Lingua e genere. Riflessioni semiserie

Nel 2016 mi era capitato di interessarmi alla questione del linguaggio di genere e ne avevo scritto su Dol’s una serie di sette brevi articoli intitolati “Le parole delle donne”. Rileggendoli a distanza di tre anni, posso notare che sono un po’ invecchiati, e questo è un bene. Vuol dire che qualcosa si è mosso nel frattempo e che l’attenzione verso un corretto uso del genere femminile si fa sempre più strada.
In questa mia riflessione non vorrei essere pedante e professorale, d’altra parte ciò che emerge sul tema nasce dalle precise caratteristiche della lingua italiana e da quanto da anni va ricordando la massima autorità in materia: l’Accademia della Crusca. A questo proposito consiglio vivamente il pratico libretto della professoressa Cecilia Robustelli, Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere (in abbinamento alle testate del gruppo GEDI-2017).
Intanto ricordiamo una volta per tutte che in italiano non esiste il neutro e che il maschile non marcato (o inclusivo) è una invenzione fittizia che di fatto nasconde (e non include) il genere femminile.
Come afferma sempre la professoressa Giuliana Giusti dell’Università Ca’ Foscari (di cui recentemente ho seguito il corso on-line per la seconda volta): la lingua costruisce identità e fornisce le parole giuste per definire i ruoli. Per fortuna l’italiano possiede tutti gli strumenti per aiutarci a declinare correttamente i nomi (e aggettivi, pronomi, participi…), ogni volta che sia possibile. Se dico atleta ovviamente sarà l’articolo a fornirci indicazioni (una atleta esperta-un bravo atleta), se dico giudice lo stesso (i giudici-le giudici) e anche se uso un participio come cantante o studente. I nomi della prima declinazione (sì, ci sono anche in italiano le declinazioni e sono due) invece hanno chiaramente il genere ben marcato: il gatto-la gatta, il sindaco-la sindaca, l’architetto-l’architetta. I nomi della seconda escono in -e: consigliere-consigliera, cameriere-cameriera.
Nel 2005 si poteva leggere con un certo sgomento: “Il sindaco di Cosenza: aspetto un figlio! Il segretario DS: il padre sono io”. Niente paura: il sindaco si chiamava Eva. Ma ancora nel 2014: “Dopo il ministro Boschi che passeggia in bikini (…) ecco spuntare la foto in topless del ministro Giannini” (Il Messaggero-20.8.2014). Veramente sconvolgente, proprio come un movimento sismico, il titolo: “Terremoto, arriva in visita la ministro Lorenzin” (Il Mattino-24.8.2016).
Abbiamo detto che qualcosa è cambiato e certi usi sono sempre più frequenti, specie da quando un numero maggiore di donne ha incarichi prestigiosi come ministra, sindaca, deputata, consigliera, prefetta o svolge professioni come l’ingegnera, la magistrata, la chirurga o la carabiniera. Eppure ancora capita di leggere sulla stampa (o ascoltare per radio o televisione) frasi del tipo: “Alessandra Dolci, magistrato, capo della Direzione distrettuale antimafia…”(mentre il titolo recita testualmente “La magistrata che combatte la ‘ndrangheta al Nord”); e ancora, in un ampio articolo sulla sindaca di Ancona Valeria Mancinelli (D-Donna– 20.4.2019), il giornalista Giovanni N. Ciullo non ne azzecca una: nella didascalia ad una foto leggiamo “Assessore a 28 anni, diventa il primo sindaco donna di Ancona a 58. Mancinelli è avvocato amministrativo (…)”. Tre errori su tre! Non mancano poi le incertezze: si dice avvocatessa o avvocata? presidente o presidentessa? Chiarimento, una volta per tutte: meglio evitare il suffisso -essa.
Ormai non se ne può più di sentir dire “suona male”: solo l’abitudine e i cambiamenti sociali ci portano verso il corretto utilizzo del linguaggio non sessista. Bellissimo ho trovato il neologismo (segnalato sul Venerdì-23.3.2018) parroca per tradurre l’inglese vicar visto che la protagonista del romanzo Bacino 13 edito da Guanda si chiama Jane; francamente “il parroco Jane” sarebbe ridicolo. E poi maestra, direttrice, professoressa, vicaria (scolastica) si sono sempre usati. Non tutti/e sanno che nei censimenti comunali o parrocchiali dell’Ottocento e dei primi del Novecento si usavano sempre i nomi di mestiere (ma guarda caso lavori per lo più modesti e umili, oggi in disuso) declinati al femminile: ovaiola, pelatora, sartora, filatrice, setaiola, piegatrice, e così via. Ricordiamo che qualsiasi lingua è in continua evoluzione: perde qualcosa, acquista, cambia, così come la società; arrivano i prestiti dalle lingue straniere, si coniano nuovi termini per cose nuove, si dimenticano frasi, modi di dire, locuzioni che suonerebbero vecchie e superate. Mi viene in mente – tanto per scherzare – l’inizio una celebre romanza d’opera: “Ella giammai m’amò!” Chi oggi si esprimerebbe così?
Se vogliamo parlare e scrivere correttamente, cerchiamo di utilizzare poche, semplici regole non discriminanti; a scuola saluteremo dicendo: Buongiorno ragazzi e ragazze; anziché Gli italiani diremo e scriveremo La popolazione italiana; non diremo “La Pellegrini” come non diciamo “Il Fognini“; a ognuno/a daremo il titolo declinato secondo il genere, senza paura e senza incertezze. La nostra lingua possiede – come abbiamo detto – tutti gli strumenti per aiutarci anche nelle innovazioni che verranno sicuramente, di pari passo con i mutamenti sociali. Solo pochi anni fa chi mai avrebbe pensato a una gondoliera, a una meccanica o a una arbitra di calcio?
Non dimentichiamo infine le raccomandazioni a più livelli – iniziate oltre trenta anni fa con il celebre libro di Alma Sabatini Il sessismo nella lingua italiana, e poi portate avanti dal Parlamento europeo, dal disegno di legge Fedeli (18.11.2014) e dalla lettera dell’on. Laura Boldrini a deputati e deputate (4.3.2015) – rivolte a giornalisti e giornaliste, alle pubbliche amministrazioni, alle istituzioni, all’editoria, alle scuole e alle università, e gli esempi virtuosi di alcuni comuni e regioni (Sardegna, Emilia Romagna). Non imposizioni, dunque, ma suggerimenti che, gradualmente ma con costanza, operino sul nostro linguaggio quotidiano, perché la parità di genere si realizza anche attraverso le parole.

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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