Giorgiana e altri omicidi

Ricorre in questi giorni il quarantaduesimo anniversario dell’omicidio di Giorgiana Masi da parte dello Stato, o meglio, come recita la targa presso Ponte Garibaldi, «uccisa dalla violenza del regime» (termine insolito per l’Italia democristiana).

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Roma, Ponte Garibaldi. Foto di Andrea Zennaro

Il 1977 in Italia è un anno di grande fermento politico e culturale e di forte tensione in cui si contrappongono da un lato un partito e un sindacato che, pur sentendosi gli unici legittimi eredi della Resistenza, puntano a un accordo di governo con le forze conservatrici e dall’altro numerosi e variegati gruppi extraparlamentari che, non ascoltati dalla classe dirigente, cercano forme di vita diverse da quelle istituzionali. La grande Rivoluzione degli anni Settanta è costituita dall’irruzione nella Storia di soggetti nuovi, prima relegati ai margini della società. Si tratta di un movimento molto variegato che include, tra l’altro, una forte partecipazione delle donne. Ne fanno parte gli studenti, le femministe, gli esponenti di Autonomia, i gruppi come Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Democrazia Proletaria… e i cosiddetti indiani metropolitani. Eppure gli organi di stampa fedeli al PCI si limitano ad accusare di atti violenti e illegali gli “autonomi”, come se Autonomia costituisse l’intero movimento, non dando invece risposte alle altre componenti. L’apice di questo scontro avviene a Bologna, storico baluardo del PCI e al tempo stesso città universitaria, quindi teatro della più grande incompatibilità sociale e generazionale.

Con la provocazione di Lama agli studenti che occupano l’università di Roma, la tensione esplode. È l’11 marzo quando a Bologna i carabinieri uccidono Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua di 25 anni. Il ministro dell’interno Francesco Cossiga invia i carri armati a sgomberare l’università emiliana dando vita a una repressione inaudita per l’Italia repubblicana. La risposta del movimento è furiosa: insieme, uomini e donne, indiani e autonomi, comunisti e anarchici, pacifisti e bellicosi, rompono le strade e saccheggiano le armerie per procurarsi le pietre e le armi e il centro storico di Bologna è sede di scontri senza precedenti. Il PCI rimane solidale con il governo e con le cosiddette forze dell’ordine. Il ministero vieta tutte le manifestazioni pubbliche, violando la Costituzione del 1948 e i diritti democratici di cittadini e cittadine.

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Bologna, in prossimità di piazza Verdi. Foto di Andrea Zennaro

Ad applicare il divieto a Roma è il sindaco Giulio Carlo Argan, eletto nelle file del PCI. Lo stesso Cossiga definisce «illegale ed extra legem» il divieto, in quanto proveniente dal codice penale fascista, incostituzionale nell’Italia repubblicana; il PCI invece approva il provvedimento e chiede al governo «fermezza, ordine e sicurezza nella democrazia».

Il 12 maggio il Partito Radicale sfida il divieto all’insegna della nonviolenza e indice un presidio in piazza Navona per raccogliere le firme per alcuni referendum. Uno di questi vorrebbe abrogare la Legge Reale, misura estremamente repressiva introdotta grazie ai voti del Movimento Sociale (MSI). Anche questa giornata finisce nel sangue. Giorgiana Masi, 19 anni, resta a terra. Come Francesco Lorusso, non era consapevole di andare al macello. Cossiga dichiara di non aver inviato agenti infiltrati nel corteo e che a sparare sono stati soltanto esponenti di Autonomia. Basta un solo scatto del fotografo Tano D’Amico a smentirlo (foto sottostante). Il ministro non risponderà mai all’accusa di aver dichiarato il falso in pubblico.

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Nel luglio del 2001, in un contesto internazionale totalmente mutato, l’Italia assiste ancora a giornate di repressione feroce. Gas chimici cancerogeni, oggetti contundenti impropri, come spranghe e mazze di ferro, armi da fuoco fuori ordinanza e idranti con acidi urticanti sono largamente usati sulle persone; a ciò si aggiungono blindati lanciati in velocità sulla folla per ordine del governo di centrosinistra (in carica fino a maggio). Il governo Berlusconi, insediatosi a giugno, rincara la dose preparando duecento bare di plastica e ritirando le autorizzazioni già concesse alle manifestazioni. Ad aprire il G8 di Genova è un enorme corteo pacifico e colorato in favore dei migranti, del tutto passato sotto silenzio. L’indomani si tiene quella che Amnesty International ha definito «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la II guerra mondiale». Non sono risparmiati dalle botte nemmeno i medici e i giornalisti. Un ragazzo di 23 anni, Carlo Giuliani, viene ucciso. Un colpo di arma da fuoco in faccia, una jeep che lo schiaccia due volte, calci sul volto da parte dei tutori dell’ordine pubblico mentre è agonizzante e una pietra che gli spacca la fronte. Secondo il vicepremier Gianfranco Fini, presente a Bolzaneto dove si tengono pestaggi e torture sui manifestanti fermati, quanto accaduto è «legittima difesa»: è quanto dichiara la sera stessa in televisione prima ancora di qualsiasi approfondimento sui fatti di piazza Alimonda.

Carlo non era un militante e quel giorno stava andando al mare, ma davanti a immagini così gravi ha deciso di reagire. Il fatto che, anche anni dopo, si dia più peso all’estintore raccolto dalla vittima che alla pistola del carnefice, ricorda da vicino quelle voci che, in caso di stupro, commentano più la gonna corta della donna che il gesto criminale dell’uomo.

La notte successiva la polizia irrompe nella scuola-dormitorio, concessa dal Comune di Genova come sede del Media Center e massacra novantatré dormienti. Una manifestante tedesca e un giornalista inglese finiscono in coma.

Dopo i fatti di Genova, la reputazione dell’Italia è pari a quella del Cile. Rifondazione Comunista e Verdi presentano una mozione di sfiducia verso il ministro dell’interno, Claudio Scajola, il quale non si difende. Al suo posto Fini accusa i colleghi di connivenza con i gruppi anarchici che hanno danneggiato le automobili e le vetrine delle banche genovesi, sorvolando su torture e abusi commessi contro persone inermi da parte di chi indossava la divisa. Inaspettatamente, è di nuovo Cossiga, ormai senatore a vita, a difendere Scajola rivendicando il proprio operato nel 1977: «io ho sgomberato Bologna con i carri armati e nessuno ha chiesto le mie dimissioni». I DS (ex PCI) votano contro la sfiducia e, come nel 1977, appoggiano il governo piuttosto che i movimenti.

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Genova, piazza Alimonda. Foto di Andrea Zennaro

Nonostante i vari richiami europei, la magistratura italiana non ha mai aperto il processo per l’omicidio di Carlo. Nel 2010, con la morte di Cossiga, svanisce per sempre la possibilità di fare luce sulla morte di Giorgiana e Francesco.

In copertina. Le sorelle di Giorgiana. Foto di Tano D’Amico

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

 

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