NOMADE DELLA STORIA: RYSZARD KAPUŚCIŃSKI

Ponti, muri, porti. Attraversare, innalzare, chiudere e aprire.
C’è stato un uomo che è andato al di là di tutto questo, al di là dei confini, al dì là delle demarcazioni, al di là del limitare, etichettare e racchiudere. Un uomo sabbia, trasportabile dal vento e, nonostante questo, sedimento e strato che, posandosi e posandosi, forma coscienza e memoria. Un uomo dalla bisaccia sempre piena e dalle scarpe perennemente bucate, viaggiatore di mondi, testimone di alterità che lo hanno avuto come occhi e voce.
Ryszard Kapuściński è stato – potremmo dire — l’essenza stessa della sua patria, la Polonia, una terra sparita per secoli eppure presente e pesante di storia, viva nei sentimenti dei suoi abitanti che, in essa, si sono sempre conosciuti pur non potendosi ufficialmente riconoscere. Ha sempre cercato una casa, Kapuściński, un luogo di cui sentirsi parte, sebbene avesse la sua base, amatissima, nella ulica Trokuratorska di Varsavia, riempita di affetti e di libri, quasi a voler supplire, per i brevi periodi di stanzialità, alla momentanea mancanza di viaggi e avventura.
Nato a Pinsk, attuale Bielorussia, il 4 marzo 1932, si laurea in Storia dell’Arte. Ma definirlo storico dell’arte è come raccontare una trama limitandosi all’incipit. Kapuściński sarà giornalista, scrittore, reporter, storico, antropologo, fotografo (iscritto all’Associazione dei Fotografici Polacchi), avventuriero. Soprattutto, sarà viaggiatore, pellegrino, nomade. Mai turista. Uomo altro tra uomini altri. Odisseo di penna e di taccuino. Inizia la sua carriera presso un giornale polacco locale, Sztandar Mlodych e, dai primi anni ’60 e fino al 1981, lavora per l’agenzia di stampa polacca Pap, inviando reportage dall’Urss, dall’Iran e dall’Africa. Ma se ciò che gli è richiesto sono dei report, anche brevi, sulle notizie dell’attualità rigorosa – colpi di Stato, diatribe diplomatiche, conflitti politici – egli non si accontenta di scrivere articoli contingenti, ma inizia fin da subito a scavare nelle realtà, spostando il tiro del suo sguardo alla marginalità, al contorno, ponendosi le stesse domande che – citando Brecht – farebbe un lettore operaio. Questa è la sua firma. Kapuściński lavora a riflettori spenti, a circo mediatico lontano, finanziando di tasca propria le permanenze in quei luoghi, mischiandosi tra e con la gente per sentirla raccontare, per vederla vivere, per poterla respirare.
È così, in questa relazione costante, che nascono i suoi lavori più importanti, i suoi libri più famosi, in uno dei quali egli afferma che «è sbagliato scrivere di qualcuno senza averne condiviso almeno un po’ la vita» [R. Kapuściński, Another day of life]. E allora Kapuściński va, a confondersi, a rischiarla, la vita, a rischiare la salute, va ad ammalarsi. Egli conosce perfettamente i pericoli del mestiere, gli azzardi di affrontarlo così; non è un disilluso né uno sprovveduto: è un giornalista “servo della gleba”, uno che si sporca le mani, che si secca la pelle, che si riempie gli occhi di terra, perché è la sola maniera nella quale sa lavorare. Forse l’unica che ritiene giusta; sicuramente, l’unica che lo rappresenta e che proverà, anche solo con l’esempio, a insegnare. Nel 2003, la statua di Saddam Hussein è abbattuta in diretta mondiale. Ci sono, a Baghdad, giornalisti di quasi ogni organo di stampa a trasmettere quei fotogrammi, a raccontare quelle ore concitate. La sera, quegli stessi giornalisti si ritrovano in albergo, all’hotel Palestine, a parlare di ciò di cui sono stati testimoni. A un certo punto, si alza una domanda: «Cosa avrebbe fatto Ryszard Kapuściński in un’occasione del genere?». Tutti si zittiscono. Finché la voce di una reporter polacca parla, esprimendo – forse – ciò che già si sapeva: «Non sarebbe qui in albergo con noi. Lui sarebbe dall’altra parte, in qualche casa di iracheni, in qualche locanda malfamata».
Kapuściński farebbe, cioè, quello che ha fatto in tutti i suoi ventisette anni di carriera: raccontare, conducendo il lettore per mano in realtà lontane, portandolo nella Storia, quella con la S maiuscola, accompagnandolo, da essere umano, verso tutte le alterità possibili, con il vento della narrazione come proprio mestiere. Ci ammonisce, Kapuściński; ci richiede una maturità obbligata – secondo lui – se si vuole essere cittadini di un mondo multiculturale. Un mondo che, a ben vedere, è sempre stato così, fin dagli albori, fornendoci di volta in volta lo sguardo giusto, la giusta prospettiva. Per quanto assurdo possa sembrare, lui, vagabondo di mille dove, ci impone di fermarci a osservare l’altro, perché di esso abbiamo responsabilità, come è di nostra responsabilità anche la strada che percorriamo. Avendo la consapevolezza di poter fare quel cammino una sola volta, non possiamo permetterci di tralasciare nulla, né per pigrizia né per fretta né per disattenzione né per indifferenza: «Il viaggio a scopo di reportage esclude qualsiasi curiosità turistica, esige un duro lavoro e una solida preparazione teorica […] E’ un modo di viaggiare senza un momento di relax, in continua concentrazione e raccoglimento. Dobbiamo essere consapevoli che il luogo nel quale siamo giunti ci viene concesso una sola volta nella vita […]. Il viaggio a scopo di reportage esige un surplus emotivo e molta passione. Anzi, la passione è l’unico motivo per compierlo».
Egli considera il reportage — genere che, grazie a lui e a Olgierd Budrewich (1923 – 2011), raggiungerà in Polonia livelli letterari altissimi, pur in un periodo in cui era forte l’interesse per il fatto non rielaborato in finzione letteraria – un lavoro assolutamente e preziosamente collettivo, con, sì, una sola firma in calce, ma al quale contribuiscono persone incontrate, eventi accaduti, esistenze condivise. Sembra seguire questo suo scopo quasi con follia, andando anche al limite del mondo, nell’hic sunt leones del pericolo, con la consapevolezza che quei passi possono essere gli ultimi da percorrere. Eppure, non si è mai fermato. Perché per scrivere, Kapuściński, ha sempre avuto bisogno di movimento. Così sono nati i suoi libri, opere che paiono create sul momento, istantanee preziosissime, ma che emergono da un orefice lavoro e da lunghe rielaborazioni.
C’è Il Negus: splendori e miserie di un autocrate (1978), opera che, nel 1983, la rivista Newsweek  definì come uno dei migliori dieci libri dell’anno. In queste pagine, Kapuściński ci restituisce il ritratto completo e veritiero di Ras Tafari, dal 1930 ultimo imperatore di Etiopia con il nome di Hailé Selassié I, descrivendo sia il personaggio esotico, ambizioso, dalla mente pronta e visionaria, oppositore di Mussolini, sia il demagogo, il padre padrone, il populista che proverà a mantenere il proprio potere indiscusso con ogni mezzo possibile. Un libro di verità, scritto senza il filtro del giudizio. Kapuściński racconta ciò vede, descrive ciò che è, senza orpelli, abbellimenti, limature o esagerazioni. L’autenticità dei fatti come unica strada possibile.
C’è Ebano (1998), uno sprofondare totale e assoluto nel continente africano: un viaggio a tappe nella terra forse più complessa e contraddittoria, nel quale essa viene descritta come pianta a sé stante. In Africa, Kapuściński contrarrà la malaria cerebrale e la tubercolosi, rischierà di essere ucciso da un guerrigliero, sarà osservatore diretto di colpi di stato, massacri, conflitti tribali. Sarà lì, a testimoniare, tra i vari accadimenti, il rovesciamento di potere avvenuto in Nigeria nel 1966, la presa del potere in Uganda di Idi Amin nel 1971, il genocidio del Ruanda nell’aprile del 1994. Un’osservazione, la sua, sempre dal basso, con lo sguardo mescolato a quello delle popolazioni del posto: vivrà con loro, tra scarafaggi e spazzatura, incontrando miliziani e serpenti velenosi; qui sceglierà di farsi curare. Il Ferenci (“quello di fuori”, come viene additato da un gruppo di bambini etiopi che lo insegue divertito), si confonde, nonostante la pelle chiara, diventando il nostro “altro”, pur rimanendo il loro.
C’è In viaggio con Erodoto (2004), il libro forse più intimo di Ryszard Kapuściński. In esso, il giornalista polacco racconta della sua infanzia, dei suoi primi viaggi all’estero compiuti da giovanissimo, quasi alla cieca e allo sbaraglio, ma con in tasca un compagno di andare straordinario: Erodoto di Alicarnasso. Il pater historiae vagabonda insieme all’autore, entrambi mossi dal bisogno fisico di toccare e conoscere di persona ciò di cui si sta narrando, creando, con le loro parole, un ponte tra il macrocosmo e il microcosmo, tra il sistema massimo e il minimo, tra l’universo e l’uomo. Se le pagine di Kapuściński possono essere considerate pagine di storia, allora anche Erodoto può, a tutti gli effetti, essere dichiarato un reporter ante litteram, almeno per come lo intende lo stesso Kapuściński: un uomo che va, mai pago né fermo nel suo dover raccontare.
Di libri ce ne sono molti altri. E in tutti emerge la figura di un giornalista che è anche scrittore che è anche fotografo e pittore, che si serve di immagini fulminee, trafugate dalla quotidianità più banale, per avere un punto da cui partire. Durante un soggiorno in Argentina, Kapuściński, che in quest’occasione è accompagnato dallo scrittore Francesco Matteo Cataluccio, è solito appuntarsi sul proprio taccuino le scene che lo colpiscono. Esse, però, non riguardano monumenti, luoghi storici o – magari –  discorsi politici. La sua attenzione è, di volta in volta, catturata da una donna affacciata a una finestra, da un cagnolino zoppo, da una bottiglia rotta.
Questo è Kapuściński. Uomo tenace, sodo nel fisico e nella volontà, sempre presente sul posto e nel posto. Egli crede al frammento, al particolare, alla cornice. Vive di piccoli protagonisti e piccole esistenze. Compagno di viaggio ideale che si riconosce nell’altro, sempre, e che, in quanto altro, lo considera estremamente prezioso. Curioso fino al limite dell’incoscienza, forse spaventato dall’ignoto, ma non per questo meno affascinato dalla volontà di raccontarlo. Un giornalista, uno storico, un antropologo, un uomo di cui oggi, soprattutto oggi, si sente un estremo bisogno. Un nomade che manca e mancherà: perché il viaggio, come ci insegna Kapuściński, è tutto ciò che fa muovere il mondo.

 

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...