Grazie Appendino, grazie Chiamparino!

Dopo due giorni di aspre polemiche, il Salone del libro di Torino si è aperto, giovedì 9, senza la presenza della casa editrice Altaforte.  

Torino, medaglia d’oro della Resistenza, la città dove nacque Piero Gobetti e si formò Antonio Gramsci è riuscita, infine, a ricordarsi di essere da sempre antifascista. La vicenda ormai è nota, dal rifiuto da parte di alcuni intellettuali di condividere lo spazio del Salone con un editore neofascista, alle dichiarazioni che ne sono scaturite, all’esposto presentato alla Magistratura dai vertici della Città e della Regione contro la Casa editrice sospettata di apologia del fascismo, e infine alla decisione del Salone del libro, di escludere Altaforte dalla kermesse torinese.  

Non voglio, qui, ricordare fatti che tutte e tutti conosciamo, quanto riflettere sulle reazioni che quei fatti hanno provocato, sulle onde che il sasso lanciato a Torino dalle dimissioni dello scrittore Christian Raimo ha provocato non tanto nelle acque del grande evento torinese, ma nel sentire comune. Naturalmente i social hanno fatto da cassa di risonanza, e la discussione che ne è seguita ha fatto emergere le diverse opinioni: quella dell’Aventino culturale e del rifiuto di condividere lo spazio con un editore come Francesco Polacchi, dichiaratamente fascista, e quella di chi invece aderiva all’opinione espressa da Michela Murgia, che al Salone bisognasse comunque andare per non lasciare il campo all’estrema destra.  

Ma c’era anche chi, ponendosi in qualche modo fuori dalla discussione in corso, dichiarava serenamente che molto meglio sarebbe stato se della presenza al Salone di Altaforte nessuno avesse parlato, perché il chiasso mediatico non farà che giovare agli affari della Casa editrice e alla popolarità dei libri che pubblica. Non concordo con questa opinione. Poggia, a mio parere, su un economicismo meccanico, frutto di una interpretazione superficiale del pensiero marxiano, e induce a pensare che oltre all’interesse economico non esista altra realtà: ideali, aspirazioni, emozioni sarebbero una pura illusione se non addirittura una truffa, un imbroglio di pochi furbi capaci di manipolare una massa di ingenui. Non sono d’accordo anche per un altro motivo, perché passare sotto silenzio la presenza di quella casa editrice al Salone sarebbe stato come nascondere la polvere sotto il tappeto: cosa magari comoda e funzionale nell’immediato, ma le tarme amano la polvere e l’incuria non è mai priva di conseguenze. Infatti ora anche per l’assalto delle tarme di estrema destra il tappeto nazionale mostra più di un buco, e qualcuno incomincia a rimpiangere quell’opera di disinfestazione che per prudenza, attendismo e magari anche opportunismo è stata rimandata per più di settant’anni: chi la storia l’ha vissuta, e magari anche studiata, ricorda che nella Prima repubblica certi provvedimenti passarono in Parlamento proprio con i voti dell’estrema destra di allora. Ma, ammesso che non sia troppo tardi e il danno non sia irreversibile, chi può farla, adesso, la disinfestazione?  

Un altro parere, colto qua e là su alcune testate di stampa ma anche nei commenti ai post sull’argomento, è quello di chi ritiene poco democratica la decisione di escludere la Casa editrice Altaforte dal Salone del libro. L’opinione, strumentale nelle lamentazioni della destra estrema, viene accolta, probabilmente, anche da persone in buona fede, ma certo poco avvertite. Con chi si dichiara apertamente fascista, come l’editore Polacchi, che abbiamo rischiato di trovarci come vicino di stand al Salone (a dir poco inquietanti certe sue foto comparse su Internet) non è possibile nessun confronto di idee. Il fascismo è la negazione del confronto e del pluralismo, ed è ancora quello che è stato storicamente: un movimento antidemocratico che esalta la forza, la violenza e la prevaricazione. Con chi vuole distruggere la democrazia non ci si confronta, lo si combatte e basta. 

Quindi, anche se la scelta di denunciare l’editore di Altaforte per apologia del fascismo è nata sull’onda delle sacrosante proteste dei giorni scorsi, anche se l’esclusione dal Salone è avvenuta in corner, dico grazie ad Appendino e a Chiamparino, e grazie soprattutto a Raimo, a Zero Calcare e agli altri che hanno fatto esplodere il caso dell’editore di estrema destra accettato al Salone del libro di Torino: trovarmi come vicino di stand Francesco Polacchi non mi sarebbe piaciuto affatto. 

 

Articolo di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nell’autunno del 2014 ha organizzato a Torino il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

Un commento

  1. SCUSA, HALINA

    Nonostante mi sforzi per vedere la questione da altri punti di vista, non ce la faccio proprio. Secondo me si è trattato di una vicenda nata male, gestita in modo maldestro e finita ancora peggio.

    Come ospite d’onore all’apertura del Salone era stata invitata Halina Birenbaum, scrittrice e poetessa polacca, ebrea sopravvissuta ad Auschwitz. I fari dovevano essere puntati su di lei. Invece non si parlava e scriveva d’altro che di Polacchi, non nel senso dei connazionali di Halina, ma del piccolo editore esplicitamente fascista legato a CasaPound, del suo libro-intervista a Salvini, della casa editrice Altaforte, fino a ieri ignota ai più..

    Senza volere, è stata fatta una grande pubblicità al libro sul già dilagante ministro degli Interni e alla casa editrice che oggi registra un insperato successo di vendite. Non mi riferisco ai soldi, anche se per un editore sono necessari, ma al fatto che i libri sono veicoli d’idee e che in questo modo si è dato un formidabile aiuto a Salvini e a CasaPound, alla quale lui strizza l’occhio, nel diffondere le loro idee e le loro proposte! E tutto questo nel pieno di una campagna elettorale arroventata!

    La campagna elettorale, appunto. Di questo bisognava tener conto e questo spiega anche perché negli anni passati nel Salone ci sono stati gli stand di piccoli editori d’ispirazione fascista e anche di “Sensibili alle foglie”, la casa editrice di Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, condannato a ventotto anni di carcere, senza le assordanti polemiche di questa edizione, che hanno oscurato chi doveva dare la “cifra” del Salone, Halina Birenbaum, appunto. In ben altro modo si sarebbe dovuto accoglierla, ascoltarla, onorarla. E se a nessuno vien in mente di chiederle scusa, gliela chiedo io: SCUSA, HALINA.

    Annarita Merli

    

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