Il gioco delle perle di vetro

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Sonia Allocchio, milanese, ha cominciato a lavorare in gioventù come vetrinista. Oggi si chiamerebbe visual merchandiser, ma al tempo dei suoi studi, effettuati sotto la direzione di Pier Polga (presidente dell’accademia internazionale dei vetrinisti) verso la metà degli anni ’80 del XX secolo, erano le vetrine della Rinascente e di Coin a far brillare il centro di Milano con autentici capolavori di inventiva che i passanti si fermavano ad ammirare. L’esperienza con Laura Ashley le ha offerto l’opportunità di fare ricerche di arredi e mobili per una clientela variegata, di creare installazioni dal gusto cosmopolita sulla base di bozzetti inviati da Londra. Iscritta al Rec (registro esercenti commercio), ricorda con piacere l’esame abilitante, che esigeva conoscenza dei tessuti e di ogni altra materia prima. Sorge spontanea la domanda: come mai oggi Sonia è perlera certificata da maestri di Murano?

È successo un po’ per caso, ma in perfetta continuità con la passione per le arti manuali che l’avevano portata a decorare il vetro con paste sintetiche. È normale che ad un certo punto sorga il desiderio di creare qualcosa di personale ed ecco la scoperta della lume, la fiamma anche detta cannello, che scioglie le bacchette di vetro. Queste bacchette sono ancora fatte a mano nella fornace. Peccato che stia sparendo l’omino che prepara tutti i materiali (soda, silicio…). Ora si preferisce mettere in fornace un blocco intero di vetro.

Per Sonia tutto cominciò nel 2010, durante una visita alle botteghe artigianali dove si vendevano oggetti prodotti con la tecnica a lume. Fu una folgorazione e l’inizio dell’avventura che la portò a Murano, al suo mondo particolare di fornaci concentrate lontano da Venezia per proteggere la città dal pericolo del fuoco e per tutelare i segreti e impedirne le copie.

A Murano si trattava di seguire un piccolo corso con un perlero, cioè un maestro vetraio che fa solo perle di vetro pieno. Ci fu poi l’incontro con la perlera Elena Rosso, oggi maestra vetraia presso l’eccezionale Museo dell’Arte Vetraria Altarese (in provincia di Savona), che raccoglie le testimonianze della secolare arte del vetro locale risalente all’XI secolo, oltre a documenti, attrezzi e stampi per la lavorazione artigianale. Una antica attestazione testimonia l’esistenza di una corporazione (detta Università dell’arte vitrea) risalente al 1445. Nei giardini della villa è installata una fornace dimostrativa per la produzione di vetro soffiato che viene frequentemente attivata e che ospita maestri provenienti da tutto il mondo. Elena Rosso accende la fornace circa una volta al mese per le proprie produzioni e per la gioia dei visitatori. Va detto che il mondo della fornace è ancora tipicamente maschile, anche se negli ultimi 20 anni tante donne vi si sono avvicinate, quasi nessuna di Murano. Sono di varie provenienze: belga, giapponese, siciliana… Tutte ideatrici originali, ciascuna con un proprio background di ricerca. Creano gioielli, anche accostando materiali diversi, per far fronte all’alta spesa che comporta l’uso della fornace. Sonia stessa sognava di avere un ricco repertorio con una propria linea di bijoux ed eventualmente componenti per gioiellieri. Ci è riuscita con il marchio emulA, ma è difficile rimanere nel mercato, fuori da Murano. La convinzione diffusa è che in fondo si tratta di pezzi di vetro e non si considera il costo in termini di tempo, di fatica, di strumenti. Per non parlare della pazienza di ricominciare da capo se l’ago di ferro di supporto si raffredda prima del vetro provocando la rottura della perla a metà. Naturalmente nulla si butta e di ciò si avvantaggiano artiste amiche, a cui il regalo di gocce di vetro imperfette suggerisce manufatti spiritosi. Come sempre, dalla sinergia nascono miracoli. Oggi Sonia effettua fusioni a forno elettrico utilizzando lastre di vetro con cui realizza ciondoli. Numerose le soddisfazioni, a cominciare dalle demo nei mercatini dove, da una minuscola postazione portatile, si coinvolgono i curiosi rendendoli partecipi del gioco di assottigliare la bacchetta in “spaghetti”, si godono le reazioni stupite della gente e ci si rallegra alle facce incantate dei bambini e delle bambine, sempre i/le primi/prime a riflettere sulla magia della bacchetta rigida che con il fuoco diventa malleabile: è il grande momento del creare. Inoltre, l’ambiente del vetro riunisce creativi internazionali, innamorati di un contesto così speciale. Se da un lato l’aspetto umano fa sentire maghi, quello tecnico diverte. Un’altra soddisfazione legata a questa attività è l’avanzamento della parità di genere e dei rapporti di lavoro delle donne. In questo senso sono stati fatti passi da gigante rispetto al passato. Le perlere ci sono sempre state, ma lavoravano in casa come anelli della catena di qualche nome famoso. Così il loro apporto rimaneva anonimo. Oggi invece le artiste sono riconosciute. Serva la lezione trasmessa dal film tedesco La soffiatrice di vetro (2016), storia di due figlie di un esperto soffiatore di vetro che nella Turingia del XIX secolo trasmette loro la sua abilità, nonostante l’arte vetraria in quegli anni fosse prerogativa esclusivamente maschile e un esercizio vietato alle donne. Dopo aver subito sfruttamento e violenza, le sorelle decidono di sfidare i pregiudizi continuando da sole nel mestiere del padre, fino a creare uno dei simboli più iconici del Natale, le ormai classiche palline di vetro.

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Certo, la gestione di orari, tempi di lavoro, tempo libero è complicata. Oltre a dedicare gran parte della settimana alla produzione, il sabato e la domenica bisogna allestire l’esposizione a mercatini e fiere. È una vita impegnativa ed è quindi importante, per intraprendere lo stesso cammino, seguire dei corsi qualificati con le persone giuste, nei luoghi dove si perpetua la tradizione, la cultura vetraria, non solo la tecnica. Le doti richieste sono pazienza e minuziosità. E c’è sempre il rischio delle bruciature: il vetro comincia a fondersi a 700 gradi, poi dipende dall’oggetto. Alla lunga le mani di chi è a contatto con la fornace sono a loro volta temprate dal fuoco. Che sarà mai, allora, infornare o sfornare una torta in casa senza le presine?

Articolo di Nadia Boaretto

53533198_542573072903441_1839967571609124864_nLaureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano.

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