Accolte altrove. La vita quotidiana delle italiane emigrate in Francia tra le due guerre mondiali

Il fenomeno storico dell’emigrazione italiana in Francia viene già da tempo definito “di lunga durata” dagli storici che se ne sono occupati (Corti, 2003). A partire dall’età moderna, infatti, i percorsi delle e degli italiani Oltralpe vengono continuamente battuti e le reti migratorie consolidate. Non possiamo che fare nostra questa definizione applicandola all’attualità. Se si guarda ai dati Aire, infatti, i/le residenti italiani/e in Francia sono 412.263 (2018), attestando l’Esagono come una delle principali mete in Europa.
Oggi, la presenza di francesi di ascendenza italiana diviene spesso celebrativa e tende ad esaltare le storie di successo: da Mazzarino a Zola, passando per il calciatore Michel Platini, cantanti come Dalida, Yves Montand, Edith Piàf, lo scrittore Daniel Pennac e il premio Nobel per la letteratura Patrick Modiano. Una lista siffatta, che potrebbe ulteriormente estendersi con una breve e semplice ricerca sul web, ha la caratteristica di annullare le conflittualità, gli episodi di intolleranza – frequenti e noti – e le difficoltà nella migrazioni, sottolineati dalla storiografia (Noiriel, 2010; ma non solo) come pure dal cinema (Il cammino della speranza, Pietro Germi, 1950).
Significativa in tal senso e tra le altre cose, è la pubblicazione del testo L’Invasion (Louis Bertrand, 1907) nel quale venivano messi in risalto stereotipi e xenofobia riservati agli italiani residenti a Marsiglia. Sebbene si tratti di un autore fortemente schierato contro le migrazioni, il libro è utile a comprendere quali fossero i sentimenti e le sensazioni rivolte agli italiani dall’opinione pubblica del tempo: definiti ora macarons, ritals, orso, babis (rospo) o con altri nomignoli dispregiativi, a Marsiglia, come d’altronde in altre zone ove era forte la comunità (Stella, 2003).

Le italiane in Francia: emigrazione di lunga durata al femminile
La presenza femminile, fuor di stereotipo, ha sempre svolto un ruolo importante nei movimenti sia temporanei che stabili verso la Francia. Sin dai primi momenti le donne hanno parte determinante nella scelta migratoria e sono protagoniste di un progetto familiare del quale sono consapevoli. L’emigrazione stagionale di fine Ottocento e dei primi del Novecento coinvolge soprattutto donne e bambine del nord Italia e va ad occupare posti di lavoro nei settori tessile, agricolo e dei servizi domestici. Spesso, soprattutto nell’agricoltura, l’ambito anticamente più battuto dagli emigranti italiani, le reti di reclutamento sono al femminile. Sono le donne stesse a gestire chiamate e assunzioni delle connazionali.
L’altro settore di massiccia presenza femminile italiana è quello del servizio alle persone con le lavoratrici che vengono impiegate soprattutto nel baliatico e come domestiche. All’interno di queste categorie esiste una forte gerarchizzazione che vede le balie diventare lavoratrici privilegiate. Si tratta nella maggior parte dei casi di donne provenienti da zone povere e rurali di Friuli, Toscana e Ciociaria che si dirigono nel sud della Francia. Qui si occupano di nutrire i figli di famiglie benestanti, che le fanno vivere nel benessere (buone retribuzioni, controlli medici, regali) al fine di garantire ai propri bambini il meglio. A questo benessere non si accompagna sempre però un medesimo stato anche mentale in quanto le stesse donne avevano lasciato, a loro volta, i propri figli “a balia” nel paese di origine, dove le condizioni non erano probabilmente le stesse. Il lavoro delle donne veniva in quel periodo fortemente osteggiato dall’opinione pubblica, soprattutto quando si trattava di un lavoro fuori casa e nello specifico in case altrui; nel caso del baliatico vanno ad aggiungersi critiche sui pericoli per la salute dei bambini lasciati in Italia (Del Grande, 2017).

Vivere in Francia tra le due guerre mondiali
Degno di nota è sicuramente il periodo tra le due guerre mondiali quando, alle consuete migrazioni economiche verso la Francia, si vanno ad aggiungere quelle degli esuli antifascisti, qualitativamente rilevanti. Numericamente nel 1911 la comunità diventa la prima per presenze sul suolo francese, rappresentando il 36% di tutti i residenti stranieri, dato al quale sfuggono gli ingressi stagionali; nel 1931 sono 808.000 (Corti, 2003).
Per le donne italiane l’arrivo come pure la permanenza non sono semplici, ma molto interessanti sono le strategie e i modi di vivere una nuova realtà nella quale esse tengono in equilibro esigenze economiche, rapporti con chi è rimasto in Italia e gestione di famiglia nel Paese di accoglienza. Come nelle migrazioni odierne spetta alle donne, sovente, essere nel medesimo momento le custodi della tradizione e le traghettatrici nel nuovo mondo.
Vivere in Francia veniva spesso descritto, nella corrispondenza censurata dal regime, come una salvezza, soprattutto laddove si paragonava alle condizioni di vita in Italia sotto il fascismo. Inoltre, una narrazione positiva della vita in diaspora contribuiva a tranquillizzare parenti e conoscenti rimasti nel Paese d’origine, mostrandola come un’esperienza di successo; non mancavano infatti gli inviti a farsi raggiungere  (Rossetti, 2013). Esporre le proprie difficoltà economiche era più raro, ma accadeva. La disoccupazione, la precarietà e la paura di perdere il posto, si accompagnavano spesso a un ridimensionamento di spese e svaghi come pure all’inserimento più massiccio delle donne sul mercato del lavoro.
L’accoglienza e il rapporto con la popolazione autoctona erano di successo soprattutto quando si risolvevano negli stessi contesti lavorativi, sociali e di vicinato. I rapporti più forti e duraturi restavano però quelli tra connazionali, come dimostrano i comportamenti matrimoniali prettamente endogamici, la presenza di reti di solidarietà in momenti di difficoltà o nella ricerca di un’occupazione. I racconti di episodi di discriminazione e xenofobia sono quasi del tutto assenti nella corrispondenza coeva, mentre emergono spesso in interviste e memorie raccolte nei decenni successivi: “è un po’ come qui adesso con gli stranieri, i negri, gli algerini”; “sì, qualche volta ce n’era che dicevano: “Venite a rubarci il pane”.” (Rossetti, 2013). Alcune denunciano le difficoltà nel trovare un impiego, a causa di tensioni politiche tra i due Paesi e diffidenza da parte dei datori di lavoro francesi.
I legami più stretti, sia in negativo che in positivo, erano tessuti dai più piccoli. Bambine e bambini si accorgevano più spesso dei genitori degli episodi di discriminazione (a volte perché padroneggiavano meglio il francese), ma erano anche quelli che attraverso luoghi di socializzazione come la scuola e le strade vivevano un’accoglienza più rosea. Rimanendo sul tema minori, rilevante è l’attenzione che le donne emigrate riservavano all’educazione e al futuro dei propri figli, considerando la migrazione come un trampolino di lancio nell’ascesa sociale e per il miglioramento delle condizioni di partenza: “(…) il meglio che avrete da fare sarebbe di venire in Francia perché per i bambini se restate in Italia non potranno avere che una vita come la vostra se non peggio e poi per allevarli sarà che una vita di privazioni.” (Rossetti, 2013). L’interesse particolare per la formazione scolastica e professionale non fa che confermare quanto le donne fossero consapevoli e decise nella loro scelta migratoria e quanto, pur tra difficoltà economiche e nell’essere accolte, fossero chiari i loro obiettivi.

Bibliografia
Corti P., L’emigrazione italiana in Francia: un fenomeno di lunga durata, Altreitalie, gennaio-giugno 2003.
Del Grande G., Donne italiane immigrate in Francia: il mestiere baliatico, Altriitaliani, 8 ottobre 2017
Felici I., Marseille et L’Invasion italienne vue par Louis Bertrand. «Ribattiamo il chiodo», Babel. Littératures plurielles, n°1, 1996, pp.103-131
Noiriel G., Il massacro degli italiani. Aigues-Ortes, 1893. Quando il lavoro lo rubavamo noi, Marco Tropea Editore, 2010.
Revelli, L’anello forte, Torino, Einaudi, 1998
Rossetti S., Le emigrate italiane in Francia tra le due guerre mondiali: tra politica e integrazione (1919-1939), Tesi di dottorato in Storia politica e sociale dell’Europa moderna e contemporanea, Università degli Studi di Roma Tor Vergata, XXV ciclo, A.A. 2012-2013
Salsi S., L’immigrazione italiana delle donne in Francia, Dialoghi Mediterranei, n°22, novembre 2016.
Stella G.A., L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi, BUR, 2003

 
Articolo di Sara Rossetti
SARA ROSSETTI FOTO.jpgSara Rossetti ha conseguito un dottorato in Storia politica e sociale occupandosi di migrazioni femminili nel Novecento e un master in didattica dell’italiano a stranieri. È coautrice di “Kotha. Donne bangladesi nella Roma che cambia” (Ediesse, Roma, 2018). Si occupa di intercultura, migrazioni passate e presenti, didattica dell’italiano a stranieri, questioni di genere e opera come formatrice su questi temi. Lavora inoltre come insegnante.

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