Luciana Guidotti, cronista dell’imballaggio

Psicologia della Gestalt: “Il tutto è diverso dalla somma delle singole parti” (Das Ganze unterscheidet sich von der Summe seiner Teile) – Kurt Koffka (1886 – 1941)

Era forte la tentazione di usare come titolo “Confezione da maneggiare con cura”, ma il tono scherzoso avrebbe tolto spessore a un mondo amplissimo e variegato che coinvolge una economia circolare di forte impatto sull’ambiente.
L’industria del packaging oggi registra i progressi e la ricerca di innovazione a livello di materiali, macchine, idee, design, tecnologia, tutti aspetti che ci toccano da vicino, perché il packaging in sé e le informazioni riportate sulle confezioni, possono orientare le scelte e le abitudini dei nostri consumi. Osservando una bottiglia, una scatola, una vaschetta di insaccati, un pallet, non si può fare a meno di vederli come segni del tempo che cambia, espressioni di tecnologie diverse. E non va poi dimenticata l’importanza estetica della presentazione. Chi è del settore, sa quali e quanti sforzi l’industria fa per ogni tipo di materiale di imballaggio, per cercare soluzioni sostenibili in grado di dare risposte a istanze sempre più sentite. La filiera è lunghissima e parte dalle materie prime per passare alla loro trasformazione e infine alla produzione e distribuzione. Lo scopo primario dell’imballaggio è contenere e proteggere il contenuto, secondo norme molto precise di tipo legale, formale, industriale in base a un principio cardine che riguarda la sicurezza di consumatori e consumatrici nei settori degli alimenti, della farmaceutica, della cosmesi.
Sempre più allarmanti sono le immagini di rifiuti da imballaggio che inquinano gli oceani, uccidono la fauna marina, s’inerpicano fino alle nevi dell’Himalaya e minacciano il pianeta di morte. Diventa imperativo evitare il punto di non ritorno, ma come?
Nuove regole s’impongono: ridurre le dimensioni, prediligere confezioni monomateriale (quindi evitare l’overpackaging, anche se appare difficile in prodotti di categoria lusso, che devono far emergere il brand colpendo emotivamente fin dallo scaffale con un’immagine d’impatto) e avvalersi di materie prime rinnovabili/riciclabili.

In questo senso le associazioni di categoria si prodigano per educare a un corretto consumo, alla raccolta e differenziazione, perché l’imballaggio diventi una risorsa economica da sfruttare tramite il riciclo. Per esempio il vetro e l’acciaio sono riciclabili all’infinito; la carta è riciclabile ma attraversa delle mutazione che la rendono adatta a scopi man mano differenti. Alcuni tipi di plastica sono molto riciclabili per produrre di volta in volta oggetti diversi, ma non in genere per gli alimenti sottoposti a normative che ne vietano il riutilizzo.
Il termine sostenibilità è ormai sulla bocca di tutti e significa sicurezza per l’ambiente, avvio di buone pratiche, senso etico verso il personale e il territorio.
Esistono designer che studiano e raccontano la storia di un prodotto per trasmettere i valori delle aziende. Così si associano forme iconiche che perpetuano quasi degli archetipi, come i bustier di Gaultier o le confezioni di Acqua di Parma, sempre cilindriche nei vari colori per uomo, donna, no-gender. Lo stesso vale per le etichette, appartenenti a pieno titolo alla confezione. La celebre Acqua Smeraldina, dichiarata la migliore del mondo, viene esaltata dalla bottiglia verde smeraldo e dalla forma sfaccettata come la pietra preziosa da cui trae il nome.

Luciana, cronista dell’imballaggio per sua definizione, cominciò a occuparsi dell’editoria business to business (B2B) dopo un inizio in altre riviste tecniche. Nel 1995, forte dell’esperienza in una grande casa editrice, approdò in questa micro editoria specializzata nel trattare l’imballaggio in modo “orizzontale”, rivolta alle aziende e con una decisa specializzazione nel comunicare il packaging in ogni suo aspetto (materiali e macchine).
Immediato l’interesse, divenuto entusiasmo nel corso del tempo, per un settore che colpisce per ricchezza e complessità di argomenti. Si spazia da problematiche di trasformazione dei materiali all’indotto che ci gira intorno.
Alla passione contribuisce una punta di orgoglio, perché l’industria italiana del packaging è ai vertici mondiali, superando i tedeschi nelle macchine e nei sistemi di confezionamento (es. blisteratrici, macchine di riempimento e tappatura, sistemi per la produzione di vaschette, stampa di imballaggi flessibili come buste per surgelati o confezioni di caffè…).
Si tratta di un’industria votata all’export, in virtù di una tecnologia affidabile, eccellente, innovativa e di un servizio considerato ineccepibile. Tutto è customised, creato appositamente per singoli clienti. In linea di massima nel comparto prevalgono le piccole e medie aziende, nate per volontà di un titolare che magari era un tecnico presso altri e che decide di cimentarsi individualmente, sviluppando benessere e occupazione nel territorio.
Spesso le aziende presentano bilanci di sostenibilità allo scopo di apparire sul mercato con le carte in regola, con le adeguate certificazioni, con eventuali responsabilità sociali verso gli impiegati, e con azioni socialmente utili, come nei casi in cui forniscono prodotti ad associazioni tipo “La forza e il sorriso” che dal 2007 organizza laboratori dedicati alle donne malate di cancro per incoraggiarle sulla via del mantenimento di bellezza e femminilità. Tutto questo è possibile grazie al supporto di 29 aziende del mondo beauty. Negli istituti dei tumori si sono organizzate sessioni di trucco per ben 17.000 donne.
In questo contesto, va ricordato che — fiore all’occhiello dell’industria italiana del settore cosmetico — il contoterzismo italiano è apprezzato anche all’estero per la qualità della formulazione e il confezionamento di prodotti per conto di grandi marche. Chi non apprezza le bustine di creme, detergenti, lozioni varie, che si mettono in valigia perché occupano poco spazio? Non possiamo che ringraziare per la cura e la premura di distribuire mini confezioni usa e getta, tanto pratiche in viaggio.
Nel settore, tuttavia, vige una maggioranza maschile, ma esistono anche donne notevoli che hanno improntato l’immagine dell’azienda a loro misura, con una umanità al femminile. Così Simona Michelotti di San Marino, prima di nove figli, trasfonde il suo entusiasmo, la passione, l’onestà, e le capacità imprenditoriali nel settore stampa imballaggi flessibili. Ci sono tanti lati umani da scoprire. Anita Marin, contitolare della AMB di San Daniele del Friuli, viene descritta come persona di grande intelligenza cultura e sensibilità, capace di coniugare in modo mirabile impegno professionale e interessi alti per il bello, nell’arte e nel sociale. Friulana, morta a soli quarantanove anni, si era spesa con “leggerezza” nel dare continuità e sviluppo all’azienda fondata e gestita fino al 2009 dalla madre, Renata Polano Marin, per realizzare soluzioni d’imballaggio destinate alla conservazione sicura e duratura dei prodotti alimentari in atmosfera modificata o sotto vuoto (vaschette e top). Aveva scritto dei suoi studi all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Corso di Laurea in Economia Aziendale: “Alcuni professori ci hanno insegnato non solo l’economia, ma anche il modo di stare nel mondo e durante le lezioni volavo con loro nel mondo delle possibilità infinite”.
Su linee analoghe la redazione di Luciana ha incaricato il dipartimento Design della Comunicazione del Politecnico di Milano di formulare la Carta etica del Packaging, con dieci punti da rispettare quando si crea, produce, consuma imballaggio. Ha poi redatto il testo e messo a punto lo schema pratico. Il progetto nasce da un’ipotesi emersa da molteplici sollecitazioni e si è concretizzato nell’incontro tra mondo della ricerca universitaria, dell’editoria di settore, delle associazioni rappresentative delle imprese. Il documento che ne è scaturito sollecita l’impegno di tutti i soggetti coinvolti nella progettazione, nella produzione, nell’utilizzo degli imballaggi. Per informazioni: cartaeticadelpackaging.org.
Luciana s’infervora enumerando i punti salienti del suo lavoro. Alla domanda su che cosa faccia esattamente la risposta è: “Dirigo riviste, coordino vari collaboratori ma, fondamentalmente, scrivo. La comunicazione da/per azienda deve essere rispettosa. Non si cerca lo scoop, bisogna essere sicuri del risultato e tradurre con il massimo rispetto parole che magari accennano solo succintamente all’obiettivo da raggiungere. Sono curatrice dei contenuti di ItaliaImballaggio, rivista bilingue nata nel 1994 per parlare dell’industria italiana anche all’estero. I clienti sono in prevalenza italiani, come il tipo di pubblicità. Siamo apprezzati dal mercato anche perché siamo riusciti a ideare nuovi standard di comunicazione, dal punto vista editoriale e grafico (per tradizione, le riviste tecniche sono sempre state alquanto noiose), allo scopo di renderle attraenti sulle scrivanie dei decisori d’acquisto. Una caratteristica particolare è che non si vendono le prime di copertina, realizzate da artisti italiani e internazionali giocando sul tema packaging. Teniamo ben stretta la nostra ricca collezione di opere che abbiamo esibito in varie mostre: la più importante ImmagineImballaggio del 2000”.

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Luciana Guidotti

Vogliamo completare il curriculum di Luciana? Per un periodo ha curato il magazine Impackt sulla cultura dell’imballaggio come tramite non solo di informazione ma di lettura del mondo contemporaneo. Vi collaboravano artisti, psicologi, sociologi. “Ma era troppo in anticipo sui tempi”.
Come sempre, è importante dare indicazioni a chi volesse intraprendere la stessa attività. La ricetta è di tipo prettamente umano: ci vogliono umiltà e mente aperta, bisogna mettersi nei panni di coloro di cui si devono interpretare le parole, ascoltare consigli e indicazioni, trovare un pensiero felice, provare soddisfazione nel fare un buon prodotto in sé a prescindere dagli argomenti.
Aggiungerei, conoscendo Luciana, che la creatività si coltiva anche fuori dal lavoro, nel quale tuttavia si convoglia la ricchezza emotiva, intellettuale, artistica perseguite nella vita quotidiana. Di certo nelle riviste che pubblica c’è un pizzico delle danze tradizionali ed etniche che ha praticato per anni, della partecipazione al gruppo Baubaus con manufatti di sua invenzione, dell’impegno nel piccolo manipolo delle amiche che organizzarono “Feste ed eventi” in un momento entusiasmante della vita pubblica di Milano.

In copertina: Fabio Sironi, Imballaggi sostenibili, Tecnica digitale, 2016

 

Articolo di Nadia Boaretto

0_9e7goFLaureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano.

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