Sulla castrazione chimica. Un’opinione a due voci

Nell’immediatezza del denunciato stupro di Viterbo il ministro dell’Interno Salvini ha avuto modo di rilanciare la proposta politica del partito di cui è leader, ossia la castrazione chimica. Sull’onda della riprovazione per tale vicenda, evidentemente gli è sembrata la risposta più consona tant’è che ha rimarcato che: «Nessuna tolleranza per pedofili e stupratori: la galera non basta, ci vuole anche una cura. Chiamatela castrazione chimica o blocco androgenico, la sostanza è che chiederemo l’immediata discussione alla Camera della nostra proposta di legge, ferma da troppo tempo, per intervenire su questi soggetti». Di fronte a tali affermazioni l’attenzione prima ancora che alla soluzione del problema del contrasto alla violenza di genere, dovrebbe appuntarsi alle parole utilizzate, innanzitutto “cura”.  Termine appropriato laddove si voglia considerare la violenza sessuale quale espressione di una malattia, contro la quale rimediare con la castrazione chimica. Ossia la terapia farmacologica capace di bloccare la produzione di testosterone, l’ormone tipicamente maschile, per il tramite iniezioni sottocutanee, pillole o fiale, che hanno l’effetto di inibire il desiderio sessuale.  A parere della maggior parte degli esperti tale cura, però, non ha effetti di lunga durata e si esaurisce dopo due/tre mesi dalla sua sospensione ma, soprattutto, non assicura che il paziente non ponga in essere più azioni violente a carattere sessuale. Senonché questo approccio metodologico presuppone che la violenza di genere sia considerata una malattia curabile, quando invece il prof, Vittorino Andreoli, tra i più autorevoli esponenti della psichiatria mondiale, intervistato da Luciana Matarese per l’Huffigton post, sostiene che: “Ciò che attrae una persona violenta o un pedofilo non è l’atto sessuale quanto il fatto di poter dominare la vittima, ricorrendo alla sopraffazione. È possibile che ci sia qualcuno convinto che la castrazione chimica eliminerà la violenza? Non è il testosterone, è la mente, è il fatto che senza la ragione, gli affetti, i principi a fare da freno, diventiamo crudeli”. Lo stupro nasce conseguentemente, prima ancora che nel corpo di chi lo agisce, nella sua mente, avendo a che fare con il suo desiderio di possedere, sottomettere e umiliare la donna che lo subisce. Non è dunque la libido a motivare gli stupratori, ma la volontà di rendere la donna preda da godere per affermare il proprio dominio su di essa. La violenza sessuale non è, quindi, espressione della sessualità dell’individuo, bensì del suo desiderio di dominio. A riprova di tale assunto si potrebbero citare anche gli innumerevoli stupri di guerra che, per l’appunto, si connotano come strumento per svilire l’etnia di riferimento delle donne cui vengono brutalmente inflitti. Conseguentemente non ci sono sostanze chimiche confezionate in farmaci che possono curare un genere di violenza, che trae origine da un approccio culturale connotato dalla volontà di sopraffazione del genere maschile su quello femminile. Tant’è che il prof. Carlo Foresta, endocrinologo e andrologo dell’Università di Padova, membro del Consiglio Superiore di Sanità, in un’intervista di Margherita De Bac per il Corriere della sera, si dice contrario alla castrazione chimica perché «Passerebbe un messaggio sbagliato e deleterio. Il testosterone verrebbe identificato come l’ormone dell’aggressività e della violenza. I violentatori e gli stupratori o i pedofili non hanno valori ormonali più alti rispetto alla popolazione normale, sono evidenze riportate nella letteratura scientifica. In altre parole la brutalità sessuale non dipende da un’alterazione ormonale. È vero, la spinta alla reiterazione di comportamenti anormali viene ridotta ma il problema è lo stimolo culturale e sociale e quello non si addormenta». In un sondaggio commissionato all’Swg dalla Lega, impegnata in questi giorni a raccogliere le firme nelle piazze di tutta Italia a favore della sua proposta di legge sulla castrazione chimica, risulta che «il 58% degli italiani sia favorevole all’introduzione di una legge che preveda la castrazione chimica per i pedofili e gli stupratori recidivi, mentre il 28% degli italiani sarebbe contrario all’introduzione del provvedimento e il 14% degli intervistati non sa come rispondere».  Evidentemente una percentuale così alta di italiane/i è convinta che un espediente del genere elimini alla radice il problema della violenza contro le donne, in questa opinione facilitata dall’input politico proveniente da chi argomenta in tal senso. Probabilmente i rappresentanti istituzionali che cavalcano questa opzione sottovalutano la portata del problema culturale che in Italia è alla base della sopraffazione di un genere sull’altro, ritenendo che una misura emergenziale come la castrazione chimica possa costituire la cura al correlato problema. Dovrebbero però documentarsi sulle evidenze scientifiche che dicono il contrario, compiendo una azione di responsabilità non solo verso il ruolo ricoperto, ma soprattutto verso i cittadini italiani, a cui non dovrebbero essere consegnate pseudo verità scientifiche come rimedi portentosi. In un commento a un articolo giornalistico sulla castrazione chimica ho avuto modo di leggere: “pensavo che alla signore del pd piacesse essere adoperate con la violenza, visto che sono culo e camicia con la boldrina, secondo me lo dicono perché sono ipocrite, ma sotto sotto non vedono l’ora di essere prese da qualche loro bandito, o magari anche qualche migrante di colore o arcobaleno”. Allora mi domando, ma a un tizio del genere, che usa solo violenza verbale, potrebbero servire iniezioni sottocutanee, pillole o fiale per inibire la produzione di ormoni sessuali che ingenerano tale violenza? Senza pensarci neppure una frazione millesimale di secondo, rispondo di no. La violenza ce l’ha nella testa e non esistono farmaci di sorta che possano servire in questo caso di parole violente contro le donne. E, come per lui, non esistono cure a base di sostanze chimiche per evitare a uno stupratore di commettere nuovamente tale reato. Marco Inghilleri, sessuologo e psicologo, vicepresidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione sessuale, intervistato da Eleonora Lorusso per conto di Donna moderna, ha avuto modo di dire: «La castrazione chimica è la risposta più semplice alla percezione popolare che in questo modo si possa avere giustizia nei confronti di un danno subito non solo dalla vittima della violenza, ma anche dalla società. Da questo punto di vista, però, i dati dimostrano che una punizione del genere, come per la pena di morte, non serve a ridurre il numero di reati. Non solo: non assolve neppure la funzione riparativa che dovrebbe avere la giustizia. Occorrerebbe piuttosto pensare alle ragioni dell’atto in sé e lavorare a una soluzione che permetta a chi ha commesso il reato di ripagare la collettività e la persona offesa».  Voce di Maddalena Robustelli

Si parla in questi giorni della proposta di legge della Lega per la castrazione chimica. Ma in cosa consiste? Ecco la definizione che dà Wikipedia: “La castrazione chimica è un tipo di castrazione (cioè un intervento volto ad interferire con la funzionalità sessuale), solitamente non definitiva, che porta alla riduzione della libido, della pulsione e della funzionalità sessuale operata grazie all’uso di opportuni farmaci (generalmente farmaci che agiscono a livello ormonale o psicofarmaci).” L’effetto dura alcuni mesi, infatti, solitamente dopo 2-3 mesi il livello di testosterone torna a essere normale. Né d’altra parte si potrebbe pensare a un intervento di durata definitiva perché la nostra Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al «senso di umanità» e devono tendere alla rieducazione del condannato. Tra l’altro è possibile contrastare gli effetti del farmaco con sostanze antagoniste o farmaci che favoriscono l’effetto contrario, come il Viagra o il Cialis. Considerato tra l’altro che sappiamo bene che non è la gravità della pena a fare da deterrente, viene spontaneo chiedersi se questa possa essere considerata una pena grave, tale da incutere minaccia! La cura a base di farmaci è prevista in alcuni paesi in genere solo dietro consenso del condannato. In alcuni Paesi viene proposto il trattamento in vista della scarcerazione e/o per ottenere sconti di pena (comodo in effetti… un periodo in meno di carcere a fronte di un paio di mesi di testosterone basso!). Una curiosità: tra i casi di castrazione subita volontariamente si ricorda ahimè quello del matematico Aln Turing che l’accettò in sostituzione del carcere per l’accusa di omosessualità. Ma, al di là di questi aspetti, può avere senso prevenire la violenza sessuale inibendo gli impulsi sessuali con l’utilizzo della castrazione? Ecco alcuni pareri di professionisti. Carlo Foresta, endocrinologo e andrologo dell’Università di Padova, membro del Consiglio Superiore di Sanità: «Sono contrario alla castrazione chimica per gli autori di reati a sfondo sessuale. Non risolve il problema di fondo. I loro comportamenti sono determinati da condizioni culturali e sociali, non da alterazioni ormonali». Enzo Marco Letizia, segretario dell’associazione nazionale Funzionari di Polizia.: “Il farmaco non incide sulla personalità e il soggetto può continuare ad avere fantasie sessuali e perciò aumentare la sua aggressività”. Silvio Garattini, scienziato e farmacologo: “Non è stata attuata alcuna sperimentazione scientifica che provi la validità del trattamento di castrazione chimica”. Questi pareri, come molti altri, evidenziano l’inefficacia di tale misura per prevenire violenze sessuali sulle donne e sui minori. La violenza non è solo un atto fisico, ancor prima è un costrutto psicologico. Nulla impedisce che un soggetto sottoposto a castrazione chimica metta in atto gesti violenti utilizzando altri strumenti come oggetti fallici o utilizzi altre forme di violenza fisica, altrettanto gravi. Il desiderio di potere, la pulsione a fare del male, a torturare c’entrano poco con l’eccessiva esuberanza sessuale. E ciò è dimostrato dagli stupri etnici messi in atto per umiliare e degradare le popolazioni nemiche. Insomma si confonde, non è chiaro se per ignoranza o malafede, la pulsione sessuale con il sadismo, la prepotenza, la violenza. Si nasconde che lo stupro è innanzitutto un reato d’odio, alimentato dal clima di misoginia e sessismo. Il dibattito è stato rilanciato dopo lo stupro avvenuto a Viterbo da parte dei due esponenti di CasaPound ma, parlare di castrazione, fa perdere di vista il punto centrale che non è come punire ma come prevenire, affinché non succeda più, non solo da parte degli stessi stupratori. E come non alimentare, favorendo il clima di sessismo, misoginia, machismo. La propaganda politica sulla legge per la castrazione viene adoperata proprio da coloro che stanno ostacolando i corsi di educazione alle differenze, la prevenzione a scuola, l’educazione affettiva… liquidandola come ‘gender’. Dove sono finiti i progetti che stava mettendo in atto la ministra del Governo precedente? Ancora, viene utilizzata da chi ha avuto tra le loro fila colui che aveva incitato allo stupro a Laura Boldrini e che non hanno mai preso le distanze, per anni, da espressioni dello stesso tenore nei confronti della ex Presidente della Camera e tante altre donne. Paradossalmente poi è importante ricordare che gli stessi stupratori di Viterbo avevano partecipato a una terribile campagna del loro movimento per “difendere le nostre donne”. Paradossale ma non tanto perché da quella campagna ben emergeva il senso del possesso: le donne italiane sono le nostre e solo noi possiamo disporne! Insomma, la violenza sessuale non ha niente a che vedere con un’attività meccanica del pene o degli ormoni in generale. Nasce e cresce nella mente. Parliamo dunque, invece, di prevenzione, di certezza della pena, parliamo di indagini e sentenze che diano valore alla parola delle donne. Parliamo di non stravolgere i fatti, parliamo di non favorire un clima di sottovalutazione evidenziando sulla stampa le voci degli stupratori, di chi li difende, delle famiglie che ne prendono le difese. Hanno il diritto di difendersi, come chiunque, ma non hanno il diritto di avere più spazio delle voci delle vittime. Parliamo di sostenere i Centri Anti Violenza. E parliamo delle vittime, di quello che hanno subito, delle conseguenze che si porteranno dietro. Non processiamo le vittime, come spesso accade. Un anno fa raccontavo di come le donne ammazzate, stuprate, offese venivano utilizzate a fini di propaganda elettorale (https://www.matildaeditrice.it/di-quante-ragazze-ammazzate-ha-ancora-bisogno-questa-campagna-elettorale). Oggi la proposta di legge sulla castrazione è l’ennesimo modo per fare campagna elettorale usando la violenza contro le donne. Voce di Donatella Caione.

 

Articolo di Maddalena Robustelli e Donatella Caione

Maddalena Robustelli.jpgBlogger, attivista femminista, si impegna nella divulgazione di temi afferenti alla tutela dei diritti delle donne. Privilegia il confronto con le giovani generazioni, per spronarle alla consapevolezza e conseguente difesa delle prerogative conquistate dalle donne. Gestisce insieme ad altre volontarie uno sportello di ascolto per le vittime di violenza di genere.

 

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

 

2 commenti

  1. “La propaganda politica sulla legge per la castrazione viene adoperata proprio da coloro che stanno ostacolando i corsi di educazione alle differenze, la prevenzione a scuola, l’educazione affettiva… liquidandola come ‘gender’. Dove sono finiti i progetti che stava mettendo in atto la ministra del Governo precedente? ” Concordo in pieno. Ritengo tuttavia che il governo precedente non abbia auto il coraggio di concretizzare nella scuola l’educazione al rispetto e alla paritá di genere. Grandi propositi, bella normativa, ma…tutto é rimasto immobile, solo sulla carta. Probabilmente forze reazionarie all’interno del governo stesso, non hanno permesso alla ministra Fedeli di emanare Indicazioni nazionali specifiche che avrebbero consentito agli istituti scolastici di costruire dei curriculi sulla prevenzione della violenza di genere e di implementare corsi di formazione specifici per il corpo docente. Una grande occasione persa. Ora si dovrá ricostruire tutto con maggiore determinazione e con maggiore fatica. Forza e coraggio!

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  2. In parte è vero quello che dice. Però qualcosa era iniziato. io stessa ero stata invitata a far parte del neonato Osservatorio presso il Miur su questi temi ma dopo pochi mesi ci sono state elezioni e nuovo Governo.

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