Buon compleanno servizio postale!

Dopo l’unificazione italiana, all’interno del complesso dei problemi che la Destra storica si trovò ad affrontare, vi fu quello di riunificare e riorganizzare le amministrazioni postali degli Stati preunitari.
La legge 604 del 5 maggio 1862 rispondeva a questa esigenza, ribadendo il concetto di servizio pubblico – in regime di privativa – del servizio postale. Lo Stato unitario si poneva cioè, per le zone ove fosse presente un ufficio postale o una collettoria autorizzata, quale unico gestore del servizio stesso. Ma, per la verità, il “miracolo” si era già in parte compiuto.
Facciamo un passo indietro, fino al 1840. In effetti tutto accadde nell’arco di una generazione. In tutta Europa, sino a quel momento, la tariffazione adottata da qualsivoglia vettore, sia pubblico che privato, era di grande complessità e si basava, in linea di massima, sulla combinazione di due valori: il peso (o in alcuni casi la lunghezza della comunicazione scritta: un foglio, un foglio e mezzo, due fogli, eccetera) e la distanza della località di destinazione.
Ma questo soltanto a livello nazionale. Infatti la corrispondenza che avesse dovuto varcare i confini nazionali era sottoposta ad una ulteriore tariffazione di transito. L’entità dei diritti di trasporto, transito e consegna era legata ad accordi bilaterali fra singoli Stati.
La incertezza e la complessità degli oneri tariffari, sia nazionali che – a maggior ragione – internazionali, era motivo di estremo rallentamento delle comunicazioni (sottoposte ad ogni passaggio a registrazione), causa di abusi di ogni genere, e lasciava esposti – questo il dato più importante – al rifiuto degli oggetti a destino, dato che solo una piccola quantità di oggetti consegnati ai corrieri era munita di “porto franco”, era cioè pagata all’origine e nulla era dovuto alla consegna. La tariffazione “in porto assegnato” era inoltre preferita proprio in virtù della incertezza tariffaria e del rischio che l’oggetto, alla fine, non fosse consegnato.
Si può immaginare cosa significava spedire nell’Italia preunitaria: una lettera da Roma a Milano era gravata di diritti di impostazione a Roma, di diritti di transito del Granducato di Toscana e del Ducato di Parma, del diritto di posta a Milano; era sottoposta a singole registrazioni per ogni transito e per il tasso di cambio delle singole divise!
Il problema era sentito, in particolare, in Inghilterra, dove, con lo sviluppo industriale, cresceva anche l’esigenza di rapidità e di certezza delle comunicazioni, e la farraginosità e la complessità del sistema di tariffazione rappresentavano un grave ostacolo all’aumentare vertiginoso del traffico postale di quegli anni, a causa delle crescenti comunicazioni commerciali e dell’inurbamento, con i conseguenti flussi di popolazione.
Sir Rowland Hill ebbe l’intuizione di semplificare il sistema di tariffazione, non prendendo più in considerazione la distanza della località di destinazione e tendendo a scoraggiare il porto assegnato quale sistema di tassazione, così da ridurre radicalmente i costi per il porto franco.
Era la nascita del postage stamp, ovvero del francobollo: un rettangolino di carta gommata effigiato che rendeva riconoscibile l’esazione in partenza della tassa di porto.
Le intuizioni di Sir Hill si rivelarono corrette e la semplificazione, la radicale riduzione tariffaria, la garanzia del General Post Office circa l’affidabilità del servizio, lo scoraggiamento del franco a destino (tariffato in misura maggiorata) generarono un aumento di traffico tale da compensare in brevissimo tempo le minori entrate per singolo oggetto originate dalla riforma.
Gli Stati dell’Italia preunitaria adottarono il nuovo sistema per le proprie amministrazioni postali soltanto pochi anni dopo. Le prime emissioni di francobolli, (“bolli di porto franco”, ecco l’origine del nome) avvennero nei primi anni Cinquanta dell’Ottocento: 1850 nel Lombardo-Veneto, 1851 nel Regno di Sardegna, 1852 nel Granducato di Toscana e nello Stato Pontificio.
L’ultimo Stato preunitario a dotarsi di francobolli fu il Regno delle due Sicilie, che li adottò solo nel 1858. Una curiosità: i francobolli borbonici e quelli pontifici, per il ristretto arco di tempo nel quale furono in uso, rappresentano oggi delle vere rarità filateliche il cui valore può in alcuni casi sfiorare oggi i 150.000 euro.
La riunificazione del sistema postale – e sostanzialmente la nascita delle Poste Italiane – rientrava nella tradizionale politica della Destra storica italiana venata di centralismo sabaudo (i regolamenti attuativi si rifacevano direttamente a quelli del Regno di Sardegna e la serie dei francobolli riprese direttamente, dotandole di dentellatura, le precedenti emissioni sabaude). La Destra era stretta dalle necessità di organizzazione dello Stato unitario su cui gravava la enorme eredità di debito che le guerre risorgimentali avevano lasciato, e in questo disegno si inquadrava anche la riforma del 1862. Tutto ciò era accompagnato, d’altra parte, da un sincero interesse per l’efficienza dell’elemento pubblico che, nel bene e nel male, guidò i primi passi del regno d’Italia e dei suoi governi.
In quello stesso periodo, a livello internazionale, con l’affermarsi delle privative statali, il regime dei transiti tendeva ad essere superato in favore di un generale snellimento degli adempimenti frontalieri (computo in base ai chilogrammi di posta, regolati dalle singole amministrazioni).
Nel 1863 iniziarono i colloqui fra i delegati delle amministrazioni postali che portarono, nel 1874, alla nascita della Unione Postale Universale (Upu), organo internazionale regolatore dei pesi, delle tariffe e dei regolamenti.
Alla Upu aderiscono oggi tutti gli Stati del pianeta.
Il mondo cambia rapidamente e il 1866 vide la posa del cavo telegrafico sottomarino destinato a collegare Europa ed Americhe. Ma questa è un’altra storia.

 

Articolo di Iulo Giannoli

iulo 400x400.jpgIulo Giannoli, laureato in Filosofia, si interessa in particolare di semiotica ed ha concentrato le proprie attenzioni su Roland Barthes. Per esigenze di carattere professionale ha avuto modo di affrontare anche tematiche giuridico-economiche. Si interessa per puro diletto di musica antica.

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