I diari di Dora

La filosofia di Silvia: … tutto si trasforma e io cerco di non guardare troppo indietro, che praticante buddista sarei se lo facessi…

Con Silvia Palombi ci siamo conosciute al momento del suo trasferimento da Milano a Trieste, quando lei decise di liberarsi di alcuni oggetti per “viaggiare leggera”. Ovviamente mi era già nota come cofondatrice delle edizioni Charta, ma in quell’occasione, ricevendo in dono una copia del suo libro Via della Palombella, scoprii una storia di famiglia che era assai più di una semplice biografia.
Ora dal baule dei ricordi emergono i diari di sua madre Dora, raccolti in tre quadernoni che vanno dal ‘44 al ‘51 e cessano dopo il matrimonio, avvenuto il 14 giugno 1951. Nei diari la città di riferimento è Roma. Ma sono tanti i punti di questa mappa geografica di varie generazioni in frequente movimento.
A Milano la famiglia si trasferisce nel 1965 per vicende legate al lavoro del padre, con l’idea di sostarvi un anno per poi andare ad Atene, dove si trattava di sistemare la consociata greca Carlo Erba per tornare infine a casa, a Roma, dopo una decina d’anni (tanto era il tempo messo in bilancio più o meno). A Milano tutto frana e per dirla con le parole di Silvia: “Rimaniamo con una mano davanti e una di dietro, come don Falcuccio, perché Milano ci rimane indigesta: dal centro di Roma eravamo andati a vivere vicino a piazzale Maciachini, verso Niguarda, dove nel 1965 non c’era letteralmente niente. Io ho pianto un anno, papà era di umor nero, così mamma per rimanere vicino a noi scelse di rinunciare a lavorare, lei che era uscita di casa da ragazza e lavorava a Il Mondo di Pannunzio”.
C’è un altro luogo del cuore e si chiama Gora. Chiedo a Silvia come nasce e mi spiega che “salta fuori perché da adolescente io non ho più voglia di andare ogni estate e ogni fine settimana alla casa di Lezzeno sopra Bellano, la casa di mia nonna paterna (nata lì), e comincio a puntare i piedi per rimanere a Milano. Non posso invitare un’amica, non posso far niente lì, e siccome la casa è piccolissima, scomoda e col gabinetto fuori, i miei ne cercano, finalmente, una un po’ migliore, che vada meglio anche a loro, e trovano questa, che adesso curo come una persona, una struttura antica, dicono quasi medievale, bellissima, spartana, che all’inizio era senza acqua, senza luce e col gabinetto in cortile e adesso è una casa fascinosa, dove tutto è conservato come all’origine e con fatica viene mantenuto in buone condizioni…”.
In un andirivieni da luogo a luogo, da aneddoto ad aneddoto, si dipana un lessico famigliare più avvincente di un racconto a puntate e incito Silvia a cominciare dalle nonne. “Le due famiglie non potevano essere più diverse. Nonna Gina, la mamma di mamma, molto avanti per l’epoca, fin troppo disinvolta, esuberante e incoercibile, ha avuto tre figli da tre uomini diversi: Jolanda la prima, statuaria, biondo cenere, occhi come un gatto, poi mia madre, Dolores, detta poi da tutti Dora, più delicata (e fregnona, diceva lei, che le prendeva regolarmente al posto della sorella furba che combinava guai e scappava), bella da perdere il fiato, nata il 21 aprile 1920 a San Felice Circeo, forse figlia del capostazione, chissà, e infine Ettore, il cui padre ridusse finalmente nonna all’obbedienza, diciamo così, sposandola. Quell’uomo buono voleva adottare mia madre ma morì prima di riuscire a fare tutte le carte. Nonno, l’unico nonno che avevo, era sarto pontificio. A casa, a Roma in via della Palombella, c’era un viavai di monsignori, cardinali, a provarsi le vesti.
Nonna Maria, la mamma di papà, di sette tra fratelli e sorelle di contadini di Lezzeno, paesino del lago di Como, era l’unica a non voler avere a che fare con la terra e tutti i giorni scendeva a piedi a Bellano e arrivava in treno a Dervio dove lavorava alla cooperativa. Lì conobbe il bel tenente Guglielmo Palombi, mandato dal Genio militare a disegnare una linea difensiva sul Legnoncino, che non si fece scrupolo di corteggiarla e metterla incinta, così la sprovveduta giovane si sposò in fretta e furia e approdò alla casa di famiglia del nonno, a Roma, e dopo una gravidanza dai tempi fumosi durata più o meno quattro mesi dal matrimonio, il 5 dicembre 1919 nacque Piergiuseppe, papà. Entrambe le famiglie erano originarie delle Marche ma altri punti di contatto non mi vengono in mente”.
Ecco, ora il quadro genealogico è più chiaro. E veniamo a Dora e ai suoi diari. Vedendo l’immagine di Dora Romei viene spontaneo osservare che le foto di quegli anni ci trasmettono donne che sorridono guardando in camera. Non sono scatti da book pubblicitario. Esiste un filo diretto tra i loro e i nostri occhi.
Silvia conferma che ai tempi dei diari, ma anche prima, dal ’42 in avanti, per le strade di Roma giravano fotografi che scattavano e mandavano le foto a chi dava loro qualche lira. “Ho una gran quantità di scatti fatti per la strada a mamma, con o senza parenti, con papà, mentre camminano o stanno fermi, lei e gli amatissimi cugini Arnaldo e Gianna, lei e sua sorella… Mi ha sempre colpito il fatto che nessuno in nessuna foto ha un atteggiamento dimesso, curvo, triste. C’era la guerra, a Roma facevano la fame, in certe foto sono magrissimi, in altre hanno la preoccupazione che gli tira l’espressione, ma sempre dritti, sorridenti o seri, mai accigliati”.

E i diari? “L’archivio dei diari è il posto giusto per la custodia della memoria, un posto prezioso pieno di storie; quando sono andata a donare quelli di mamma mi ha accompagnato un amico più che caro, il mio fratello-non-fratello; ci siamo scelti, sono figlia unica ma dovevamo essere in tre, mamma non portava a termine le gravidanze, l’unica finita bene, anche se dopo otto mesi, è stata la mia. Il piccolo museo ci ha colpito molto, io mi sono proprio innamorata per la cura, la delicatezza, la discrezione, l’affetto con cui circondano chi va lì a portare un pezzo di famiglia, un pezzo di cuore e di visceri, fanno sentire a proprio agio chi ha deciso di rendere pubblici aspetti di intimità di famiglia. Nei giorni in cui sono stata a Pieve ho donato un diario di papà… parteciperà l’anno prossimo, quando avrebbe compiuto cent’anni. La fondazione, ideata e creata nell’84 da Saverio Tutino, raccoglie documenti autentici, non rielaborati né corretti da altri. Gli scritti inediti fatti pervenire entro il 15 gennaio di ogni anno potranno partecipare gratuitamente alla selezione del Premio Pieve che prevede per il vincitore un premio in denaro e la pubblicazione con l’editore Terre di mezzo”.
Serva di sprone a chi desidera mantenere viva la memoria di persone care attraverso i loro diari!
Gli archivi di Pieve Santo Stefano si trovano in provincia di Arezzo, presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale che è commentata nel sito come “La casa della memoria privata degli italiani. Un archivio unico e di interesse nazionale. Punta di diamante della Cultura italiana”.
Per Silvia sono cimeli preziosi.
“Li ho letti, riletti, ci ho pianto, riso, riflettuto, ogni tanto li prendevo, li toccavo, uno lo ha rilegato lei, alla bell’e meglio, come faceva lei pratica e sbrigativa, con un cartoncino rosa spento e dei punti metallici, gli altri due glieli ha rilegati papà, con stoffa, cuciti come sapeva fare (gli piaceva rilegare i libri, era bravo), ha applicato anche un monogramma, la D maiuscola di Dora. Ci ho messo tre anni a decidermi per la donazione, penso che non ci sia luogo migliore dove custodirli”.
Dora Romei era nominata anche in un volume pubblicato da Mazzotta nel 1981 con il titolo Volontarie della libertà di Mirella Alloisio e Giuliana Beltrami e c’è da chiedersi come le autrici fossero riuscite a risalire a una donna così schiva. Forse varrebbe la pena fare qualche ricerca in merito e rimane un peccato che Dora non avesse avuto il libro quando era ancora viva; di certo si sarebbe commossa. La cosa singolare è che viene citata a pagina 72 e lei è morta a 72 anni. Come la cerimonia a Pieve del 16 settembre, anniversario della sua morte… tutto torna, sempre.
Durante la cerimonia, incontrando a Pieve le partecipanti alla Commissione di lettura, Silvia è rimasta colpita dalle loro schede, in particolare da quella più dettagliata, così penetrante, quasi che la lettrice fosse riuscita a entrare nella vita di Dora senz’altra conoscenza che le sue parole.

STRALCI DAI DIARI

5.6.1944
Dopo tanti mesi d’oppressione, oggi finalmente si tornano a vedere visi lieti, fronti spianate, Roma piena di bandiere sembra che gridi un inno di liberazione. Eppure si sa perfettamente che la guerra non è finita, anzi ora c’è da temere che i tedeschi possano venire a bombardare Roma. Ma ciò non turba la serenità degli spiriti la gioia della vera e, finalmente, sicura libertà. Libertà di agire, di pensare, di far ciò che si vuole.
Questa mattina per la prima volta si è entrati nella sede del Partito Liberale Italiano, che da tanti mesi aspettava con le sue stanze mute, i corridoi chiusi, che arrivasse il giorno della liberazione.
Che luce negli occhi di tutti i miei cari e buoni liberali!
L’avv. Libonati, l’avv. Cattani, Brosio, Rizzo, Zambruno, il conte Carandini, l’avv. Costa, il prof. Gentile, il dott. Scialoia che sempre aveva qualche parola gentile da dirmi.
Tutti, tutti buoni, umani, onesti, per me sono le persone più care e gentili che abbia conosciuto. Per quanto poco capisca della psicologia umana, so che il loro scopo non è di arrivisti. Difendono il loro ideale, quello della nostra Italia perché sia libera e non tradita. Il dott. Bartoli, Pannunzio e tanti altri, possono respirare liberamente senza il timore di esser presi in una razzia o svegliati in piena notte per essere portati in carcere, oppure in qualche luogo dove erano somministrate le più orribili torture, barbarie che soltanto i tedeschi potevano inventare. Perché stento a credere che i fascisti – sono italiani – le sapessero prima.
Per quanti mesi ho vissuto le loro ansie, i loro dolori, che a volte si leggevano sui loro volti anche se non ne parlavano, che cosa non avrei dato per far sì che i loro occhi si rischiarassero, le loro fronti si spianassero di tutte quelle pieghe che l’avvilimento vi formava. Ma io, purtroppo, niente potevo fare. Ed oggi sono felice, felice per tutti loro e per me stessa. Sono finite le nere giornate di incubo e di pena, niente ho potuto fare per il movimento liberale ma se in qualche cosa sono potuta esser utile ad aiutarli l’ho fatto di tutto cuore e ne sono stata ricompensata dall’abbraccio affettuoso e commosso datomi dall’avvocato Cattani incontrato nei corridoi del Partito, e dalle stima e rispetto che tutti hanno per me.

6.6.44
Passeranno gli anni, la vita mi separerà dal cammino di tutti loro che per tanti mesi ho seguito giorno per giorno, gli sono stata accanto ed ho vissuto la loro vita e i loro crucci, ma non dimenticherò i loro volti né i loro nomi che mi son diventati cari come persone di una numerosa famiglia. D’altra parte come non volergli bene se sono sempre stai cari gentili e rispettosi verso di me?
Sono felice eppure mi dispiace che tutto sia finito. Ora si tornerà alla vita normale, io al mio solito lavoro di tutti i giorni, loro hanno la loro strada da percorrere.
Quali più, quali meno hanno già la loro meta segnata dal destino e dalla loro capacità intellettuale, passerà il tempo e dimenticheranno la signorina dello studio Libonati, e tutto sarà finito. Questo mi dà un poco di malinconia e la mia gioia è soffusa di tristezza ma è meglio non pensarci. Nella vita non c’è mai la felicità intera, completa, sarebbe troppo bello. Se una persona fosse completamente felice si dovrebbe vedere sospesa nel vuoto e questo non è mai accaduto, infatti un cielo senza una nube, tutto azzurro, d’un azzurro carico, è uniforme, dà fastidio agli occhi.

7.6.44
Oggi è venuto alla sede del Partito l’on. Orlando. Che bella figura di vecchio e d’italiano. Ha detto poche parole, ma dette con una commozione che mi hanno fatto piangere, avevo tanta vergogna di apparire come una povera sciocca ma le lacrime scendevano e non potevo frenarle. Mi sono guardata attorno per vedere se qualcuno faceva attenzione a me, ed ho visto il conte Carandini che era nelle mie stesse condizioni! Quindi non ero solo io! Non perché fossi una donnicciola le parole di s. eccellenza mi hanno commossa.
Più tardi, finito di parlare l’onorevole, sono tornata al mio posto, entrando in presidenza ho incontrato l’avv. Cattani che mi ha presentato all’on. Casati. Mi ha fatto passare addirittura per un’eroina, che esagerato! Per quel poco che ho fatto? E tutti loro? Come dovrebbero essere chiamati? M! L’avv. Cattani è sempre troppo buono e i suoi meriti li attribuisce agli altri. Però anche qui sono restata come una sciocca protestando e divenendo rossa rossa quando Casati mi ha abbracciata e baciata con le lacrime agli occhi. Questo mi ha molto commosso e son dovuta scappare.

Sempre l’avv. Cattani, più tardi, mi ha presentata alla moglie e ancora elogi (sempre più esagerati).
La signora Cattani non è molto bella, nella mia immaginazione me l’ero creata differente, ma è tanto buona. Ha gli occhi con la stessa espressione della mia Nonnina, la stessa manina bianca e affusolata con le unghie rosate, piccolina; appena mi ha guardata ho avuto un tuffo al cuore ed ho visto il viso di Nonna.

Nonna cara, credi che possano esserci persone che abbiano il tuo cuore, la tua bontà, i tuoi sentimenti? Guardando quella signora credo di sì.

(…)

13.6.44
Addio mattinate piene di movimento e di confusione, addio amici tutti.
Voi presto mi dimenticherete ma io vi ricorderò sempre. Ricorderò tutte le giornate passate insieme nell’ansia e nel terrore di non rivederci uno con l’altro.
Quanto materiale bruciai il giorno dell’arresto del dottor Pannunzio, Che ore! L’avv. Zambruno che non viveva più (che paura aveva!) e tutti gli altri con lui. quanti thè per far passare le ore aspettando, per telefono, le più strane comunicazioni.
E la povera signorina che doveva correre da un punto all’altro di Roma per tenerli in collegamento e dare le notizie dell’uno all’altro.
Chi mi ispirò il giorno che non volli far scendere il conte Carandini per via Condotti e lo richiamai per le scale? Lo feci passare per la porta di servizio e lo salvai. Questo è un mistero e lo rimarrà per sempre. Ora tutto è finito e la signorina non serve più, la sede funziona a perfezione. È tutto tornato nella normalità o quasi, ed io torno al mio ufficio, giorni uguali, monotoni, ma senza corse su e giù per i corridoi, senza sentirmi più chiamare da cento persone allo stesso momento senza ricevere risposte sgarbate da nessuno.
Sono contenta di andarmene, eppure mi dispiace.
A! Dora, Dora sei sempre la solita, hai proprio bisogno di sentirti utile a qualcuno. Basta! È meglio che tutto rimanga così e se qualche volta debbono ricordarmi pensino a me come La signorina dell’avv. Libonati.

I libri delle edizioni Charta per Silvia, i diari per Dora… il karma continua.

Articolo di Nadia Boaretto

53533198_542573072903441_1839967571609124864_nLaureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano.

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