Una vita da donna

Essere donna, l’ho sempre considerato un fatto positivo, un vantaggio, una sfida gioiosa e aggressiva. Qualcuno dice che le donne sono inferiori agli uomini, che non possono fare questo e quello? Ah, sì? Vi faccio vedere io! Che cosa c’è da invidiare agli uomini? Tutto quello che fanno, lo posso fare anche io. E in più, so fare anche un figlio. 
[da Padre Padrone Padreterno, Mazzotta 1976]

Joyce Lussu è entrata nella mia vita di storica, di femminista, di donna, tardi… la mia me giovane, rivoluzionaria e controcorrente ha spesso provato diffidenza e quasi sempre volutamente ignorato i consigli degli adulti soprattutto quando erano preceduti da frasi del tipo: “ah se ti piace la storia non puoi non leggere…”, “sei antifascista, allora devi assolutamente prendere…”, “ma come, ti piacciono le leggende e non conosci…” .
Così ho aspettato anni prima di fare la conoscenza di questa personalità immensa, così immensa da riempire con le sue parole e la sua passione tutto quell’angolo di mondo sperduto che sono le Marche e debordare fino a lambire l’anima di chi abbia il coraggio di avvicinarsi a lei. Non l’ho amata subito però: la trovavo interessante e affascinante ma a farmela diventare una presenza cara e necessaria è stata la voce amica e profonda di Elena Carrano. Proprio con la voce di Elena e le parole di Joyce siamo solite aprire e chiudere il racconto delle donne le cui vite sono confluite nel volume collettivo #leviedelledonnemarchigiane: non solo toponomastica (ODG Edizioni, 2017). Ed è proprio insieme ad Elena che ho deciso di scrivere questo articolo. Il patto è il seguente: io racconterò la vita, i passaggi, gli incontri e i traguardi ed Elena insinuerà qui e là le parole, la voce, i colori, le emozioni di Joyce. E se, come ha scritto Camilla Iaconi introducendo la voce a lei dedicata in #leviedelledonnemarchigiane, «raccontare di Joyce Lussu è come intraprendere un viaggio lungo quasi un secolo» non possiamo che augurarvi buon viaggio, un viaggio che ha inizio l’8 maggio 1912 in quel di Firenze, città in cui Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti ebbe i natali.

Se nessuno camminasse al nostro fianco non sapremmo che camminiamo, se nessuno ci parlasse non saremmo capaci della parola, se i nostri dati anagrafici non interessassero nessuno non saremmo nemmeno nati.
[da Inventario delle cose certe, Andrea Livi editore,1998]

Terzogenita di una famiglia ricca e fuori dagli schemi: Guglielmo Salvadori, il padre, è filosofo positivista e docente universitario mentre Giacinta Galletti di Cadilhac, sua madre, è una donna colta e libera. Entrambi i genitori, progressisti e antifascisti, sono di origine anglo-franco-marchigiana. Da loro Joyce eredita, per dirla con Camilla Iaconi, «la varietà e duttilità di caratteri, lingue e culture dei suoi avi» mentre il fare rivoluzionario sarà un lascito dello «spirito libero delle nonne inglesi». Dalle Marche invece trarrà la concretezza e il pragmatismo tipico degli uomini e delle donne di questa terra chiusa tra un mare piccolo e una montagna grande, delle sue storie e delle sue leggende. È proprio lì, infatti, tra il verde delle colline fermane che Joyce, divenuta adulta, si sentirà a casa.

Amavo molto questa madre femmina 
duttile e democratica 
e amavo molto il mio padre-compagno 
che sapeva dire “ho sbagliato” 
che odiava la caccia e la guerra 
e non mi aveva battezzato 
per non impormi un superpadre. 
[da Inventario delle cose certe, Andrea Livi editore,1998]

Nella Firenze del primo dopoguerra, dove i suoi genitori si erano stabiliti dopo aver vissuto a Lipsia per diversi anni, inizia la sua formazione politica: il padre e la madre partecipano insieme ai figli alle manifestazioni operaie e pacifiste che animano la città. Sono gli anni dei fasci di combattimento prima, delle squadracce fasciste che imperversano ovunque, della marcia su Roma e del regime che diventa sempre più solido e nero: sono gli anni in cui bisogna decidere da che parte stare e i genitori di Joyce non hanno dubbi.
Come quella volta, nel ’21, quando Joyce è stata schiaffeggiata fortemente da un giovane in camicia nera perché non ha voluto dire “viva il fascio e viva Mussolini” e racconta:

Corsi a casa con gli occhi gonfi e il sangue che mi colava dal naso e trovai mia madre; mi lavò il viso con acqua fresca, mi dette una fetta di pane con burro e zucchero sopra e mi ascoltò in silenzio. Poi, mi disse: «Hai fatto bene». Solo dopo molti anni capii quanto doveva esserle costato. Avevo nove anni. 
[da Portrait, Transeuropa, 1988]

Il 1 aprile 1924, Guglielmo Salvadori, dopo aver scritto e pubblicato su giornali inglesi due articoli sulla natura liberticida e dittatoriale del fascismo, viene sfregiato e brutalmente aggredito. La famiglia è costretta a lasciare Firenze e l’Italia fuggendo in Svizzera. Dopo aver frequentato per un breve periodo una scuola ispirata ai valori della non violenza, prosegue la sua formazione da privatista ricevendo un’educazione non formale. Negli anni trenta entra in clandestinità ma ciò nonostante si laurea in Lettere alla Sorbona e in filologia a Lisbona. È proprio nella primavera del ’33 che incontra per la prima volta a Ginevra “Mister Mill”, Emilio Lusso.

Emilio ti ricordi 
quando ci siamo incontrati 
la prima volta 
in una casa svizzera linda e lustra 
di cera e di tendine 
e già la sera stavamo abbracciati 
in un letto a una sola piazza 
e poi tanti decenni di cose fatte insieme 
e le assenze 
i viaggi lunghi e brevi 
tu partivi io partivo 
ci mandavamo cartoline 
fino all’incontro successivo… 
[da Inventario delle cose certe, Andrea Livi editore, 1998]

È un colpo di fulmine che dà i suoi frutti però solo cinque anni più tardi, dopo un matrimonio con Aldo Belluigi, un giovane di Tolentino, presto naufragato e annullato a San Marino, e dopo gli anni africani. Negli stessi anni la madre di Joyce rientra in Italia, nella casa di campagna di San Tommaso (Fermo). È sorvegliata per le sue attività e indicata come “antifascista irriducibile” tanto che il 26 agosto 1941 viene arrestata e rinchiusa prima nel carcere di Ascoli Piceno e poi spedita al confino sulle montagne abruzzesi. Intanto nel 1939 Joyce ed Emilio si incontrano di nuovo e nel 1940 si sposano con un rito laico. Insieme vivono gli anni della guerra partigiana e la Liberazione: anni raccontati in Fronti e Frontiere (1944), L’uomo che voleva nascere donna (1976) e Lotte, ricordi e altro (1992).
C’è un pensiero che fa parte del suo bagaglio culturale e di vita, con il quale è entrata nel mondo adulto e l’ha percorso a testa alta, e che è alla base di ogni sua azione:

che la donna ha le identiche capacità dell’uomo di realizzarsi come essere umano; 
che si acquista dignità sviluppando l’intelligenza e non circondandosi di oggetti costosi;  
che la cultura e la coscienza politica sono la stessa cosa;  
che bisogna guadagnarsi il pane al più presto per non dipendere da altri; 
che i rapporti amorosi con l’altro sesso non hanno nessuna connessione coi problemi economici e la sicurezza sociale, che sono straordinariamente belli e importanti e coinvolgono, non solo le sensazioni e i sentimenti, ma anche tutte le componenti morali, politiche, ideali ecc. della personalità.  
[da Padre Padrone Padreterno, Mazzotta 1976]

Nell’estate del 1944, nasce Giovanni e Joyce diventa madre.

Mio figlio nacque alle otto. Ma non lo vidi subito, perché ero tutta stracciata e intontita, e mi misero non so quanti punti. Quando me lo portarono, mi parve che tutte le primavere del mondo rifiorissero insieme. Com’era bello! Aveva la pelle bianca e distesa e morbidi capelli neri; era tutto rifinito, con ciglia e sopracciglia e le unghie rosa sui piedini; mi guardava con i suoi occhi intensi – immaginavo che mi guardasse – con espressione grave e amichevole. «Non me ne vuole», pensai, «per averlo portato in mezzo a queste macerie e a questa crudeltà».[…] Era immobile e silenzioso come un sasso.[…] Come aveva vissuto il passaggio dal caldo e scuro alveo materno al grande mondo dell’aria e della luce, dei pericoli e dell’insicurezza? Di che cosa aveva bisogno, oltre al cibo, al calore, alla pulizia della pelle tenera e delicata? In che modo era umano, lui che non aveva nessuna esperienza, mentre io non sapevo misurare l’umanità che dalle esperienze? Che cosa dovevo fare per proteggerlo dall’infelicità? Che cosa dovevo fare per proteggerlo dalle sofferenze, per aiutarlo a vivere? Come avrei potuto evitare di fare degli errori terribili e irrimediabili, di nuocergli per ignoranza, perché non avevo capito chi era? Non avevo mai riflettuto su queste cose: avevo creduto che fare un figlio fosse una cosa semplice, ‘naturale’, che camminava da sé. E mi trovavo di fronte a una realtà imprevista e sconvolgente, che buttava all’aria tutte le mi sicurezze faticosamente costruite. 
[da Portrait, Transeuropa, 1988]

Nell’Italia repubblicana contribuisce alla nascita dell’Unione Donne Italiane (UDI) dal quale però prenderà le distanze nel 1953 rivendicando una reale partecipazione e integrazione femminile nella politica.

Mi accorsi via via che la società italiana, compagni compresi, mi confinavano in un ruolo riduttivo, predeterminato, che non era stato scelto né da Emilio né da me. Dovunque andassi e qualsiasi cosa facessi, ero la ‘moglie di Emilio Lussu’, una specie di riflesso dai contorni imprecisati, cui si richiedevano, come virtù principali, discrezione, devozione e buone maniere […]. Sgomenta, decisi di fuggire. 
[da Portrait, Transeuropa, 1988]

Nel dopoguerra viene eletta consigliera nel Partito d’Azione a Porto San Giorgio candidandosi senza esito anche alla Costituente nelle Marche. Questi sono anche gli anni dei viaggi e dell’incontro con culture e storie diverse. Traduce Nazim Hikmet, Agostinho Neto, Josè Craveirinha, Alexander O’Neill, Ho Chi Mihn e, per dirla con Camilla Iaconi, «altri poeti erranti e anonimi, con i quali era legata dal filo rosso dell’amore per la vita e per la diversità dei popoli e che ha tradotto più per affinità intellettuale e morale che per analisi e studio filologico e linguistico. Tradurre poesia (1967)». Scopre anche la Sardegna a cavallo legandosi a questa terra, alle sue donne e ai suoi uomini: a loro dedica la raccolta di racconti L’innesto e l’olivastro del 1982. Ma Joyce è anche una donna capace di cogliere l’entusiasmo e le spinte di novità che la circondano: per questo motivo nel ’68 si lascia trasportare dal vento di cambiamento che sembra scuotere la società italiana e non solo.
Sta con i giovani e in loro ripone speranza in un futuro diverso.

Ricominciamo l’inventario senza farmi mettere in crisi da chi mi dimostra che tutto quel che dico è scandalosamente approssimativo e che faccio del vocabolario un uso piatto e abborracciato. 
Posso usare soltanto parole tra le quali mi sento a mio agio. 
Posso soltanto parlare. 
Perciò parlo. 
[da Inventario delle cose certe, Andrea Livi editore,1998]

Nel ‘76 scrive Padre, padrone, padreterno e nel ’77, L’acqua del 2000. Dopo la morte di Emilio Lussu, alla fine degli anni Settanta, Joyce decide di tornare a casa, nelle Marche e qui inizia ad occuparsi di storia locale. Lo fa come sempre a modo suo, partendo da sé e dalle sue origini: Le inglesi in Italia dedicato alle sue antenate e, poi, insieme ad altri la Storia del Fermano. Grazie a lei la storiografia inizia ad accendere i riflettori sulla montagna marchigiana che fino a quel momento era considerata una realtà senza storia. Camilla Iaconi scrive che Joyce «racconta la storia della Sibilla e delle Comunanze Picene a partire dalle antiche comunità pre-cristiane e nella demonizzazione del mito sibillino, ricercandone le cause storiche e politiche.

Quel che è grave, continuò la Sibilla, è che si piantino delle menti dei giovanissimi, racconti di violenze e disumanità; non con il senso critico, ma esaltandole e lodandole come fonti originari della civiltà con la C maiuscola. Gli eroi d’Omero e di Virgilio sono dei ragazzini immaturi e sconsiderati che giocano a menar le mani, e a farsi a pezzi senza alcun motivo accettabile. 
[Da Il libro delle streghe. Dodici storie di donne straordinarie, maghe, streghe e sibille, ed. Gwynplaine 2011]

Restituisce alla Sibilla e alla donna il suo posto all’interno della comunità dedicando a questi temi diversi lavori: Il libro delle streghe, Il libro Perogno, Le Comunanze Picene».

È tutta, lei,” fu il mio primo pensiero. “È una donna intera.” È abbastanza raro trovare una donna veramente intera. In generale, alle donne hanno sempre tolto qualche cosa: autonomia, autorità, identità. 
[Da Il libro delle streghe. Dodici storie di donne straordinarie, maghe, streghe e sibille, ed. Gwynplaine 2011]

Scrittrice, intellettuale, storica, partigiana e politica: Joyce fu tutto questo tanto che il Comune di Offida (Ascoli Piceno) ha deciso di dedicarle uno slargo in città proprio in occasione del 25 aprile 2019 cogliendo l’occasione per organizzare un incontro pubblico sui temi dell’antifascismo e della guerra di Liberazione.
Ma Joyce Lussu fu molto di più.
Come scrive Camilla Iaconi, «Joyce Lussu è stata una rivoluzionaria come lo erano i poeti erranti che ha incontrato e tradotto».

Forse la poesia è proprio questo: portare dentro di sé un mondo che non c’è – ma ci dovrebbe e ci potrebbe essere – migliore. 
[Da Tradurre poesia, Robin Edizioni, 1998]

«Come loro,» aggiunge Iaconi «ha cantato forte contro le ingiustizie, l’inno alla libertà dei popoli, alla dignità umana, alle diversità e a ciò che ci rende uguali nel corpo e nel cuore al di là di qualsiasi etnia, al rispetto per la natura e le sue risorse. Ha messo al centro di tutto il suo pensiero il valore della Vita».

Chi ha detto che la vita è breve? 
Non è vero niente 
La vita è lunga quanto le nostre azioni 
generose 
quanto i nostri pensieri 
intelligenti 
quanto i nostri sentimenti 
disinteressatamente umani. 
La vita 
è infinita. 
[da Inventario delle cose certe, Andrea Livi editore,1998]

Morì a Roma il 4 novembre 1998.

Larga la foglia stretta la via, dite la vostra ché ho detto la mia. Chiudo e passo, dalla sponda destra del fiume Tenna fluente dai fianchi del monte Sibilla, in questo giorno 28 agosto 1976, anniversario della morte e centenario della nascita di mia madre, casalinga obbligata ma indomita e sibillina; che mi spiegava, sorridendo, come i periodi passati nelle carceri fasciste e al confino erano stati, per lei, epoche di sontuosa libertà dai lavori forzati della vita domestica. 
[da Padre Padrone Padreterno, Mazzotta 1976]

 

Articolo di Silvia Casilio

OFNSIrlfSilvia Casilio, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università di Macerata e attualmente collabora con l’Università di TeramoÈ autrice di saggi sull’Italia repubblicana e dal 2009 collabora con l’associazione culturale “Osservatorio di genere”. 

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