Il fuoco e la pietà

Scrive Victor Hugo: «Senza dubbio è ancor oggi un maestoso e sublime edificio, la chiesa di Notre-Dame di Parigi. Ma, per quanto bella si sia conservata invecchiando, è difficile non sospirare, non indignarsi di fronte al degrado, alle incalcolabili mutilazioni che il tempo e gli uomini hanno inferto a quel venerabile monumento, senza alcun rispetto per Carlomagno che ne posò la prima pietra, né per Filippo Augusto che ne posò l’ultima», e prosegue, amaro, chiarendo che tra le cause delle «innumerevoli tracce di distruzione impresse sull’antica chiesa, la parte del tempo sarebbe la minore, la peggiore quella degli uomini, soprattutto degli uomini del mestiere».
La sentenza di Victor Hugo è impietosa, ma nulla toglie allo sgomento che ha preso milioni di persone, nel tardo pomeriggio del 15 aprile scorso, vedendo alla televisione e sui social network le fiamme divampare dalla cattedrale, e la guglia e il tetto crollare. Le immagini, diffuse in tutto il mondo in tempo reale, hanno colpito i sentimenti e la fantasia, e subito si sono affastellate le notizie, più o meno ipotetiche, sui danni inferti dal fuoco alla chiesa e alle opere d’arte in essa contenute, sull’incolumità delle persone che erano al suo interno o in prossimità e soprattutto sulle cause e le responsabilità. Queste sono state attribuite a un incidente di cantiere e paiono escluse azioni dolose. L’inchiesta tecnica e legale che è partita subito le accerterà, ma è lecito aspettarsi che ci vorrà molto tempo. Meglio dunque non fare ipotesi che potrebbero essere confutate.
La cattedrale, come abbiamo imparato molto rapidamente in questi giorni, soffriva di incuria, come tante altre opere, a causa dei fondi insufficienti destinati alla cultura e all’arte, al punto che un commento frequente sui social è stato: proprio come da noi.
Ma Victor Hugo, nel 1831, non lamentava tanto gli insulti del tempo, quanto i danni che volutamente, in epoche diverse, a questa e ad altre architetture sono stati perpetrati dalla volontà di persone, soprattutto di specialisti/e, che hanno continuato ad avvicendarsi nella manipolazione del monumento.

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Notre Dame de Paris prima del restauro di Viollet le Duc

La flèche che abbiamo dolorosamente visto crollare tra le fiamme, per esempio, era stata eretta dall’architetto Eugène Emmanuel Viollet-Le-Duc nel 1860, durante un restauro lunghissimo e molto discusso, in sostituzione del «grazioso, piccolo campanile» (Hugo) che si erigeva all’incrocio fra navata centrale e transetto, e che era stato distrutto nel 1787. La guglia di Viollet-Le-Duc però non era piccola né tantomeno portava campane: era, insieme alla folla di mostri, gargoyles e chimere, che ora per noi sono il simbolo stesso dell’architettura gotica, il frutto della fantasia romantica dell’architetto, la sua concezione di restauro, basato sì sullo studio meticoloso delle fonti storiche, ma finalizzato alla costruzione di una forte identità nazionale. Ossessionato dalla forma perfetta e dall’autenticità totale, reinventò il gotico di sana pianta. Il mito della cattedrale simbolo millenario di cristianità andrebbe dunque quantomeno rivisto. Ciò non significa che Notre-Dame sia solo un pastiche di epoche sovrapposte e che il mito vada demolito, ma solo che ogni tempo ha dato il suo contributo e il suo valore. Tenendo conto di questo, il dolore provato dalla vista della distruzione è enorme.

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Il rogo di Notre-Dame

Oggi rattrista e irrita leggere le pagine di alcuni giornali e i tweet polemici di alcuni commentatori. Nonostante i primi comunicati e l’avvio dell’inchiesta, necessariamente lunga e meticolosa, c’è chi si è sentito in dovere di collegare l’incendio di Notre-Dame al terrorismo. «Non ci sono vittime, ma pare l’11 settembre», «Voglia Iddio che non ci sia stato lo zampino di qualche delinquente», ha titolato nella sua pagina online Il Secolo d’Italia la mattina seguente al disastro.
Come ha scritto Goffredo Fofi, «la cattedrale è l’opera collettiva per eccellenza, è l’emblema del popolo di Parigi (…) Ma intorno fervono la Vita e la Storia, in tutti i loro contrasti: la Corte e la corte dei miracoli, i lussuosi saloni e le navate della chiesa e, a un passo di lì, le segrete più orride e le stamberghe più malsane, il fiume e la fogna, il carnevale e la penitenza, il banchetto e la fame, la cultura piegata al potere e l’ignoranza in cui il potere vuole che il popolo rimanga». Tornano dunque alla mente i contrasti descritti nel romanzo di Victor Hugo e, soprattutto, il senso di pietà, di amore e di rispetto del deforme Quasimodo nei confronti della zingara Esmeralda. È questo senso di amore e di rispetto che vorremmo vedere oggi.
Subito dopo l’accostamento dell’incendio di Notre-Dame alla distruzione delle Twin Towers, sulla stessa pagina del Secolo d’Italia, un altro titolo: «Quella in Libia non è la nostra guerra: chi scappa non deve venire in Italia». La pietà cede il passo all’orrore.

Il brano di Victor Hugo è tratto dal capitolo 1, libro terzo, di Notre-Dame de Paris, (1831) nella traduzione di Donata Feroldi, Feltrinelli, Milano 2002. La citazione di Goffredo Fofi è tratta dalla prefazione alla stessa edizione.

 

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

 

 

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