Anna Freud. Il genio di ieri con un piede nell’oggi

Dallo sguardo austero, la posa compostamente rilassata ed il sigaro perennemente acceso, l’immagine di Sigmund Freud imperversa sui libri di testo di ogni studente. Dei suoi studi, come ovvio, se ne parla molto: lo stesso, tuttavia, non si può dire della sua vita privata. Solo chi ha intrapreso specifici indirizzi scolastici, infatti, sa che il prof. Freud aveva una famiglia composta da ben 6 figli. Di questi la più giovane, Anna, seguì con devozione le orme del padre divenendo anch’essa una grande psicoanalista.
Anna Freud, della quale poco si sa e poco si legge, nacque a Vienna il 3 dicembre del 1895. Spalle ricurve, piccola di statura e, per sua stessa ammissione, una figura femminea “ben poco attraente”, Anna dedicò tutta la vita al suo mestiere, nonché alla cura dell’amato padre quando contrasse una lunga e invalidante malattia. Non si sposò e non ebbe figli. Ciò che rimane della sua vita sono le vittorie in campo analitico e psicologico.
Considerata da molti “la madre della psichiatria infantile”, Anna difese la teoria che gli studi effettuati sugli adulti, nonché le classificazioni delle malattie, non possono e non devono essere applicati a bambini e bambine  nei primi anni di vita, troppo soggetti ad una personalità in “divenire”. Anna comprovò che una delle principali cause di tardo sviluppo psico-fisico infantile era da ricercarsi nella mancanza di una stabile relazione tra madre e figlio: lei stessa, durante gli anni di infanzia, subì tale processo. Ultima delle prole, era spesso lasciata sola durante le vacanze, smaccatamente snobbata in favore dei fratelli e delle sorelle più grandi. Anna, come scrisse in alcuni dei suoi trattati, soffrì molto di tali comportamenti: sua la teoria che bambine e bambini, per l’appunto, pur non comprendendo cognitivamente molti processi relazionali tipici degli adulti, arrivano comunque a sentirne e “captarne” le onde emotive. Dal 1927, anno in cui iniziò gli studi sulla psicoanalisi infantile con l’articolo intitolato Zur Theorie der Kinderanalyse, Anna proseguì i suoi approfondimenti donando importanti scoperte alla scienza della psicoanalisi. Fu grazie alle sue indagini sui meccanismi di difesa dei bambini infatti, che essa ne estese l’osservazione anche alla sfera adulta. Non solo. Durante gli anni trascorsi a Londra fondò un asilo, che poi trasformò in un istituto di diagnosi, ricovero e cura infantile con corsi di formazione per operatori, operatrici  e psicoanalisti/e dell’età infantile: la Hampstead Child Therapy Course of Clinic. L’asilo era, come da lei affermato, un modo per aiutare bambini e bambine e un osservatorio importante sui loro modelli comportamentali.
Ripercorrendo gli studi su Es, Io e Super-io intrapresi dal padre, Anna catalizzò l’attenzione sulla parte conscia dell’Io. Una parte che getta le sue radici sul rapporto con la realtà e l’esecuzione delle funzioni psichiche di base. L’Io è la parte esterna di noi stessi con la quale intraprendiamo i rapporti con il mondo. L’insieme delle nostre maschere, della nostra palpabile superficie: la parte di noi che ci permette di adattarci con l’esterno, nonché tutto ciò che all’esterno desideriamo mostrare. Uno studio, quello dell’Io, che si accredita come notevolmente attualizzante.
Se l’Io è infatti la parte che ci permette di interagire con il mondo reale, è altresì vero che spesso quest’ultimo viene da noi stessi manipolato in modo tale da farci “andare avanti ove non si possa, almeno per il momento, fare altrimenti”.  Allo stesso modo, per far sì che shock subiti non invalidino totalmente la nostra esistenza, l’Io effettua una sorta di “schermo protettivo” che ci proietta momentaneamente fuori di noi in modo da fare entrare il dolore a poco a poco. Meccanismi, questi, chiamati “di difesa”. Un procedimento sano, certo, finché non si sfocia nel patologico.
Già individuati dal padre come regressione, modificazione attiva dell’o, isolamento, annullamento retroattivo, identificazione, sublimazione ed altro, Anna Freud elaborò altri nuovi ed importanti meccanismi di difesa.
Degno di nota, e anch’esso tristemente attuale, è l’identificazione con l’aggressore. Un modo, questo, per allontanare la paura prendendo le caratteristiche dell’oggetto temuto. Trasportando il tutto ad oggi, si parla ad esempio di tutte quelle vittime di mobbing (spesso in ambiente di lavoro) che trovandosi in catene senza apparente possibilità di chiedere aiuto, assumono con il primo possibile malcapitato/a di turno gli stessi malvagi comportamenti di cui loro stessi sono vittime.
Un’altra importante scoperta di Anna è l’interesse spasmodico della soddisfazione degli istinti altrui in modo da soddisfare indirettamente noi stessi. Un modo comune, spesso scambiato con eccessivo altruismo, per mascherare una profonda infelicità o una mancanza di coraggio nel perseguire la propria felicità. Una manipolazione spesso inconsapevole dell’altro, a volte utilizzato per arrivare ove non siamo capaci di giungere.
Anna Freud ha osservato il mondo della psicoanalisi diffuso dal padre dall’occhio peculiare del suo essere donna. Lo ha assimilato, lo ha toccato, lo ha rispettato e poi, con grazia e composta ribellione, se ne è coraggiosamente discostata in alcune parti a favore della sua personale visione. Un approfondimento importante, basato sul suo modo di vedere la vita nonché sulle proprie esperienza personali. Anna ha il merito di avere spostato lo studio della psicoanalisi dalla patologia alla normalità. Ha enumerato comportamenti inquadrati totalmente nel gruppo delle devianze considerandoli, almeno in parte, come semplici reazioni alla quotidianità e al mondo che ci circonda. Ha contraddistinto tutte quelle reazioni consce e inconsce dell’Io che difendono il nostro essere dalla sofferenza, permettendoci di continuare la nostra vita quando pensiamo non si possa fare diversamente o quando, concretamente, non è possibile al momento prendere altre vie.
Atteggiamenti da non prendere sottogamba, certo, ma sicuramente decontestualizzati da quel sapore di disfunzionalità che il padre masticava continuamente, tanto quanto il suo sigaro.
Pensando ad Anna Freud, si immaginano due occhi immersi nello studio ma anche rivolti al mondo circostante. Alla realtà, vera palpabile e senza fronzoli, che è la vita in cui siamo immersi/e e che comprende mille e una sfaccettature spesso inconsapevoli. Uno sguardo concreto e poliedrico, con quel tocco di femminilità che rende tutto comprensibile e incalzante. Anna morì a Londra nel 1982.
Oltre agli studi specifici, un recente “doodle” della piattaforma web Google (una versione speciale del suo logo per celebrare eventi e anniversari) commemorando la sua nascita ha portato alcuni dei suoi meriti alla portata di un click, anche per chi di lei non aveva conoscenza. Anna Freud è la prova di come, spesso, molti illustri personaggi femminili associati a nomi maschili di rilievo rischiano di prendere ben poca luce in confronto a quanto, effettivamente, meriterebbero di splendere. Un caso, questo, che fortunatamente riguarda Anna in un modo non troppo preponderante. Si è fatta valere, Anna Freud, facendo sentire la sua voce in disparate occasioni. Ciò che è importante, è far sì che questa voce non si perda ai giorni nostri, quando spesso l’attenzione viene catalizzata da ciò che è più comune a discapito di tutti quei piccoli/grandi tesori nascosti che si celano nella nostra storia e letteratura.
Una lettura da consigliare, per avvicinarsi al suo mondo: L’analisi delle difese: conversazioni con Anna Freud di Joseph Sandler.

Articolo di Giada Tommei

Giada Tommei foto 400x400.jpgPistoiese, appassionata di scrittura fin da bambina, poco più che ventenne inizia la stesura di racconti, oggi ospitati in alcune raccolte. Collabora con quotidiani e settimanali culturali e pubblica storie brevi sul tema del viaggio nel mensile La Freccia edito da Trenitalia.

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