Pillole di storia. La questione meridionale

Capitolo4_indice03.1

Nel 1861 si assiste alla proclamazione del Regno d’Italia, con capitale Torino.

La costruzione del Regno non è stata un’unificazione nazionale quanto piuttosto l’espansione di uno Stato sull’intera penisola. Con queste premesse, la formazione del Paese non può certo essere un processo democratico e indolore.

L’Italia, infatti, si è formata mettendo insieme zone con economie diversissime, creando quindi un confronto diretto tra ricchi e poveri che non poteva non danneggiare gli ultimi.

I primi passi dell’economia nazionale sono, di fatto, tutti a vantaggio delle aree corrispondenti all’ex Regno di Sardegna.  Nel 1866 viene annesso il Veneto e la capitale è spostata a Firenze. Nel 1870, nonostante i precedenti accordi con la Francia, l’esercito sabaudo approfitta della sconfitta francese nella battaglia di Sedan per entrare a Roma e farne la capitale.

Nei decenni iniziali dello Stato unitario si forma il cosiddetto «triangolo industriale» tra Torino, Genova e Milano, area a forte sviluppo non solo di fabbriche ma anche di servizi e infrastrutture. Tutta la crescita è a vantaggio del Nord della penisola, andando a peggiorare una situazione di partenza già abbastanza squilibrata.

Nel 1859, prima della proclamazione ufficiale del Regno, era stata istituita in Piemonte la legge Casati che imponeva l’obbligo scolastico fino a nove anni, indipendentemente dal reddito, e sottraeva l’istruzione al controllo ecclesiastico. Con la nascita dello Stato unico occorrerebbe una normativa diversa, in grado di pareggiare le differenze regionali, ma invece ci si limita ad estendere la vecchia legge piemontese. Per le famiglie benestanti del Nord, mandare i figli a scuola non è un problema, ma per quelle povere del Sud – che vivono di quel poco che la terra offre – avere braccia in meno senza aiuti economici statali è una difficoltà in più per la sopravvivenza. A togliere braccia utili in famiglia e rendere impossibile la sopravvivenza dei poveri contribuisce anche la leva militare imposta dal nuovo esercito nazionale.

Mentre al Nord si producono armi e ferrovie, la maggior parte dei beni alimentari che il Paese consuma è prodotto nel Meridione da contadini e pastori, pagati poco e tassati molto di più. Infrangendo le promesse portate dall’esercito garibaldino, nell’ex Regno delle Due Sicilie il latifondo e lo sfruttamento dei braccianti non vengono aboliti e cambiano solo i nomi dei proprietari terrieri. Inoltre, il nuovo Stato privatizza tutte le terre del Sud: prima della conquista sabauda, molti pascoli e boschi erano di proprietà pubblica, usati dai nullatenenti per raccogliere frutta, legna e animali, mentre ora i più poveri sono in preda alla miseria e possono scegliere se morire di fame, essere sfruttati come braccianti nei latifondi o emigrare a Nord o all’estero a fare gli operai delle nuove industrie. Così, nel complesso, l’espansione piemontese ha determinato nel Mezzogiorno italiano un forte aumento della povertà e un immiserimento della qualità della vita. L’unico modo equo di organizzare un’unione politica nazionale che non soffocasse il Sud sarebbe stato quello di porre dei dazi regionali per proteggere le merci meridionali senza esporle alla schiacciante concorrenza con quelle del Nord. Quando invece c’erano Stati separati, la Napoli borbonica aveva un’economia industriale rigogliosa proprio perché le sue fabbriche, per quanto piccole, non dovevano competere con quelle lombarde e piemontesi.

In risposta alle troppe ingiustizie, tanti indigeni del Sud di tutte le età e di varie estrazioni sociali si uniscono in bande dando vita a una fitta resistenza antisabauda.

Alcune bande sono nostalgiche dei Borbone, altre sono indipendentiste, altre ancora chiedono solo un’Italia giusta ed equa, molte vogliono semplicemente veder abolito il latifondo una volta per tutte, con la redistribuzione delle terre, e avere il diritto di partecipare ai processi decisionali del Paese. Questi gruppi armati sono costituiti da alcuni ex soldati dell’esercito borbonico insieme a tanti contadini, pastori e artigiani depredati delle proprie terre e risorse, molti cattolici ma anche tanti laici. Nascosti tra i boschi e le montagne di Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia e Calabria, “partigiani e partigiane ante litteram” combattono contro il nuovo Stato, che considerano invasore: dalla propria parte, oltre all’appoggio della popolazione locale in parte fedele ai Borbone e in parte delusa dalla mancata realizzazione delle promesse garibaldine di democrazia e fine del latifondo, hanno il vantaggio di conoscere il territorio meglio dei conquistatori.

Un personaggio noto della resistenza antisabauda abruzzese è Berardo Viola (pseudonimo di Berardino Viola di Taglieti), la cui biografia si mischia alla leggenda. Perseguitato sia dal Regno d’Italia sia dallo Stato Pontificio, spesso Viola depreda ricchi e latifondisti sostenuto dalla popolazione povera della Marsica. Il suo nome leggendario deriva da un fiore, la viola, e da un santino, San Bernardo, con cui sono firmati i saccheggi da lui compiuti. Il nipote di Berardo Viola, che porta lo stesso nome, compare oltre mezzo secolo dopo nel libro Fontamara di Ignazio Silone: il personaggio, con buone probabilità realmente esistito, viene incarcerato durante il fascismo per essersi opposto alle angherie del regime, mentre la madre commenta «è il destino dei Viola» e i “cafoni” del paese mormorano «quello finirà come suo nonno».

Alle insurrezioni meridionali prendono parte anche numerose donne, smentendo lo stereotipo secondo cui le figure femminili del Sud Italia siano state dedite esclusivamente ai lavoro domestici o al massimo a quelli agricoli. Molte di loro impugnano le armi insieme agli uomini dimostrandosi abilissime combattenti, molte altre appoggiano i ribelli fornendo loro i viveri e tutto il necessario per rifugiarsi nei boschi e sui monti delle terre appena conquistate dai Savoia. Una figura di spicco della lotta femminile è quella di Michelina De Cesare, attiva nelle zone montuose che attualmente corrispondono ad Abruzzo, Molise e basso Lazio, riuscendo per ben tre anni a sfuggire alle persecuzioni del regio esercito. Catturata torturata e fucilata sul monte Morone, il 30 agosto 1868, ha subito post-mortem un’umiliazione mai usata in questo frangente sugli uomini: il suo corpo, esposto nudo in piazza, mostra che la donna è stata punita non solo per la sua resistenza armata ma anche per essersi sottratta al suo tradizionale ruolo di genere.

In seguito la storiografia conservatrice – quella stessa che, intenta a glorificare il cosiddetto “Risorgimento”, parlerà dell’invasione sabauda come di una liberazione – farà scomparire queste coraggiose figure dalla narrazione dei fatti dell’epoca.

La stampa piemontese (ormai nazionale) cerca di far passare il fenomeno non come una richiesta sociale ma come una semplice questione di ordine pubblico e attribuisce agli abitanti delle regioni meridionali l’epiteto di «terroni» e ai partigiani sudisti il nome di «briganti», accusandoli anche di depredare gli stessi paesi del Sud. Ma la popolazione locale è schierata con i ribelli. Lo Stato centrale, invece di affrontare i problemi economici messi in evidenza dalle rivolte scoppiate nel Sud Italia, risponde con una repressione feroce. Sotto il comando del generale Enrico Cialdini, le truppe sabaude sterminano interi villaggi del Meridione non risparmiando neanche i civili di tutti i sessi, le età, le estrazioni sociali e le condizioni personali e fisiche. Così le baionette piemontesi ripristinano l’ordine al Sud.

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Castellammare del Golfo (TP). Intitolazione ad Angelina Romano, scomoda testimone della violenza sabauda, fucilata a soli nove anni, il 3 gennaio 1862

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNI

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

 

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