Nel mondo di Fëdor

Fëdor Dostoevskij, scrittore emblematico della letteratura russa e considerato da molti uno dei più geniali di sempre, è stato senza dubbio un protagonista assoluto del panorama letterario ottocentesco.
Il Podcast Lovely Planet di Rai Radio 3, diretto da Anna Maria Giordano, ha organizzato per i suoi ascoltatori un viaggio nella Russia di Dostoevskij, grazie al prezioso intervento di Bianca Sulpasso, russista e professoressa di Letteratura e cultura russa all’Università di Roma Tor Vergata.

Le tappe del viaggio vengono predisposte seguendo gli spostamenti effettivi dello scrittore nel corso della sua vita e cominciano, per l’appunto, nella città natale di Dostoevskij: Mosca.

Qui, Fëdor Dostoevskij nasce presso l’ospedale degli indigenti, dal momento che il padre, uomo dal carattere stravagante e dispotico, era medico militare. La madre, al contrario, aveva una personalità allegra e semplice, era figlia di commercianti, amava la musica e la religione.
I ricordi d’infanzia dello scrittore, tuttavia, sono principalmente influenzati dalla figura paterna, e riflettono un pesante clima autoritario.

A differenza di altri famosi scrittori russi, come Turgenev o Tolstoj, Dostoevskij trascorre i primi anni della sua vita in uno di quartieri più tristi della capitale russa, in una casa particolarmente buia e immersa in un’atmosfera sofferente. I pochi ricordi felici di questo periodo vengono ricollegati al tempo passato con i fratelli, trascorso giocando in giardino o per le vie e i parchi di Mosca, sempre entro i limiti della severa educazione religiosa che era loro impartita.

È ancora molto piccolo, quando la scoperta della passione per il mondo del teatro gli apre nuovi orizzonti verso i lati più tristi della vita. Episodio in particolare legato a questi anni, e che riecheggerà nei suoi testi, è quello di una bambina, sua compagna di giochi, che viene violentata e uccisa da un ubriacone. Lo scrittore descriverà quest’episodio come «il più spaventoso peccato per il quale non può esserci perdono».

Sempre durante la sua infanzia, il padre decide di comprare dei terreni nella provincia di Tura, a sud di Mosca, e di costruirvi una tenuta di campagna per la famiglia. Qui lo scrittore trascorre estati serene con i propri fratelli, ma a questo luogo è purtroppo collegato anche il triste ricordo della morte del padre, ucciso dai contadini proprio nella casa di campagna. Nonostante ciò, i momenti felici trascorsi a Tura, rimarranno con lui durante la sua lunga permanenza a San Pietroburgo, la città che diventerà senz’ombra di dubbio centro delle sue opere e della sua vita. Protagonista indiscusso di questa nuova realtà sarà l’istituto superiore di ingegneria militare anche se, purtroppo, in maniera tutt’altro che positiva. Dostoevskij deve tollerare un insopportabile clima di competizione e l’arroganza degli altri studenti, prova a studiare ma viene spesso bocciato. Secondo un aneddoto raccontato dallo stesso scrittore, pare che addirittura lo zar Nicola, nel vedere un suo progetto di disegno tecnico, avesse voluto sapere chi fosse stato “l’imbecille” che lo aveva realizzato. Inutile dire che, per cinque lunghi anni, l’umore di Dostoevskij non è di certo dei migliori. Si trova infatti a dover affrontare periodi di forti depressioni, durante i quali però, fortunatamente, viene sempre consolato e capito dal fratello Michail, con cui intrattiene un profondo legame epistolare. In particolare, sarà lo stesso Michail a scrivergli una frase che diventerà la chiave di lettura per i momenti più duri dello scrittore: «Nella disgrazia l’uomo diventa più uomo e quindi è più vicino all’ideale divino». E Dostoevskij, dal canto suo, replica scrivendo «l’uomo è un mistero che dev’essere districato, e se noi diamo la vita per questo fine, potremo dire di non averla sperperata. Io mi voterò a questo mistero perché voglio essere un uomo».

La casa museo dove​ ha vissuto lo scrittore Fëdor​ Dostoevskij, San Pietroburgo.

Nel giugno 1845 si verifica un evento fondamentale nella sua carriera da scrittore. Dopo aver terminato il suo primo romanzo, Povera Gente1, viene acclamato dal celebre critico letterario Vissarion Grigor’evič Belinskij, che lo definisce come il nuovo Gogol’, esterrefatto dalla vera essenza che Dostoevskij, così giovane, era riuscito a far trasparire attraverso le sue parole. «Apprezzi il suo dono e gli resti fedele, sarà un grande scrittore» queste le parole che si dice il critico gli abbia riferito.

Nel 1846, poi, Dostoevskij diventa un assiduo frequentatore del circolo di ferventi legato a Michail Petraschewski, figura liberale con aspirazioni rivoluzionarie. Tutti i venerdì, si ritrova assieme a giovani socialisti contrari alla servitù della gleba per discutere di politica e di idee filosofiche e sociali. Nonostante le discussioni fossero incentrate sulla critica della società e sulle possibilità di riforma, senza alcuno scopo di sovvertire il governo zarista, nel 1849 Dostoevskij e altri membri del gruppo vengono arrestati dalle autorità zariste perché considerati pericolosi e addirittura condannati all’esecuzione per fucilazione. Tuttavia, pochi istanti prima dell’esecuzione prevista, mentre si trovano già di fronte al plotone di esecuzione, la sentenza viene commutata e invece di essere giustiziati, vengono condannati a lavori forzati in Siberia.

La torretta di guardia al museo di Prison Castle a Tobol’sk, Russia, carcere siberiano dove fu prigioniero Dostoevskij.
20 gennaio 2016, Alexander Aksakov, Getty Images

L’esperienza faccia a faccia con la morte ha un impatto enorme su Dostoevskij, influenzando gran parte del suo pensiero e delle sue opere successive. I temi della sofferenza umana, della giustizia, della libertà e della morale divengono centrali nella sua letteratura, riflettendo le sue esperienze personali e le sue profonde riflessioni sulla condizione umana. Al fratello scrive: «mi sento un uomo fra gli uomini e intendo rimanere tale per sempre, nonostante le disgrazie».

Servono due settimane di gelo insopportabile per giungere in Siberia, durante le quali Dostoevskij racconta dell’attraversamento degli Urali, di come percepisse il confine fra Europa e Asia, di come vedesse davanti a sé un destino ignoto e di come persino il suo cuore fosse congelato dalle rigide temperature. Passando per l’antica capitale, Tobol’sk, Dostoevskij rimane affascinato dall’unico Cremlino della Siberia, bianco ed elegante, e dall’inaspettata simpatia e cordialità delle persone che vi incontra. Arriva finalmente a Omsk, nella Siberia occidentale, dove ancora oggi, nel museo letterario statale, vengono conservati alcuni dei suoi scritti risalenti al suo viaggio.

Gli anni qui trascorsi sono, per lo scrittore, una tortura: non può né leggere né scrivere, il lavoro forzato lo sfinisce, come la stessa cittadina senza natura e dal clima ostico. Sempre qui, però, avviene un momento estremamente significativo per la sua carriera, la cosiddetta “conversione al popolo”, ovvero il cambiamento delle opinioni politiche e sociali di Dostoevskij, verso una profonda empatia per il popolo russo comune, quasi idealizzata, per le sue tradizioni, la sua saggezza, spiritualità e forza. Sotto lo spesso strato di rozzezza, depravazione e ubriachezza in cui si sente immerso è convinto ci sia l’oro, la purezza e la bontà del vero popolo russo.

Quest’idea si manifesta, ad esempio, nel suo romanzo L’idiota, in cui il protagonista principe Myskin rappresenta l’ideale di genuinità in un contesto corrotto, ma è considerato per questo “l’idiota” dal resto della società. Il tentativo di Myskin di portare il suo senso di moralità e compassione in un mondo corrotto riflette il desiderio dello scrittore di vedere queste qualità incarnate nel popolo russo.

Dopo l’esilio in Siberia la vita dello scrittore attraverserà prima un periodo tumultuoso in giro per l’Europa, fra relazioni, Roulette e vita movimentata, per poi trascorrere 10 anni di pace in una tenuta in Russia, per potersi dedicare alla scrittura tranquillamente. Quando poi torna a San Pietroburgo, dopo così tanto tempo, la trova una città completamente diversa, in cui le case non sono più in legno ma in muratura, e più grandi. Nonostante questo, rimarrà sempre la città cui lo scrittore è più legato e infiniti sono i riferimenti a essa che si ritrovano nelle sue opere. San Pietroburgo è una città che cambia continuamente, in cui le case vengono costantemente messe a nuovo riflettendo le architetture di tutto il mondo, di tutti i periodi e di tutte le mode: tutto imitato, ma tutto a suo modo alterato dallo spirito russo. Un luogo in cui è possibile indagare il rapporto fra Russia ed Europa e la sua evoluzione nel tempo.

La puntata integrale del Podcast Lovely Planet di rai Radio 3 è disponibile al seguente link: https://www.raiplaysound.it/audio/2021/12/Lovely-Planet-del-29122021-46e9086a-701b-4c61-be5b-91bb1077086a.html

  1. POVERA GENTE – OPERA
    L’opera Povera gente di Dostoevskij è come un affresco della vita quotidiana, dipinto con pennellate di realismo e profonda introspezione. Nei suoi dialoghi, si avverte il respiro della miseria e l’eco delle speranze infrante. Le strade polverose, logorate dagli stivali consumati di chi lotta per sopravvivere, sono il palcoscenico su cui si svolge il dramma umano. Gli occhi stanchi e pieni di struggimento dei protagonisti raccontano storie di sogni non realizzati e destini avversi.
    Dostoevskij, come un abile tessitore, intreccia le vite di questi personaggi, mostrando le loro passioni, le gioie effimere e le sofferenze persistenti. Povera gente è un inno alla dignità degli umili, un’ode silente a coloro che lottano nell’ombra della società. Le parole dell’autore sono come uno specchio che riflette le contraddizioni e le ingiustizie della vita, suscitando nel lettore empatia e riflessione. In questo microcosmo di povertà, Dostoevskij scava a fondo nell’animo umano, rivelando la forza della resilienza e la fragilità dei desideri.
    In ogni battuta, si avverte il peso delle circostanze avverse e la lotta contro un destino ingrato. Eppure, c’è una bellezza struggente in questo quadro di vita modesta, una bellezza che emerge dalla sincerità dei sentimenti e dalla ricerca di significato anche nei momenti più oscuri.
    In conclusione, non è solo un ritratto della povertà materiale, ma un’analisi profonda delle dinamiche sociali e delle contraddizioni morali. Dostoevskij sonda le profondità dell’animo umano, rivelando che la vera povertà può risiedere nell’anima, nelle scelte morali e nella disintegrazione dei valori umani fondamentali. ↩︎

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Articolo di Chiara Giacomelli

Laureanda in Management presso l’Università di Pavia. Ama le cene in compagnia e leggere un libro che la tenga incollata fino ad addormentarcisi sopra. Ha tanti sogni nel cassetto, ma non sa da quale cominciare… perciò per adesso si limita a “fare la fuorisede” e a scrivere la tesi, sempre in compagnia delle sue cuffiette, da cui non si separa mai, e di una tazza di tè fumante.

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