8 maggio. La guerra è finita

L’8 maggio 1945, con la resa incondizionata firmata a Berlino dal generale tedesco Wilhelm Keitel al generale sovietico Georgij Konstantinovič Žukov, finì la Seconda guerra mondiale in Europa. Il giorno precedente il generale Alfred Jodl aveva fatto la stessa cosa a Reims, davanti al generale statunitense Dwight D. Eisenhower, ma la notizia fu data solo il giorno seguente, quindi l’8 maggio è considerata la data ufficiale della fine del conflitto, durante il quale morì una quantità di persone più o meno pari alla popolazione italiana di oggi.

L’8 maggio è citato in una canzone che fece furore nel  millenovecentosessantotto, Ho difeso il mio amore, versione italiana di Nights in White Satin del gruppo inglese The Moody Blues, incisa prima dai Ribelli e poi dai Nomadi. Come nella miglior tradizione degli anni Sessanta, le versioni italiane di grandi successi stranieri (in prevalenza angloamericani) arrivavano in vetta alle classifiche e quelle originali rimanevano spesso del tutto ignote. Ma non si trattava mai di vere traduzioni: il testo italiano, di Daniele Pace, non ha nulla a che vedere con l’originale: è un confuso racconto di qualcuno che trova una lapide in un campo di fiori (era l’epoca del flower power…) su cui è narrata la storia di un tale che è innamorato di una tale, ma un altro tale «gliela strappa di mano» e il primo, per “difendere” il suo amore, l’8 maggio ammazza non si capisce se la tale o l’altro tale; poi chiede cantando perdono. Che una cronaca di omicidio o femminicidio, perpetrato in quello che negli anni Sessanta era il giorno della festa della mamma, abbia trionfato a Hit Parade dovrebbe sembrare assurdo, ma così andavano le cose nel luccicante mondo dello show business (e oggi non sono cambiate di molto).

Il brano originale (1967) è tutt’altra cosa, anche se il testo, come spesso in quegli anni, è piuttosto ermetico. Non c’è nessun assassino. Il primi versi dicono: «Notti in raso bianco / che non arrivano mai alla fine / Lettere che ho scritto / senza volerle mai spedire». I Moody Blues sono un gruppo longevo e questa canzone è una delle più famose del rock britannico. La si può trovare facilmente su YouTube ed è interessante leggerne i commenti. Uno dei primi, firmato “e16able”, recita in inglese: «Non ho mai dimenticato questa canzone. Significa molto per me. Ero di stanza in Vietnam e ricordo di aver scritto lettere ma di non averle mai spedite alla mia famiglia a causa degli orrori che c’erano scritti. Ogni volta che l’ascolto ricordo il Vietnam e quando ero là pensavo a casa». La musica, prima o poi, ci fa fare i conti col passato.

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Le Stars in una foto ufficiale e, a destra, durante un momento di riposo in Vietnam

Nel millenovecentosessantotto, mentre il commentatore “e16able” scriveva lettere che non sarebbero mai spedite, tentava di salvare la pelle e ascoltava il rock dopo aver probabilmente ammazzato qualcuno che non conosceva, cinque ragazze toscane, di cui una sola maggiorenne, finirono in Vietnam senza aver capito bene perché. Erano Le Stars, un gruppo musicale (oggi lo si definirebbe band, allora era un complesso, o un’orchestrina) che godeva di una certa notorietà a Livorno e provincia, che aveva al suo attivo esibizioni e piccole tournée in giro per l’Italia, che non aveva mai inciso un disco ma che traboccava di belle speranze. Poiché erano brave, aprivano spesso i concerti di gruppi e solisti allora di gran voga, come i Pooh, i Giganti, i Camaleonti, i Corvi, Patty Pravo, Fausto Leali. Nel 1966 un giovane Gianni Morandi aveva inciso un brano di Franco Migliacci e Mauro Lusini, splendidamente arrangiato da Ennio Morricone, C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, che salì subito le classifiche e che parlava con toni struggenti e popolari di un ragazzo statunitense ucciso nel Vietnam.

In quegli anni la guerra in Vietnam permeava l’immaginario e l’esperienza di moltissime persone che per la prima volta si affacciavano alla politica, quasi sempre sui banchi di scuola o in fabbrica, e permise che tali immaginario ed esperienza diventassero condivise. Su di essa sono stati versati fiumi di inchiostro e girati chilometri di pellicola, per non parlare delle canzoni che, nate a caldo in un’America coinvolta fino al collo (550.000 soldati presenti nel solo 1969, circa 60.000 morti e 300.000 feriti in totale), hanno subito sciamato nel resto del mondo sull’onda di una globalizzazione già allora presente e guidata dagli Usa. Gli eventuali libri, film e canzoni nordvietnamite, invece, non arrivavano, nonostante le stime delle perdite assommassero, alla fine del conflitto, a circa un milione di combattenti e 4 milioni di civili. Ma è così che funzionava. In ogni modo, gran parte del mondo artistico statunitense espresse un giudizio di condanna della guerra, il mercato musicale era dominato dagli Usa e quindi, paradossalmente, l’immagine che l’America diede di sé in quegli anni fu spesso guerrafondaia e oppressiva (benché redditizia).

Le Stars partirono per una tournée asiatica che pareva loro un’occasione d’oro. Giunte a Manila furono poi dirottate in Vietnam, dove fu loro detto che dovevano suonare per i militari statunitensi in guerra. Non potevano rifiutare: il contratto, letto con superficialità dal loro manager Ivo Saggini, era pesantissimo, quindi dovettero andare avanti. La loro storia è stata scritta dalla tastierista Daniela Santerini in Choi-oi!. In Vietnam con l’orchestrina (Erasmo Libri, Livorno, 2008) ed è stata narrata nello splendido documentario di Wilma Labate Arrivederci Saigon. Le cinque Stars –  Daniela Santerini,  tastierista; Viviana Tacchella, chitarrista; Rossella Canaccini, cantante; Franca Deni, bassista; Manuela Bernardeschi, batterista – vissero dall’ottobre 1968 al gennaio 1969 sotto le bombe. Non capivano una parola d’inglese. Salivano sul palco anche quattro volte al giorno, mangiavano pochissimo e malissimo, facevano amicizia con ragazzi bianchi e neri con cui si capivano a segni e a risate e che spesso tornavano dentro una bara drappeggiata con la bandiera statunitense. Suonavano la musica nera –  Wilson Pickett, Aretha Franklin, Otis Redding e tante altre grandi stelle del firmamento soul – che avevano ostinatamente ricercato e conosciuto fra Piombino, Livorno e Pontedera in un’epoca in cui, se ti piacevano blues e derivati, non li potevi trovare sui social e dovevi faticare un bel po’. I soldati semplici, bianchi e soprattutto neri, le amavano; gli ufficiali le detestavano.

Al ritorno trovarono l’ostracismo: le loro famiglie operaie, il Partito comunista in cui si riconoscevano, tutte Livorno e Piombino le accusarono di collaborazione col nemico; nessuno si preoccupò di capire la loro paradossale situazione e, soprattutto, la loro giovane età.

Scrive Daniela Santerini: «Il Vietnam non me lo sono scordato mai. A volte mi basta sentire odore di birra e sigarette per tornare in un secondo a quei tre mesi sconvolgenti. Pian piano i ricordi si sfumano, gli “odori” del Vietnam li sento sempre meno… ma li sento ancora. Sapete perché rilessi il diario nel 1978? Perché la mia mamma, dieci anni prima, l’aveva battuto a macchina in ufficio, ne aveva fatto un fascicoletto che sembrava un libro […] Quando c’ero [in Vietnam] desideravo solo scappare, tornare a Pontedera  […]  una volta tornata, fino a pochi anni fa mi è presa del Vietnam una cocente nostalgia, avrei dato chissà cosa per tornarci…».

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La regista Wilma Labate alla macchina da presa e, a destra, il ministro degli Interni Matteo Salvini con un mitragliatore alla festa dei Nocs, 10 ottobre 2018

Anche questa guerra è finita, altre invece no. Il nostro dovere è di ricordare e pazienza se chi ha vissuto una guerra non riesce a separare la nostalgia della giovinezza dalla condanna per l’orrore. Il ricordo deve essere attivo, non solo commemorativo. Il ricordo si agisce facendo film, libri, canzoni, dipinti, fumetti, scendendo in piazza anche se pare inutile. Il ricordo riguarda il corpo, non la fantasia, e con il corpo va elaborato. Per questo amo molto le immagini di Wilma Labate, che fa, e ben poco quella di Matteo Salvini, che fa finta (ed è meglio così). Al profano i due strani macchinari nerastri possono sembrare molto simili, ma uno solo dei due fa la fine della guerra.

 

Articolo di  Mauro Zennaro

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Mauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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