Disabilità. La costruzione di un’esclusione.

Per “Juvenilia” docenti, studenti e non solo potranno prendere spunto e apprezzare, leggendo l’articolo Una gran voglia di imparare, il Progetto “L’esempio come valore. Eva Mameli” a cui è stato assegnato il Premio speciale alla Scuola primaria “Via Fermi” nell’ambito della VI edizione del concorso didattico “Sulle vie della parità nelle Marche,” promosso dall’Osservatorio di Genere, all’interno del concorso nazionale Sulle vie della parità di Toponomastica femminile.
A Firenze le celebrazioni per la poeta Laura Battiferri è l’articolo che ci introdurrà a un programma di iniziative rivolte tanto al grande pubblico quanto a studiose/i di storia e di letteratura sulla poeta di Sassocorvaro. Chi ama la fotografia non potrà fare a meno di leggere In mostra il talento di Lee Miller, che presenta una delle più grandi fotografe del Novecento e l’esposizione che si tiene presso le Antiche cucine della Palazzina di Caccia di Stupinigi. La recensione di questo numero è sul libro di una grande Maestra del femminismo intersezionale, bell hooks, Sentirsi a casa.

Chiudiamo, come sempre, con una nota di dolcezza: la ricetta della Crema pasticcera vegetale, una preparazione che si presta a moltissime applicazioni in cucina.
SM

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Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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