La filiera etica delle donne: il prezzo della moda

Come studiosa del diritto e come femminista sono attratta da un tema ancora poco conosciuto: il prezzo della moda. Si tratta di riflettere sulla cosiddetta fast fashion, cioè la moda a poco prezzo, che impone stili e collezioni multiple di abiti a una velocità elevatissima e a un costo bassissimo. Si conta che grandi catene di abbigliamento e di accessori, come Zara, H&M e le altre note catene low cost appartenenti al gruppo Inditex, invece di proporre le due consuete collezioni annuali per stagioni (primavera-estate; autunno-inverno) ne propongano ben 52; così che, con una cadenza settimanale, giungerebbero in negozio capi sempre nuovi di vestiario a prezzi molto contenuti.

È la moda che impone quest’uragano estetico? Sono, certamente, le imprese e le industrie del settore tessile ad aver ingenerato nel mercato della moda il fenomeno della fast fashion.

Qual è dunque il prezzo di una moda così veloce e così poco dispendiosa? Intanto, c’è da considerare l’impatto ambientale e sociale di una tale compulsa produzione. Le imprese, infatti, perseguono l’interesse aziendale esternalizzando la produzione in Paesi in via di sviluppo, dove il costo delle materie prime è bassissimo rispetto ai Paesi di provenienza, per lo più occidentali (e dunque dove è possibile intensificare al massimo lo sfruttamento del territorio straniero, ad esempio, nella coltura e nella trasformazione di cotone). Inoltre il costo del lavoro è notevolmente inferiore rispetto alle tariffe fissate negli ordinamenti dei luoghi d’origine[1].

Il tema della sostenibilità dell’industria della moda, tuttavia, non lascia la popolazione del tutto indifferente. Molte donne hanno ideato e organizzato varie campagne di sensibilizzazione.[2] Lo scopo di queste manifestazioni è controllare la filiera della produzione di abiti e divulgarne gli scenari nascosti di sfruttamento. Fioriscono dibattiti, discussioni e manifestazioni su scala globale. Fra tutte spicca il flash mob virtuale “Chi ha fatto i miei vestiti?” organizzato dalla stilista Marina Spadafora, in occasione della Fashion Revolution Day, che dal 22 al 28 aprile 2019 invita chiunque a indossare il proprio abito al contrario, mettendo in risalto l’etichetta e mostrando l’origine della produzione di quel pezzo.

Perché tutto ciò mi riguarda da vicino? Sicuramente m’incuriosisce la genesi femminile della protesta e provo a spiegarla innanzitutto con il dire che l’industria tessile (come quella del tabacco) si serve ed è dipendente dalla manodopera femminile, certamente per esigenze oggettive legate alla produzione: mani piccole, più leggere di quelle maschili, e dunque più precise e più ferme per appuntare punti di cucitura. Emergono anche, in secondo luogo, esigenze soggettive legate alla maggior esperienza e al più accentuato spirito estetico delle donne nel padroneggiare i tessili e creare con destrezza la loro trasformazione in abiti da indossare. E dunque, entra in campo la terza questione, quella dello sfruttamento del lavoro delle donne: nel 2015 un film documentario[3] “The true cost” ha aperto il primo spazio di denuncia e riflessione intorno al tema, raccontando del disastro di Rana Plaza, un edificio di otto piani dell’industria tessile del Bangladesh, dove persero la vita circa 1.130 lavoratrici e ne rimasero gravemente ferite molte altre.

Eppure, le ragioni delle donne che protestano contro il fenomeno della fast fashion le ritrovo anche altrove, nell’appiattimento e nell’omologazione dei corpi.

Per chiarire meglio questo punto, parto dalla mia esperienza. Premetto che per me è un piacere scegliere abiti, cambiarli, abbinarli, è un rituale rigenerante che comprende l’andare in giro per negozi e mercati a scovare nuovi abiti, giocarci e indossarli. Si tratta della rappresentazione simbolica del mio corpo attraverso gli abiti che scelgo di volta in volta di indossare.

Ebbene, il circuito della fast fashion incide sulla nostra corporeità, specie femminile. Parliamo di modelli “slim”, rigorosamente uguali, prodotti in serie, usando calchi di corpi asettici, senza forme, senza soggettività, in una parola: manichini.

La moda può essere in grado di desessualizzare il corpo femminile e renderlo pari a un manichino a cui far indossare un vestito non cucito e non adatto alla sua forma. Il valore simbolico del corpo femminile è mediato dall’abbigliamento che scegliamo di portare, non solo nel senso di troppo coperto, o troppo scoperto ma anche nel senso della fattura, del taglio, del colore, della misura di un vestito. Il vestito come epifania della libertà, del desiderio femminile, non a caso è sempre stato bersaglio da parte della cultura e della società maschile proprietaria. La rottura di questo paradigma sul corpo e l’estetica femminile giunge ancora dalle donne.

A questo punto viene in rilievo un altro stimolo essenziale alla riflessione. Capita spessissimo che il tema dell’ambiente sia curato dalle donne, non a caso parliamo di eco-femminismo, la cui portavoce più nota, Vandana Shiva, dichiara: «Le donne non riproducono solo se stesse, ma formano un sistema sociale e dalla loro creatività proviene quello che io chiamo eco femminismo. Le donne sono le depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di familiarità con la terra, un sapere che la scienza moderna baconiana e maschilista ha condannato a morte»[4].

E anche Luce Irigaray, da tempo, ha sostenuto «la necessità di pensare e praticare ciò che le teorie e pratiche marxiste hanno lasciato finora nell’ombra, suscitando evoluzioni economiche e culturali parziali, che non possiamo più considerare soddisfacenti: […tra cui…] il destino della terra come risorsa naturale»[5].

Se le donne sono più illuminate nel guardare al futuro, sanno mettere insieme moda, abbigliamento, lavoro e ambiente e sanno creare armonia tra terra, corpi, natura e cultura, da dove proviene questa particolarità? Probabilmente la risposta è: dalla lingua materna. È una forza rintracciabile dentro ciascuna donna e tracciabile attraverso la genealogia delle nostre antenate. Un sapere che insegna e si rigenera attraverso le donne e che insegna al mondo “come stare al mondo”.

[1] Ad esempio, la protesta che dal 6 al 10 gennaio 2019 ha animato le piazze di Dacca, la capitale del Bangladesh e uno dei più noti centri della produzione tessile per le grandi imprese della moda low cost, ne dà notizia G. Battiston, Grandi marchi e piccoli salari, in Bangladesh è rivolta nel tessile, gennaio 2019, in ilmanifesto.it
[2] Tra le più note si ricorda la Clean Clothes Campaign, nata nel 1989 per migliorare le condizioni di lavoro dell’industria del tessile, maggiori informazioni sono reperibili al sito: https://cleanclothes.org.
[3] The true cost, regia di Andrew Morgan, maggio 2015, Francia, disponibile per la visione sul portale Netflix.
[4] M. Mies, V. Shiva, Ecofeminism, London, Zed Books, 1993.
[5] L. Irigaray, Amo a te, Bollati Boringhieri, 1993, p. 26.

 

Articolo di Gemma Pacella

VeDP-9OONata a Foggia e laureata in Giurisprudenza con una tesi dal titolo “Il linguaggio giuridico sessuato: per la decostruzione di un diritto sessista”. Attualmente svolgo un dottorato di ricerca in Management and Law. Studio il femminismo che nel tempo e nello spazio attraversa la nostra civiltà.

 

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