Riflessioni di un’editrice

L’altro giorno, al termine di un interessante dibattito sulla violenza contro le donne, una avvocata è intervenuta, qualificandosi come avvocato, affermando che in un Paese come il nostro non si possa parlare di retaggi culturali che favoriscono l’accettazione della violenza, retaggi esistenti, secondo lei, solo in altre culture dove le donne sono realmente non emancipate.

Questa osservazione mi ha colpito profondamente, tanto più che proprio in questi giorni mi ero occupata a lungo del tema degli stereotipi nei libri di testo che da anni raccolgo in una pagina facebook (https://www.facebook.com/Stereotipineilibriditesto/) e nelle diapositive proiettate durante gli incontri con ragazzi e ragazze delle scuole.

È già gravissimo che le pagine dei libri su cui si formano i bambini e le bambine contengano immagini di madri sempre al lavoro in faccende domestiche, di padri seduti sulla poltrona a leggere il giornale o con la valigetta da ufficio o impegnati in varie attività professionali; e ancora di nonne, rappresentate con la crocchia in testa, mentre cucinano torte e lavorano a maglia. E ancora, illustrazioni di bambine che giocano in luoghi chiusi, magari con le bambole, o impegnate in cucina ad aiutare mamme e nonne, e di maschietti sono all’aperto liberi di far volare un aquilone e a dare calci a un pallone.

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Fonte: “Amico Albero”,  gruppo editoriale Il Capitello, casa editrice Piccoli (testo destinato alla scula primaria).

Ma è ancora più grave che ci sia chi non riconosce la gravità di tutto ciò o addirittura neghi l’esistenza di retaggi culturali alla base anche di queste rappresentazioni.

È stato infatti proprio questo l’aspetto più interessante del rilancio nei giorni scorsi, sui social network e sui quotidiani (Sabina Pignataro, La 27 ora del 5 marzo) delle pagine stereotipate presenti nei libri di testo. Non le pagine in sé – che purtroppo si conoscono bene e sono rimaste invariate da anni nonostante il progetto Polite (nato nel 1998 proprio per operare un contrasto a queste rappresentazioni stereotipate ma completamente inapplicato) e nonostante le importanti ricerche sul tema svolte da Irene Biemmi, da altri e da altre – ma l’idea pervicacemente diffusa e manifestata in tantissimi commenti, anche in pagine per lo più frequentate da insegnanti, che tutto ciò possa non essere sbagliato o che sia del tutto ininfluente.

Del resto, anche noi, non possiamo stigmatizzare queste pagine limitandoci a dire che sono assurde, che raccontano altre epoche, ma dobbiamo andare oltre e capire perché esistono, perché questi libri sono stati realizzati proprio così da coloro che lavorano nell’editoria e perché ci sono insegnanti che li adottano per le loro classi senza battere ciglio. E ciò ci porta a interrogarci soprattutto sul lavoro editoriale, sulla formazione di editor, autrici e autori, illustratrici e illustratori.

Nei corsi di studi universitari, salvo rarissime eccezioni peraltro facoltative, non sono previsti studi ed esami su questi temi, né a Lettere, né a Scienza della formazione, e neppure nelle Accademie di Belle Arti, o nelle scuole specialistiche di illustrazione, di grafica, di editoria.

Dunque non mi stupisco affatto quando ricevo proposte di pubblicazione infarcite di stereotipi, sia nel testo che nelle illustrazioni. E se arrivano sulla mia scrivania, nota per essere particolarmente attenta alle questioni di genere, quanti ne arriveranno sui tavoli di case editrici meno avvezze a cogliere le insidie dei luoghi comuni? E quanta attenzione c’è in quei libri di testo, in cui l’aspetto iconografico è considerato secondario e affidato spesso a illustratori/trici con minore professionalità?

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Fonte: “I colori della Grammatica”, edizioni Pearson (testo destinato alla scuola secondaria di primo grado)
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Fonte: “Sulle ali di Pepe”, Fabbri Editore (testo destinato alla scula primaria)

La mancanza di consapevolezza su questi temi da parte di professionisti/e dell’illustrazione, della grafica, della comunicazione poi si riflette non solo sui libri di testo e in generale sui libri per bambini e bambine, ma in generale sulla pubblicità, sulla progettazione di campagne informative, sulle locandine che promuovono eventi… e gli effetti li vediamo continuamente!  Sono effetti che consolidano a tal punto un certo pensiero che tantissime persone, come l’avvocata di cui dicevo, hanno interiorizzato così profondamente quei retaggi culturali da arrivare a negarli.

Qualche giorno fa una mamma che ha letto il libro Se dico no è NO di Annamaria Piccione, illustrato da Viola Gesmundo, mi ha raccontato che la sua bambina di tre anni riceveva ed accettava attenzioni da un suo coetaneo che comprendevano abbracci e baci sulla lingua: la dirigente della scuola dell’infanzia ha saputo solo dirle “Sono giochi innocenti tra bambini”, senza porsi affatto il problema di una così precoce sessualizzazione dell’amicizia.

Finché non comprenderemo che la violenza contro le donne, e il sessismo, dipendono in maggior misura proprio da fattori culturali da contrastare fin dalla prima infanzia, fin dalle relazioni tra bambine e bambini, offrendo loro modelli sani di relazione, di autodeterminazione, di proiezione di sé, di pienezza e libertà dei ruoli, questi stereotipi andranno sempre più consolidandosi e normalizzandosi rendendo inutile anche il lavoro di prevenzione della violenza.

 

In copertina: “Superklar!”, casa ed. Principato (testo destinato alla scuola secondaria di secondo grado)

 

Articolo di Donatella Caione 

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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