Mai così poche, May così tante.

Si stenta a credere che in otto ore di musica gli organizzatori del concerto del Primo maggio a Roma non abbiano invitato nessuna solista: sono apparse solo quattro donne afferenti a gruppi musicali. Eppure le enciclopedie più prestigiose e le associazioni contano circa 30.000 musiciste presenti nella storia, comprese le contemporanee. In Italia le donne sono i 52,6% della popolazione, e dunque i conti non tornano mai quando scompaiono dallo spazio pubblico e dai libri di storia.

Al concerto del Primo maggio tenutosi a Taranto si sono esibite tre soliste, nell’arco di 10 ore di musica; a Milano il luogo scelto avrebbe fatto pensare a diverse intenzioni, invece nella Piazza Donne Partigiane troviamo una sola solista. Tutto farebbe pensare che non esistano altre soliste degne di essere invitate- Lo stigma della censura imperversa: se non troviamo le artiste nei libri di storia, evidentemente non erano geniali e non possono esserlo oggi. E lo stereotipo si radica ancor più forte, quando, e se, le stesse donne giustificano e legittimano l’ingiustizia sociale di una presenza continuamente assente. Un grande sociologo l’ha ben spiegato “Pierre Bourdieu, dichiaratamente ispirato da Virginia Woolf, svelò pienamente i meccanismi dell’ordine stabilito dal potere maschile: il rapporto di dominio, il modo in cui viene imposto e subìto è l’esempio per eccellenza di sottomissione paradossale alla violenza simbolica, invisibile alle stesse vittime, e che si esercita attraverso l’uso della comunicazione e della conoscenza, in cui la Doxa è doppiamente paradossale quando smonta la trasformazione della storia e dei costumi culturali in qualcosa di naturale. Quando i dominati applicano a ciò che li domina schemi che sono il prodotto del dominio o, in altri termini, quando i loro pensieri e le loro percezioni sono strutturati conformemente alle strutture stesse del rapporto di dominio che subiscono, i loro atti di conoscenza sono, inevitabilmente, atti di riconoscenza, di sottomissione. Ma per quanto stretta sia la corrispondenza tra la realtà e i processi del mondo naturale con i principi di visione e di divisione ad essi applicati, c’è sempre posto per una lotta cognitiva sul senso delle cose del mondo e in particolare delle realtà sessuali”.Ed è così che Michel Foucault spiega come il potere politico riesca ad impadronirsi dei corpi e in particolare del corpo delle donne, usando il diritto. La giustizia sociale deve essere dunque ridefinita, re-immaginata e condivisa, utilizzando nuove narrazioni e rappresentazioni nella vita quotidiana, ricostruendo universi simbolici.

C’è chi non ha voluto restare in silenzio, in risposta al concerto romano del primo maggio: Angela Baraldi e Diana Tejera, attiviste di Se non ora quando, hanno organizzato “May così tante” presso il centro sociale Angelo Mai, dove si sono esibite insieme ad altre musiciste:  Maria Pia De Vito, Andrea Mirò, Mimosa Campironi, Nathalie ed Eleonora Bordonaro, Mara Redeghieri, Nathalie, Ivana Gatti, Barbara Eramo, Livia Ferri, Merel Van Dijk, Francesca De Fazi, Margherita Vicario, Silvia Oddi, Dalise, Giulia Mei e Ilaria Graziano.

“Le artiste esistono e abitano lo spazio pubblico e lo modificano continuamente e indicano strade nuove – scrivono le attiviste – Fatevene una ragione. Perché nessuna è più disposta ad assecondare la cecità e la violenza delle vostre narrazioni distorte. Non è più tempo di eliminarci dai concerti, dai libri di storia, dai convegni, dalle trasmissioni, dai musei. Quel tempo è finito. Proprio finito”.

Articolo di Milena Giammaitoni

-SSaQ4nAProfessoressa di Sociologia Generale presso l’Università di Roma Tre, l’Università Jagellonica di Cracovia e la Sorbonne Nouvelle di Parigi. Si occupa di questioni relative all’identità, storia e condizione sociale di artiste e artisti, metodologia della ricerca sociale di tipo complementare. Cura e pubblica saggi in libri collettanei, riviste scientifiche e culturali ed è autrice di tre volumi monografici.

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