Le direttrici d’orchestra. Testimonianze e riflessioni sociologiche

Quando mi alzo per dirigere non penso se sono un uomo o una donna. Faccio il mio lavoro, affermava Nadia Boulanger rispondendo a un giornalista. Questa è ancora oggi una delle prime domande che vengono rivolte alle direttrici d’orchestra, e ognuna di loro risponde più o meno pazientemente allo stesso modo.
Essere direttrice d’orchestra significa essere, ancora, nel XXI secolo, un’eccezione. La normalità del suo lavoro è riconosciuta raramente. C’è un muro da parte degli agenti, degli organizzatori di teatri e festival, perché questo “essere sensazionale” serve per creare curiosità, aiuta a vendere in modo occasionale, ma anche a conservare le donne nella ghettizzazione.
Quando una donna sale sul podio, soprattutto se è bella è quasi impossibile che la stampa non crei l’eco dell’eccezionalità: “Una donna dirige ed è anche affascinante!”
Nel ‘900 molte donne hanno studiato direzione, spesso come autodidatte, perché generalmente i maestri non le accettavano nelle proprie classi di insegnamento, ma sono comunque riuscite a dirigere importanti orchestre.
Per rompere la barriera sedimentata nei secoli, le donne crearono delle orchestre tutte al femminile come la “Vienna Ladies Orchestra” (1867), diretta da Josephine Weinlich, oppure “Fadette Women’s Orchestra”(1868), diretta da Caroline Nichols, o la “Philadelphia Symphony Orchestra” (1921), diretta da F. Lehman.
Dal 1870 i conservatori iniziarono ad ammetterle nelle classi di prove orchestrali e di composizione, ma in tutta Europa le donne poterono accedere in giorni e orari diversi dagli uomini, con programmi di studio sottostimati – “especially organized for their requirements” – e di fatto la direzione d’orchestra come lo studio di molti strumenti erano preclusi (violoncello, strumenti a fiato, ecc.) per la posizione fisica disdicevole, non adatta alla reputazione di una donna. Anche quando il diritto formalizzò la piena libertà di agire delle donne, di fatto, per decenni continuarono a vivere sotto la guida e il controllo sociale di padri, fratelli, mariti.
Ancora oggi nei corsi di direzione di orchestra, in media su cento diplomati solo cinque sono donne e di queste una minoranza riesce a dirigere un’orchestra.
La compositrice Ethel Smyth, scrive nel 1921:

Ciò che mi sta davvero a cuore è quanto accade nel campo della musica. Durante la guerra divenne impossibile proseguire senza introdurre donne nelle orchestre e, detto spassionatamente, poche cose mi impressionarono maggiormente del nuovo suono ottenuto, più brillante e caldo. Si percepiva uno spirito nuovo e fresco – senza dubbio il risultato, almeno in parte, di una rivalsa di ‘genere’, nel miglior senso del termine. (…) L’atteggiamento degli Inglesi verso le donne nei vari settori artistici é ridicolo e incivile. Non c’è sesso nell’arte. Come si suona il violino, come si dipinge o si compone è ciò che veramente conta. Nei Paesi in cui l’istinto estetico è grande, e coltivato – in Francia, per esempio – il giudizio é pulito ed oggettivo, e una donna che pratichi un’arte è semplicemente un’artista fra gli artisti. Qui in Inghilterra, dove l’istinto langue, e non viene educato, il primo e l’ultimo giudizio sulla sua opera provengono dal sesso [1].

È interessante, rimarcava la direttrice d’orchestra Elke Masha Blankenburg, che fino ad oggi non troviamo una direttrice con una posizione fissa oltre i 55 anni di età [2]. Le direttrici più anziane non sono chieste da nessun parte, riescono ad imporsi solo se giovani e belle. La maturità nell’interpretazione, la conoscenza della pratica musicale, un orecchio esperto, non contano. Invece il pubblico ascolta con fervore i concerti, diretti da signori di 70, 80, 90 anni. Come Pierre Monteux che dirigeva la London Symphony Orchestra con un contratto stabile: all’età di 80 anni ha ricevuto un prolungamento per 25 anni. Leopold Stokowski ha sottoscritto a 92 anni un contratto con la RCA per altri 10 anni [3].

Un esempio tra i tanti: Nicoletta Conti si é diplomata in pianoforte, composizione e direzione d’orchestra, è divenuta assistente di Leonard Bernstein, ha debuttato dirigendo l’orchestra di Santa Cecilia, ha diretto l’Orchestra Arturo Toscanini, la Covent Garden e la Royal Philarmonic Orchestra, ma non ha un’orchestra stabile.
Così Nicoletta Conti spiega come vive la sua vocazione:

“ (…) si tratta di una professione dura (sia per gli uomini che per le donne), un iter lungo e difficile che richiede oltre a energia e coraggio, autostima e sicurezza. Caratteristiche, queste ultime, che gli uomini hanno avuto storicamente più occasione di coltivare.
Il talento non basta. Il mondo dello spettacolo, dalla direzione artistica di un teatro a quella di un ente concertistico é gestito da lobby maschili molto forti: dinamiche politiche, amori, nepotismo. Le donne occupano ancora un ruolo marginale. Sono legata alla musica attraverso un filo indissolubile, quindi il concetto di “sacrificio” per me non esiste. Certamente le persone che mi stanno accanto, nei miei momenti di maggiore impegno devono dimostrare comprensione e una certa elasticità. Non credo che sia impossibile conciliare la vita privata e la musica.

Mentre l’Occidente convive con stereotipi duri a morire, in Medioriente alcune musiciste emergono ribellandosi alla dominazione religiosa e politica. Esemplare é la storia di Negin Khpolwak, la prima direttrice d’orchestra di cui si ha notizia grazie ai mass media e ai social network. Negin non porta il velo, ha vent’anni ed è ribelle al potere talebano che le impediva di studiare musica, tanto che durante un suo concerto un kamikaze si è fatto esplodere in platea.

Per la mia gente sono una vergogna. Perché vado a scuola. Perché faccio musica. (…) Tanti vorrebbero richiuderci nelle case, impedirci di fare musica. Io invece voglio dimostrare ogni giorno che le donne afghane possono fare tutto. Se mi ammazzano non mi importa, io non mi fermo. Lo devo alle altre donne [4].

La sfida nel XXI secolo è quella non solo di non considerare più una direttrice d’orchestra un’eccezione alla regola, ma anche la possibilità che si possano scegliere programmi concertistici con musiche composte da uomini e donne.

[1] E. Smyth, Streaks of life (trad. Stralci di vita, secondo dei volumi dell’autobiografia di E. Smyth a cura di Orietta Caianiello), London, Longmans, Green, 1921, pp. 237-240.
[2] L’unica eccezione è Ewa Michnik (Polonia).
[3] Da una lettera di Elke Mascha Blankenburg inviata a Milena Gammaitoni il 30 ottobre 2012.
[4] Da un’intervista rilasciata di Tonia Mastrobuoni, http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/19/news/negid_khpolwak_afgana-156407414/?refresh_ce

 

Articolo di Milena Gammaitoni

-SSaQ4nAProfessoressa di Sociologia Generale presso l’Università di Roma Tre, l’Università Jagellonica di Cracovia e la Sorbonne Nouvelle di Parigi. Si occupa di questioni relative all’identità, storia e condizione sociale di artiste e artisti, metodologia della ricerca sociale di tipo complementare. Cura e pubblica saggi in libri collettanei, riviste scientifiche e culturali ed è autrice di tre volumi monografici.

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