Il colore e la favola

Il colore e la favola. Una favola colorata si può dire quella che Simone Cristicchi mette in scena alla Sala Umberto di Roma (oggi ultima replica romana) con il suo “Manuale di volo per uomo”, un vero e proprio vademecum dell’anima per imparare a vivere, a volare dentro la vita e a vedere la bellezza, cominciando proprio dalle piccole cose.

In effetti si parte dal bianco. Una bianco gelido, come d’ospedale, con pareti che sembrano di ghiaccio. Bianco è il letto, ancora somigliante a quelli anonimi da nosocomio, un letto che all’inizio dello spettacolo sembra accogliere un cadavere, interamente coperto da un lenzuolo, bianco anche quello, come la sedia, bianca, che quasi aiuta chi narra a parlare. Bianca è, sempre all’apertura di scena, la tuta indossata dal protagonista.

Poi tutto cambia. Lo spettatore assiste a un crescendo del racconto e della sua liricità che si evidenzia proprio con l’aumentare e modularsi del colore: alle pareti, sulla tuta che veste il protagonista, con la presenza di una pianta portata in regalo (a chi? A un personaggio immaginario o reale?), con la luce stessa, sempre più calda.

Comincia la favola-storia di Raffaello, un uomo di poco più di quaranta anni (nato come Cristicchi il 5 febbraio del 1977, segno evidente di rimando dell’autore/attore del monologo con il personaggio), ambientato, con una scena unica,  in una stanza spoglia dalle pareti bianche e arredata solo con un letto e una sedia. Sul letto chi guarda, ma anche il personaggio narratore, pensa ci sia il corpo della madre ritrovata, non cadavere, come si è indotti a pensare all’inizio, ma immobile, quasi evanescente e presente, di tanto in tanto, unicamente con flebili lamenti che sono di richiamo a quel figlio perso e ora ritrovato, da non abbandonare di nuovo.

Il monologo inizia quasi aspro e con rabbia. Raffaello racconta alla madre come sia stata triste la sua vita, nel convento delle suore dove lei lo ha lasciato (seppure la madre si curi di scrivere puntualmente alle suore per sapere notizie del figlio e paghi sempre le cinquantamila lire della retta mensile). Le racconta il suo rancore e le sue sofferenze. Ma di volta in volta, uscendo e entrando dalla porticina di lato alla stanza, di visita in visita, una scena dopo l’altra, i suoi toni si fanno più caldi e la sua tuta si dipinge sempre più di blu, e porta sul palco, tirandolo con un filo, come un amorevole cagnolino, un regalo per la mamma: una pianta a cui si diletta a lucidare le foglie. La vita si fa avanti, ed esplode!

E lo fa con uno dei quadri di Marc Chagall, dove domina il blu e il volo! Un quadro che occupa tutte le pareti e ci fa partecipe di quel legame intenso dell’autore e attore con il pittore ebreo russo. Come per Chagall il colore blu è il colore dell’anima. Come per il simbolico artista dell’est europeo (anche il grande amore di Raffaello viene dall’est, “con le stigmate degli ultimi” ) il tema del volo è ricorrente e esprime la gioia dell’amore.

Il volo è centrale come abbiamo visto in questa delicata e poetica opera del cantautore romano. E’ la possibilità di abbandonare le situazioni stagnanti, di andare a cercare strade nuove, di ri-trovare gli altri e ri-tornare a se stessi. E infatti con un simbolico volo Raffaello ritrova Simone. Cristicchi seduto sulla pedana da cui ha “spiccato il volo”, racconta se stesso, le sue sofferenze di bambino, la morte del padre che lo ha ferito e “incarcerato”, non solo metaforicamente, in uno stanzino da cui è “volato” via grazie ai colori che gli hanno fatto amare di nuovo la vita. Quei colori che aveva già cantato in “Ti regalerò una rosa” collegata anche alle sue ricerche sulla malattia mentale (Il rimando, come nella canzone dell’ultimo San Remo, al film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, pare automatica, come una citazione) e quell’amore per il volo, per incoraggiarsi e ritrovarsi insieme cantata qui: “Ti Immagini se cominciassimo a volare/Tra le montagne e il mare/Dimmi dove vorresti andare/Abbracciami se avrai paura di cadere/Che nonostante tutto/Noi siamo ancora insieme”.

Articolo di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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