Famiglia

Per gli attori, in maggior parte ex detenuti regolari e in misure alternative che formano la Compagnia teatrale Fort Apache Cinema Teatro ogni replica teatrale ha il sapore di una prima volta.
Alla fine dell’ennesima replica di Famiglia, uno spettacolo interamente scritto e diretto da Valentina Esposito, alla quale si deve la creazione stessa della Compagnia, recitata sul palcoscenico del Teatro Lo Spazio, situato in via Locri, gli attori e le attrici si sono rivelati e rivelate al pubblico con una commozione autentica. Sembravano quasi incapaci di trattenere l’emozione, inciampando fra gli oggetti di scena o non riuscendo a trattenere lacrime reali di gioia.
Famiglia approda alla piccola struttura de Lo Spazio dopo numerosissime repliche nei teatri più importanti della capitale e non solo. Dal Teatro India all’Argentina allo spazio del Gay Village, per approdare anche in contesti educativi come le scuole e l’università.

Il fare teatro, per gli attori della compagnia è oramai una realtà che dura, e con successo, da anni. L’esperienza è cominciata a Rebibbia. Qui si sono trovati, uno dopo l’altro (a parte Marcello Fonte e Piero Piccinin, non appartenenti al mondo detentivo), davanti e con Valentina Esposito, loro guida e mentore, a scoprire, in tale medium artistico, una via nuova e felice per evadere dalla ristretta realtà del carcere o della vita personale limitata dalle misure alternative. Il teatro diventava, e lo è ancora, per tutti loro un modo per mettersi in gioco e poter indagare e rielaborare la propria identità, metabolizzando e sublimando artisticamente gli eventi della loro “vita spericolata”, per dirla con Vasco. Questo accade perché per il gruppo di attori, molti dei quali hanno rappresentato una vera scoperta per il mondo dello spettacolo contemporaneo (basti pensare a Marcello Fonte, vincitore di numerosi premi fra cui la Palma d’oro di Cannes per l’interpretazione sublime di Dogman), la genesi di un’opera teatrale come Famiglia, incarna un viaggio vero e proprio nella vita di ciascuno (parliamo degli attori della compagnia, tutta al maschile, di Fort Apache) un percorso a ritroso nel tempo, proprio come annuncia al pubblico uno dei protagonisti, il figlio fuggito e in effetti desideroso dell’amore paterno. Ancora più che un impegno artistico costante e certosino, si tratta di un’incessante, profonda e dolorosissima indagine su quelle che sono state, e sono ancora, le loro reali dinamiche familiari e, quindi, affettive. Lo spettacolo ha sublimato e ricucito, come il grande specchio rotto dai mille frammenti impazziti presente in scena simbolizzava, il mondo stesso sentimentale e familiare degli attori-detenuti.

L’impostazione artistica di Valentina Esposito presuppone che tale indagine identitaria operata dagli attori sia stimolata e incoraggiata dal confronto con i grandi classici che, come lei stessa più volte ha affermato, sono in grado più di ogni altra cosa, di descrivere i moti dell’animo umano, le emozioni, i movimenti affettivi in cui tutti possono rispecchiarsi in teatro, siano persone che recitano o siano appartenenti al pubblico. Nel caso di Famiglia, il testo “classico” di riferimento è il capolavoro di Dostoevskij I fratelli Karamazov. La genesi va ricondotta al contesto laboratoriale integrato, svolto dalla professoressa Esposito due anni fa nella sede del Dipartimento di Storia, Antropologia Religioni, Arte e Spettacolo de “La Sapienza” che ha visto, come ogni anno, la partecipazione alle attività teatrali anche di alcuni degli studenti dell’università. Il testo del grande scrittore russo è servito come una sorta di canovaccio, ha permesso agli attori di esprimere e condividere le difficoltà nel rapporto con i propri cari, le emozioni e suggestioni che evocava in loro il concetto di famiglia. Suggestioni spesso legate ad un passato/presente drammatico e inizialmente difficile da raccontare o rielaborare, basato su conflitti ancora spesso irrisolti che, per forza di cose, riguardano le realtà familiari di persone per anni rimaste lontano da casa.
Dunque, la biografia incrocia la letteratura e la fantasia per dar voce ad uno spettacolo corale in cui ogni unità narrativa viene incastrata nell’altra come in un puzzle, ricomposto solo alla fine.
Una famiglia si riunisce, dopo molti anni di lontananza in occasione del matrimonio dell’ultima figlia di Lallo (Giancarlo Porcacchia) e l’occasione diventa, per i singoli personaggi, un modo per “fare i conti” con il proprio passato e con i propri congiunti, rispolverando vecchi ricordi legati a colpe e sensi di colpa e ad odi mai assopiti davvero. In questa famiglia i personaggi maschili, interpretati in larga parte dagli ex detenuti, sembrano soffocare nel loro risentimento, impossibilitati, talvolta loro malgrado, a comprendere le vere motivazioni e i reali sentimenti dell’altro. Inutili gli sforzi delle donne nel trovare una riconciliazione: anche loro finiranno per essere vittime del fardello dell’odio e della paura di comunicare, della volontà di non voler capire dei loro padri, mariti, fratelli. Non servirà neanche il grido di dolore della sposa, che in una vorticosa danza di dolore, avvolta dal suo velo nunziale, proverà a creare un ponte, simbolizzato dall’ incessante movimento del suo corpo, fra il padre Lallo e il fratello Alessandro (Alessandro Bernardini).
“Capisco il dolore di mia madre, la solitudine di mio padre e la rabbia dei miei fratelli” dice la sposa figlia di Lallo, esprimendo e sintetizzando così i sentimenti che si sono creati fra i personaggi e che portano all’inevitabile e continuo scontro tra loro. Come spiega Alessandro nel suo monologo introduttivo, nella sua figura avvolta dal dramma contrastante di una luce potente e netta che marca la differenza con l’ambiente circostante, l’odio in questa famiglia risale generazione per generazione, arrivando al nonno, detto “Hitler” (un’ennesima magistrale interpretazione di Marcello Fonte), che dalla Calabria aveva deciso di raggiungere Roma, sperando un futuro migliore per tutti. Se, come affermava Ibsen, è vero che le colpe dei padri ricadono sui figli, allora la maledizione è difficile da scongiurare. Così se il nonno amava ripetere che i figli andavano picchiati per farne degli “Uomini”, anche Lallo, suo figlio, doveva ripetere lo stesso comportamento, e dunque, in una paralisi spirituale che colpisce tutti i maschi di famiglia, si sentiva impossibilitato a poter abbracciare il figlio Alessandro, e comunicargli il suo disappunto e dolore nel vedersi allontanato da lui fin da quando era bambino.
Il risentimento, in questa tragedia contemporanea, non riguarda solo i vivi, ma anche i morti, sempre presenti in scena e mischiati ai vivi, tanto che gli spettatori provano difficoltà a distinguerli. Il mondo dei morti, la cui posizione è situata su una sorta di appendice sottile al lato del palcoscenico, e che indica un sapiente sfruttamento degli spazi concessi, si sovrappone al mondo dei vivi, sfociando in una sorta di persecuzione verso questi ultimi, schiavi del peso del passato e del rancore costruitosi lungo gli anni a causa di silenzi e mancanze affettive.
È proprio l’incomunicabilità degli affetti, concetto ricorrente in tutta la produzione della compagnia teatrale, e che attinge alle biografie degli attori, ad essere tema centrale della rappresentazione, ed elemento da cui scaturiscono le sofferenze, dette e non dette, che serpeggiano fra i membri della famiglia.
Una condanna destinata a durare in eterno e a riproporsi sempre nei medesimi termini, generazione dopo generazione.

 

Articolo di Nilowfer Awan Ahamede

Nilowfer Awan Ahamede foto 400x400

Nata a Roma nel 1994, dopo la maturità classica si è laureata in “arti e scienze dello spettacolo” presso l’università La Sapienza.  Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale di “fashion studies”. Si interessa di fotografia e ha vinto alcuni concorsi del settore artistico.

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