Arti, non armi da guerra 

Si definisce zingara, un termine che incuriosisce perché Sabrina non ha nulla di zingaro nell’aspetto. Taglio di capelli corto, molto pratico, abbigliamento sportivo, niente che suggerisca una personalità girovaga e fuori dai sentieri battuti. Ma parlando diventa sempre più chiaro il senso, che si riassume in un sogno nel cassetto: ritornare a Okinawa (sarebbe la terza volta) e ritrovare un maestro da poter seguire anche dal punto di vista tecnico.  

Non sei tu stessa maestra? chiedo per conferma. In un certo senso sì, ma si ha sempre bisogno di una guida.  

Tutto cominciò per togliersi la soddisfazione di praticare le arti marziali, un desiderio nato all’età di diciassette anni e osteggiato in famiglia. Dopo una prima breve esperienza in una palestra, subito vietata dalla madre, nel 1993 a ventitré anni Sabrina torna sul luogo “off limits” pur ignorando tutto delle discipline. E poiché l’età è un elemento fondamentale per la scelta, le appare evidente che dovrà escludere le arti marziali, in cui ormai prevale l’orientamento sportivo, come il popolarissimo judo, adatto ai più giovani. Questo vale per l’Italia e in generale nell’Occidente, dove ci si discosta dallo spirito d’origine puntando invece sulle competizioni agonistiche. Sabrina cerca altro e inizia con tre discipline contemporaneamente: karaté (combattimento in piedi), kobudo (studio e applicazione delle armi), ju jutsu (proiezioni e leve articolari). Una sperimentazione a 360 gradi. Dopo cinque anni di addestramento le si offre l’opportunità d’insegnare ai bambini in quella che definisce la sua isola felice, un’oasi di serenità in confronto al lavoro di ufficio in un ambiente stressante come quello grafico-pubblicitario. Da lì è nata l’idea di cercare una realizzazione personale, che nel 2013 è sfociata nel progetto di fondare una propria associazione, favorita da una concatenazione di eventi e dal coraggio di rischiare. Oggi Sabrina è legale rappresentante nonché presidente di una associazione sportiva dilettantistica e istruttrice. Ha creato il nome e il logo Kokorò (l’ideogramma giapponese esprime il concetto di cuore/spirito e in cinese corrisponde a shin).  

A partire da quell’anno si è lasciata alle spalle il passato e ha incontrato un nuovo maestro di yi quan, traducibile con “pugno dell’intenzione”, cioè energia nelle intenzioni.  

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Come si fa a rimanere efficienti nella vecchiaia? La soluzione, quando il fisico cede, viene dall’aver sviluppato una qualità di movimento che lascia fluire liberamente l’energia all’interno del corpo e verso l’esterno. Un tipico esempio è l’ottimizzazione del tunnel carpale: se si uniscono mignolo e pollice e si chiudono le altre dita a supporto formando il becco di un uccello, si ottiene il duplice vantaggio di riuscire a colpire efficacemente con la punta delle dita e di riaprire i canali per il passaggio di sangue ed energia nel polso. Questa pratica diverge totalmente dal karaté moderno, che può danneggiare le ginocchia, le anche, la schiena, a rischio di schiacciamento delle vertebre. Di particolare interesse sono il canto armonico, il kobudo, l’yi quan, il kyusho jutsu (che riguarda i punti vitali, come nell’agopuntura), il ju jutsu e la spada giapponese. Dal kung fu deriva il wing chun, che sarebbe stato ideato da una donna cinese per difendersi dagli stupri dei soldati invasori. Sono molte le leggende fiorite nel corso dei secoli e oggi riportate in auge dal cinema wuxia, l’equivalente orientale del filone cappa e spada, con film come La foresta dei pugnali volanti, La tigre e il dragone, Hero. 

 Il metodo di insegnamento di Sabrina lascia ampia libertà alla ricerca individuale e sceglie di non spiegare come vanno eseguiti i movimenti. È meglio sperimentare, e i riferimenti sono il rigore di comportamento, le regole come il saluto, il riordino delle proprie cose. Un po’ come il rigore della grafica, lo insegna Munari: a complicare sono capaci tutti, a semplificare pochi. “Less is more”, diceva Steve Jobs, imparando da Leonardo. Così la gara conta come test per capire il proprio livello di raggiungimento, per gestire la paura, per provare piacere. È sempre importante unire l’aspetto tecnico a quello umano e favorire un rapporto di scambio e amichevolezza. La gara non è il fine, è solo un mezzo, e neanche l’unico. 

Rimane il pregiudizio che le arti marziali siano aggressivi strumenti di attacco, quindi più adatte ai “maschi bellicosi” che alle ragazze. Un preconcetto che va sfatato perché è giunta l’ora di gettare nuovi semi di convivenza e di rispetto fra i generi. Tutto può diventare un gioco, con gesti come quando si scacciano le mosche con le mani. E allora la lezione è: se qualcuno cerca di prevaricarti, tu lo spingi via, reagisci, non accetti l’aggressione, ma un po’ alla maniera del bebè che accarezza dando colpi leggeri come schiaffetti. Sai già tutto quando nasci. Poi dimentichi, e passi la vita cercando di recuperare quei saperi. Se vuoi imparare come cadere e come respirare osserva un piccolo di 2 anni e saprai tutto. Klee diceva: magari sapessi disegnare come un bimbo. 

Tutte queste sono pratiche che rientrano nel progetto “stop al bullismo”, di estrema importanza nelle scuole. 

Certo, bisogna ovviare al problema che i maschi sono più agili con le gambe perché si allenano con il calcio, mentre le femmine sono ingessate nei comportamenti “accettabili” socialmente. C’è già la “compostezza” che nega la reazione di autodifesa. Su questo bisogna lavorare, per mettere tutte e tutti alla pari. Le donne attive nelle arti marziali sono in un rapporto di uno a mille rispetto agli uomini, anche se negli sport da combattimento il loro numero sta aumentando, e nella spada giapponese emerge il nome di Luisa Raini, già di professione grafica: una combinazione di spada e pennello…  

Leggiamo su wikipedia che un’onna-bugeisha (女武芸者? lett. “Artista marziale femminile”) era una guerriera dell’aristocrazia giapponese. Molte di queste donne potevano combattere in battaglia, comunemente accanto agli uomini samurai. Appartenevano alla classe dei bushi in epoca feudale e venivano addestrate all’uso delle armi per proteggere la loro casa, la famiglia e l’onore in tempo di guerra.  

Ma non è più questo che vogliamo. Oggi le donne sono portatrici di pace e stabiliscono reti internazionali per diffondere il loro messaggio: la pace sotto un unico cielo. 

Che consigli potrebbero essere utili a chi volesse intraprendere la stessa strada? La risposta è semplice: incontrare le persone giuste. Valgono qui alcuni esempi accomunabili alle epifanie in stile James Joyce, momenti di folgorante chiarezza. Per Sabrina si è trattato del primo maestro, che l’ha indirizzata nel senso di farle capire che cosa non voleva essere. Da questa delusione frustrante è nata la spinta ad andare oltre. Il secondo le ha fatto scoprire la differenza fra istruttore e maestro, un maestro che è riuscito a tirar fuori il suo meglio, il suo tutto, malgrado l’ostacolo della lingua non condivisa. Il terzo maestro, giovane, ha rappresentato la scoperta di una visione più leggera, armoniosa, la sovrastruttura liberata dai pesi. 

Alla fin fine rimane la curiosità su come si sviluppi l’orario di una istruttrice di arti marziali che è anche presidente di un’associazione di settore. Eh, sono tanti gli impegni, non ultimo quello di tenere aperti i contatti con altri maestri.  

Come sempre giovano gli esempi. Ecco una giornata tipo: quando si svolgono gli stage, il mattino è dedicato ai ragazzi di kenjutsu (spada giapponese) e jujutsu (letteralmente “arte” jutsu, “della cedevolezza” ju), il pomeriggio ai bambini, in presenza di alcuni ragazzi già coinvolti al mattino che aiutano, giocano e anche consolano i più giovani. 

Oppure c’è la giornata dedicata agli esami per il passaggio di cintura. Le cinture furono inventate dai giapponesi nel primo dopoguerra per differenziare i livelli. Anticamente si doveva essere presentati al maestro che decideva se accettare o no l’allievo. Sabrina è cintura nera 2° Dan di karate Shorin Ryu Matsumura Seito. Il titolo rimane Kyu fino alla cintura marrone; poi Dan dalla nera alla bianca/rossa e alla rossa.  

Gli esami comportano una sessione mattutina per i più avanzati e due sessioni pomeridiane per intermedi e principianti. Al mattino la commissione d’esame è costituita da maestri con decine d’anni di esperienza marziale all’attivo. 

Sabrina Mazza è nata nel 1969, è arbitra regionale WFC Italia, nonché educatrice sociale in arti marziali. Standard Jitakyoei. È stata mia studentessa in un istituto di studi grafici e riunisce perfettamente in sé il concetto di arti-non-armi. 

Articolo di Nadia Boaretto

53533198_542573072903441_1839967571609124864_nLaureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano.

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