Quando la desinenza di una parola tradisce un sistema precostituito 

Quante volte avete sentito dire dalla vostra insegnante di matematica “Sei davvero una ragazza intuitiva” oppure “Sei una genietta?” La mia esperienza, di studentessa molto brava in matematica, non ricorda nulla di simile.

Il problema non sta soltanto nella desinenza femminile della parola utilizzata e della sua scarsa diffusione. I dati infatti mostrano una presenza poco diffusa delle donne nelle università ad indirizzo scientifico: sono appena il 21% degli iscritti nei corsi di laurea in ingegneria e il 30% nei corsi di area scientifica.

Questo dato appare ancora più strano se si considera che mediamente i voti delle donne, nelle scuole superiori, sono più alti di quelli degli uomini, anche nelle materie scientifiche. Allora cosa succede?

Le motivazioni che spiegano tale fenomeno sono molteplici e il fine di questo articolo non è sviscerarle tutte con precisione minuziosa, soltanto cercare di capire se e quali comportamenti si possano attuare con le bambine del futuro, per renderle più sicure nell’affrontare tutte le sfide alla loro portata.

Da diversi studi condotti è chiaro che non esiste un singolo gene responsabile delle “abilità matematiche”, ma un insieme di attitudini che donne e uomini possiedono ugualmente. Dai dati emerge inoltre che le donne non si ritengono brave nelle materie scientifiche, qualunque sia il voto riportato nella singola disciplina, e questo le porta a non intraprendere studi universitari di questo tipo perché non si sentono all’altezza di poterli concludere. Il problema dunque è: come aumentare l’autoefficacia percepita delle donne?

Un aspetto fondamentale è l’atteggiamento di genitori e insegnanti, soprattutto nei primi anni di scolarizzazione. Alle elementari i bambini e le bambine costruiscono la loro auto efficacia non tanto sui voti ottenuti, quanto ascoltando i giudizi ad essi connessi. Se un genitore commenta un buon voto in matematica dicendo “Si impegna così tanto”, la bambina potrebbe iniziare a pensare che la sua bravura non dipenda dalle sue qualità ma solo dal suo studio e questo potrebbe portarla a non essere sicura delle proprie doti e abilità. Se invece un genitore afferma “Ha preso un buon voto, d’altronde è portata per la matematica” la bambina accrescerà la sua autoefficacia percepita perché sentirà di avere una dote naturale verso quella materia. È chiaro che non vi sto suggerendo di mentire ai vostri figli o alle vostre figlie, semplicemente di fare attenzione al lessico utilizzato con loro soprattutto quando frequentano i primi anni dei cicli di istruzione scolastica.

Un altro atteggiamento da evitare, soprattutto nelle mamme, è il mostrare alle figlie una solidale comprensione verso la difficoltà nelle materie scientifiche, dicendo “anche io non capivo nulla”: sembra che questo aumenti gli stereotipi di genere e porti le bambine a pensare che sia “naturale” che le donne siano meno abili in matematica. Non è importante che tutte le donne siano brave in matematica o in fisica, ma che tutte loro si sentano in grado di poter affrontare con sicurezza queste discipline.

Come dice Amalia Finzi, una scienziata italiana di brillante carriera, regalate alle bambine bambole e meccano perché non tutte devono essere delle ingegnere ma se vogliono esserlo non possono non aver giocato con il meccano.

 

Articolo di Sara Rutigliano

VA_rZQCELaureata in matematica, insegna matematica e fisica in un Liceo di Roma.  Da sempre accompagna alla sua passione verso la matematica un grande interesse verso ciò che non è scientifico.  Si occupa di didattica della matematica attraverso l’associazionismo e la collaborazione con Università ed enti di ricerca. È convinta che la matematica sia una disciplina accessibile a tutti/tutte.

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