Pietro Bartòlo: un medico per tutte le stagioni

Quando si siede alla tavola rotonda organizzata da Demos negli spazi dell’Università Roma Tre, in occasione della Giornata Internazionale della Discriminazione Razziale, tutti si fanno attenti.

Comincia a parlare pacatamente Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa che dal 1992 è il responsabile delle prime visite a tutti i migranti che giungono sull’isola e che esegue le ispezioni cadaveriche su tutti quelli che giungono morti.

Laureato in medicina all’Università di Catania con una specializzazione in Ginecologia, figlio di pescatori e pescatore lui stesso è un uomo di mare con la pelle cotta dal sole, gli occhi limpidi e buoni ma anche velati dalla tristezza di chi ha visto tante, troppe tragedie.

Da quasi tre anni, appena i suoi impegni glielo consentono, gira per l’Italia.

In particolare, per scuole e Università per testimoniare la verità, quella verità troppo spesso alterata o sottaciuta dai media.

Per fare questo ha anche partecipato alla realizzazione di Fuocoammare, il film di Gianfranco Rosi che ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2016, ed ha scritto a quattro mani con il figlio Giacomo due libri: Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranza (2016) che ha vinto, nel 2017, il premio letterario Vitaliano Brancati nella sezione saggistica e Le stelle di Lampedusa. La storia di Anila e di altri bambini che cercano il loro futuro tra noi (2018).

Mostrando una serie di immagini il “dottore dei migranti” fa vedere questa piccola isola, primo lembo d’Italia che si incontra nel Mediterraneo partendo dalle coste libiche e poi mostra la porta d’Europa.

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Si tratta di una grande porta senza battente, disegnata e decorata dall’artista Mimmo Paladino in ceramica refrattaria, alta cinque metri e larga tre, su cui sono scolpiti vari simboli dell’emigrazione, che si trova in contrada Cavallo Bianco.  La Porta vuole ricordare le quasi tremila vittime ripescate in mare negli ultimi venti anni e gli oltre cinquemila dispersi che fanno del Mare Nostrum un tragico cimitero d’acqua. È orientata verso la Libia, verso il villaggio di Al ZuWarak, da cui partono i barconi e i gommoni con il loro carico di dolente umanità.

In questi anni il dottor Bartolo ha visitato 350.000 persone e, come ci tiene a sottolineare, non ha mai riscontrato un immigrato che fosse affetto da una malattia tale da richiedere la messa in quarantena della nave.

Certo giungono malati, ma le loro malattie sono: la disidratazione, perché viaggiano a volte 7/8 giorni senza acqua, per non parlare di chi spinto dalla sete beve acqua salata con gravissime conseguenze anche sui reni. Poi stadi, più o meno gravi, di ipotermia (a volte con temperatura corporea di 26 gradi, almeno 10 gradi al di sotto della media). Tra le nuove malattie c’è quella chiamata “ malattia del gommone” che colpisce soprattutto le donne.

Ultimamente vengono usati gommoni di fabbricazione cinese (che costano appena 20,00 euro, contro i prezzi molto più alti delle tristemente note “carrette del mare”). Sul fondo di questi si forma una miscela di carburante e acqua di mare altamente ustionante. E sono soprattutto le donne a “bruciarsi” e restare deturpate per tutta la vita, perché vengono fatte sedere sul fondo del gommone a chiglia piatta, mentre gli uomini siedono sui bordi per proteggerle dalle ondate.

Le donne arrivano a Lampedusa, come i loro compagni di avventura maschi, dopo viaggi interminabili e lunghe permanenze nei campi libici prima di essere imbarcate. Ma i rischi per loro sono molto maggiori. Le donne, siano esse giovani, vecchie bambine, sono state tutte violentate e non solo per desiderio sessuale ma anche per sfregio, spesso perché appartenenti a etnie considerate inferiori.

Donne che in molti casi arrivano incinte o che addirittura partoriscono sui barconi. Donne coraggiose, nonostante tutto e tutti, come quella giovane che non avendo nulla con cui legare il cordone ombelicale del suo piccolo partorito sul gommone si è strappata una ciocca di capelli usandola come laccio emostatico.

Oppure come quella piccina di quattro anni che non mangiava lei i biscotti che le offrivano, ma li riduceva a piccoli pezzi per imboccare la mamma che stava malissimo, come fosse stata un uccellino da nutrire e sostenere.

Donne coraggiose molto più degli uomini i quali in molti casi non reggono ed hanno un crollo psicologico quando si rendono conto che Lampedusa è solo una tappa di un viaggio molto più lungo, non un punto di arrivo ma un punto di partenza di una strada fatta ancora di lacrime e stenti.

La commozione è visibile sul volto del dottore quando parla dei bambini, dei tanti salvati, dei tanti che non l’hanno fatta, dei troppi che non è riuscito a salvare e che popolano i suoi sogni.

Parla della sua angoscia ogni volta che deve aprire uno di quei maledetti sacchi neri usati per contenere i cadaveri nella paura di trovare un bambino vestito con gli abiti da cerimonia, perché le madri preparano i figli allo sbarco sul suolo italiano vestendoli come per una festa!

La commozione è anche tra il pubblico quando ascolta la storia di Kebrat, giovanetta che sembrava morta, ma il dottore ha sentito un fievolissimo battito del polso… Racconta, emozionato come quella volta, la corsa all’ospedale, le prime cure, la lunga degenza. Ora Kebrat vive in Svezia, è sposata, ha un figlio e ogni anno torna a Lampedusa, quando il 3 ottobre si ricordano le 368 vittime del terribile naufragio del 2013, a ringraziare il suo salvatore. Alla fine della testimonianza del dottor Pietro una spontanea standing ovation conclude la mattinata.

Il dottore si schermisce e dice: “Faccio solo il mio dovere. Non sono un eroe, sono un medico”.

Pietro Bartolo, ginecologo e medico dei migranti a Lampedusa, continuerà a percorrere l’Italia raccontando la sua toccante verità perché tutti sappiano, perché tutti prendano coscienza di quanto sta accadendo, perché nessuno possa dire “Io non sapevo”, perché tutti possano ritrovare i sentimenti di empatia e accoglienza che dovrebbero essere prerogativa dell’Umanità.

 

Articolo di Anna Maria De Majo

G_faThuj

Laureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, dopo la carriera come Assistente di Antropologia presso la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali della stessa Università, si dedica alla letteratura giovanile, iscrivendosi all’Associazione Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile e collaborando alla rivista del Gruppo con articoli su vari autori/autrici e recensioni di libri.

 

 

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