Michele prigioniero di Caparezza?

Sono l’evaso dal ruolo ingabbiato di artista engagé
(Ti fa stare bene – Prisoner 709)

Per il ritorno sulle scene nel 2017 dopo tre anni di silenzio Caparezza spiazza tutti e realizza un album diverso, cupo e per la prima volta fortemente intimista. Come mai questa scelta?
Bisogna risalire all’estate del 2015 quando il cantautore pugliese si accorge dell’aggravarsi di un fischio all’orecchio che lo tormenta già da alcuni anni ma che dal quel momento diventa insopportabile, una vera tortura, probabilmente causato dall’abuso di volumi. Non è facile accettare l’acufene per uno il cui scopo di vita è la musica, tanto da scatenare nell’artista la classica domanda: “Perchè proprio a me?”
La ricerca di una risposta a questa domanda porta Caparezza a riflettere e ad interrogarsi sul suo essere un’artista libero o prigioniero di un ruolo (di nuovo: Michele o Caparezza?), perchè ha scelto di fare musica e non altro, se il suo destino fosse fare dischi o se è stato tutto un gigantesco equivoco.
Un’autoanalisi che porta alla pubblicazione dell’album Prisoner 709, letto in inglese “seven” (il numero di album pubblicati come Caparezza) o “nine” (il numero degli album complessivi pubblicati tenendo conto del “rinnegato” Mikimix).
La maschera di Caparezza, una volta soluzione artistica ed esistenziale è diventata un limite e una prigione per Michele, che avverte la necessità di andare oltre un ruolo che gli ha dato un’identità artistica ma in cui si sente ormai ingabbiato.

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Il non riconoscersi più nel proprio ruolo emerge già nella prima traccia dell’album intitolata Prosopagnosia, la malattia neuronale che rende incapaci di riconoscere i volti, troviamo infatti un Michele/Caparezza che metaforicamente non riesce più a riconoscersi allo specchio e che scava nel suo io più profondo, tutto questo attraverso un sound cupo, noise e più rockeggiante del solito che registra l’assenza della storica band di supporto del cantautore pugliese e della voce del fido Diego Perrone:

Non mi riconosco più, prosopagnosia
sto cantando ma il mio volto non è divertito
quasi non capisco più quale brano sia
ogni volta mi riascolto, sono risentito

Un Caparezza quindi solo, condannato ad espiare la sua pena nel carcere mentale in cui l’acufene l’ha rinchiuso come efficacemente descritto nella tracklist Prisoner 709 e che ritroviamo in una seduta dallo psicoanalista in Forever Jung, un inno al potere catartico e terapeutico del rap, di cui Caparezza elegge a padri fondatori Freud e Jung, per la loro capacità di usare la forza del discorso, della parola come strumento privilegiato per indagare l’interiorità. Non si può cercare conforto nemmeno nella religione, nient’altro che una prigione alternativa in cui rinchiudersi, come possiamo dedurre dal brano Confusianesimo.
Ma in una prigione non può mancare la celeberrima ora d’aria e nel brano Ti fa stare bene ritroviamo un po’ di leggerezza e qualche raggio di sole come solo i bambini sanno dare e che, non a caso, sono presenti nel coro del ritornello:

Soffia nelle bolle con le guance piene
e disegna smorfie sulle facce serie
devi fare ciò che ti fa stare bene

Un bambino è anche il protagonista principale del brano Una chiave, un viaggio interiore, una vera discesa ne suo io più profondo simbolizzato nel video che accompagna il singolo dal passaggio attraverso serrature immaginarie che portano ai paesaggi più rappresentativi per il cantautore fino all’incontro tra l’adulto Michele e il sè stesso adolescente, il quale indicherà a Michele adulto, la via di uscita per evadere dalla sua prigione:

Ti riconosco dai capelli, crespi come cipressi
Da come cammini, come ti vesti
Dagli occhi spalancati come i libri di fumetti che leggi (…)
No, non è vero
che non sei capace
che non c’è una chiave

Michele solo collegandosi al suo fanciullo interiore, al Puer aeternus riuscirà finalmente a riconoscersi.
È quindi arrivato per Caparezza il momento di affrontare l’acufene, il fastidioso disturbo uditivo ribattezzato Larsen (riferimento all’effetto Larsen, il fischio del microfono quando è troppo vicino ad un altoparlante) nella canzone omonima dell’album. Ci racconta come è nato l’acufene, come ci si sente ad averlo, come questo lo abbia rinchiuso in una prigione e come abbia provato a curarsi senza risultati. L’unica soluzione, dunque, è accettare il disturbo e conviverci “fino alla fine”:

Fischia l’orecchio infuria l’acufene
nella testa vuvuzela mica l’ukulele
la mia resistenza è quella zulu, cede
se arriva Larsen te lo devi tenere

Foto 2.png

L’accettazione, dunque, è la chiave. L’accettazione della malattia, di sè stesso, dei propri limiti e disagi. Michele è pronto quindi per la fuga che pianifica nella penultima traccia dell’album, Autoipnotica e che lascia intendere perfettamente riuscita nell’ultima traccia strumentale Prosopagno sia!

La mia macchina è il cursore di una lampo sulla linea tratteggiata
guardo nel retrovisore, dietro me si sta scucendo l’autostrada
dal finestrino taglio il vento con il braccio
non posso più tornare indietro come faccio?

Siamo di fronte all’ennesimo capolavoro di un’artista eclettico e trasversale, capace di affrontare sé stesso e i propri demoni senza cadere nell’autocommiserazione ma donandoci un messaggio sofferto, vero e sincero, prezioso perché può aiutare ognuno di noi ad evadere dalle proprie prigioni mentali.
In questa miniserie abbiamo assistito alla parabola di Caparezza, alla sua nascita come risultato della ricerca dell’identità artistica di Michele, alle prese con il fallimento commerciale del personaggio Mikimix, allo sviluppo della sua discografia fondata sui temi sociali e politici a lui più cari come la lotta alle discriminazioni di ogni genere, al sessismo, al razzismo e all’omofobia con uno stile personale ed inconfondibile e infine al suo superamento con la riconciliazione del dualismo tra lo stesso Caparezza e Michele.

 

Articolo di Antonio Lupoli

Nb5PZjt9Pugliese ma romano d’adozione, è un atipico impiegato assicurativo accanito lettore con un curioso debole per la Geografia. Appassionato da sempre di musica, soprattutto rock, non ha ancora una preferenza netta tra i Beatles e i Rolling Stones. Di musica, così come di attualità e di calcio, scrive da anni articoli online. Nel tempo libero studia il francese e tifa Juve.

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