F come fiori

Neanche con un fiore? Vi hanno raccontato bugie. Dolci, romantiche: ma bugie.

Le donne si picchiano eccome, tanto che si arriva ad ucciderle. In Italia accade in media una volta ogni tre giorni. Su dieci uccisioni, 7,5 sono precedute da maltrattamenti, violenza fisica o psicologica. I figli, piccole vittime di violenza assistita, apprendono così che l’uso della violenza è normale nelle relazioni affettive.
In tutto il mondo le donne fra i 15 e i 44 anni hanno maggiori probabilità di morire o restare menomate a causa della violenza maschile piuttosto che per la somma complessiva di tumori, malaria, guerra e incidenti stradali.
La violenza di genere è agita da uomini diversissimi tra loro: non ha passaporto, non ha residenza, né etnia, né fede religiosa, né classe sociale, né professione, né età.
Secondo i dati più recenti nel nostro Paese 6 milioni e 788mila donne di ogni condizione hanno subìto abusi fisici o sessuali nell’arco della loro vita. Questo accade soprattutto tra le mura domestiche, proprio nel luogo in cui dovrebbero sentirsi maggiormente protette.
Gli uomini le picchiano perché non accettano che siano libere: libere di lavorare, libere di scegliere come vestirsi e dove andare e con chi, libere di amare un altro o di smettere di amare e basta. Le picchiano e le uccidono per non farle andare via, per non sentirsi rifiutati. Per non dover dire agli altri che lei se n’è andata.
In quegli atti violenti parla il linguaggio del possesso (mia o di nessuno!), non quello dell’amore. Non si maltratta, non si uccide chi si ama.
L’analisi storica e sociologica aiuta a comprendere.
Non è perché gli uomini sono malvagi che alcuni di loro umiliano o uccidono le loro compagne, ma perché la società nel corso dei secoli ha creato in loro la convinzione di essere i legittimi proprietari del corpo femminile e che il loro desiderio sia il solo a contare. Questa convinzione, costruita socialmente e a lungo radicata nella legge, nella letteratura e nei media, ha creato lo squilibrio di genere che è all’origine della violenza e che deve cambiare.
Spesso sono le stesse vittime a scambiare la possessività con la gelosia, il controllo e la manipolazione con l’amore. Nessuna donna dovrebbe accettare un rapporto in cui è sempre il compagno a dettare le regole.
I primi segnali sono individuabili già a partire dalle scuole medie, in cui una preadolescente su dieci dichiara di avere un “fidanzato” particolarmente possessivo. Dobbiamo dire loro che se si valuta il rischio correttamente è possibile capire se ci sarà un’escalation della violenza: i maltrattanti si comportano infatti tutti in maniera molto simile. Considerano la compagna una proprietà, ne sono gelosi al punto da isolarla dal mondo, da impedirle progressivamente di uscire, di avere una propria vita sociale; spesso la umiliano fino a distruggere la sua autostima.
I vissuti della donna che permane in una situazione simile sono quelli di un progressivo svuotamento interiore, di una perdita di fiducia nelle proprie capacità. La percezione di se stessa come impotente, inadeguata, colpevole fa in modo che si indebolisca sempre più e resti invischiata nella relazione perversa, scivolando così in una spirale senza fine.
Mi diceva che sono grassa, che sono stupida, che sono brutta: e io andavo davanti allo specchio, mi guardavo con gli occhi suoi e mi dicevo che forse aveva ragione.
Capire in tempo può significare salvarsi.
Secondo l’Istat negli ultimi otto anni sono raddoppiate le donne che considerano la violenza subìta un reato, ma sono ancora una minoranza, il 36%. Questo vuol dire che è cresciuta la coscienza femminile, ma ancora di strada se ne deve fare tanta. Solo circa il 7% delle violenze, sia fisiche che sessuali, da partner o ex-partner sono denunciate alle autorità, per vergogna o per mancanza di fiducia; nel 33% dei casi le vittime non hanno parlato con nessuno della violenza subìta, e soltanto nel 2,8% si sono rivolte ad un Centro antiviolenza.
I Centri antiviolenza sono i luoghi in cui vengono accolte le donne che hanno subìto violenza: lì sono coadiuvate passo passo nel loro percorso di uscita dall’incubo. Per le emergenze esistono linee telefoniche dirette (il 1522 è attivo 24ore al giorno, tutti i giorni dell’anno), case rifugio. Una rete di sostegno preziosa, capillare e gratuita, ma ancora troppo poco conosciuta.

 

Illustrazione di Marika Banci

1--BExhxDopo la laurea in Lettere moderne, Marika si iscrive al corso triennale di Progettazione grafica e comunicazione visiva presso l’ISIA di Urbino. Si diploma nel 2019 con una tesi di ricerca sulle riviste femministe italiane dagli anni ’70 ad oggi e la creazione di una rivista d’arte in ottica di genere dal nome “Biebuk”. Designer e illustratrice, ha dedicato alle tematiche femministe molti dei suoi ultimi progetti.

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, “Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.

 

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