Dall’urbs alla civitas. Toponomastica femminile a Brescia 

Il gruppo bresciano di Toponomastica femminile, costituitosi alla fine del 2018, ha deciso di inaugurare la propria sede nel mese di giugno, quello in cui settantatré anni fa per la prima volta le donne italiane esercitano il diritto di voto, il 2 nel referendum istituzionale e il 25 eleggendo l’Assemblea Costituente. La Repubblica nasce donna, anche se non pare.

La sede si trova presso una delle RSA della Fondazione Casa di Dio Onlus (in foto), una realtà storica che da oltre quattrocento anni rappresenta un punto di riferimento nello scenario bresciano per i servizi resi alle persone più bisognose.

Foto 1. BRESCIA CASA DI DIO

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Concerto di Anna Camilli in occasione dell’inaugurazione dell’apertura della sede di Toponomastica femminile gruppo Brescia

In occasione dell’inaugurazione è stata allestita negli spazi della RSA la mostra, che resterà aperta fino al 17 giugno, sulle Madri costituenti che ci mette in diretto contatto con la loro visione della dignità della persona, e in particolare delle donne, e con i loro esemplari vissuti. Sempre a giugno, mese ricco di iniziative a Brescia, la referente di Toponomastica, insieme a altre donne attive nella vita politica, sociale e culturale cittadina,  è stata invitata da Libertà e Giustizia e SNOQ a un incontro pubblico sul tema “Le donne ri-leggono la Costituzione”, un’occasione per evidenziare, a partire dall’articolo 3 della Costituzione, come la toponomastica urbana non sia solo questione di targhe. Le Madri costituenti sono poche, ventuno su 550, ma la Costituzione deve molto al  loro lavoro; in particolare Lina Merlin introduce nell’articolo 3 la locuzione “di sesso”, oggi diremmo “di genere”, nell’elenco delle discriminazioni da superare, mentre Teresa Mattei la fondamentale aggiunta “di fatto” alla frase “limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”, nel comma sugli ostacoli di ordine economico e sociale da rimuovere per consentire lo “sviluppo della persona umana” e la partecipazione dei lavoratori alla vita del Paese, Il principio di eguaglianza è il principio costitutivo della democrazia, perciò ogni limitazione dell’eguaglianza coincide con un restringimento della democrazia. Nella realtà le differenze esistono, la legge ha il compito di impedire che diventino fonte di discriminazione, come chiaramente spiega la giurista statunitense Katherine MacKinnon domandandosi: “Perché mai si dovrebbe essere uguali agli uomini bianchi per avere ciò che essi hanno, posto che, per averlo, gli uomini bianchi non debbono essere uguali a nessuno?”. Più subdola, ma non meno grave della discriminazione legale è perciò l’omologazione giuridica delle differenze, che parte dall’implicita assunzione di un’identità, affermata come neutra e generale, “normale” e al tempo stesso “normativa”, ma in realtà esclusivamente maschile. La nostra pur bella e civile Costituzione, figlia del suo tempo, mette sempre come soggetti “cittadini” e “lavoratori”, mai “cittadine” e ”lavoratrici”.

Anche la lingua di fatto discrimina. Profondamente, benché in modo apparentemente neutro. Fino al 1946 le donne in Italia non sono cittadine, non sono parte della civitas, termine latino che designava sia la città-stato, sia l’insieme dei cittadini, ma sono parte solo della urbs, che indicava invece la città come complesso di edifici e di mura. Non doveva però essere tanto agevole per le antiche romane neppure percorrere, anche accompagnate, le vie di questa urbs, se attorno al 150 a.C., per arginare un fenomeno diffuso, viene emanato l’editto De adtemptata pudicitia (“Sull’attentato alla pudicizia”) che stabilisce sanzioni per chi importuna e molesta le donne per strada, attentando alla loro virtù. Del resto anche la mitologia classica è ricca di esempi di molestie e stupri nei confronti delle donne a opera degli dei,  mentre secondo un proverbio medievale, “Donna onesta non sta alla finestra” perché solo le prostitute si affacciano, per attirare clienti, altro che andare per strada; nel Rinascimento si progettano e si edificano meravigliose città “a misura d’uomo”, ma non di donna, e, ancora oggi, “donna di strada” continua a non essere propriamente un complimento. La città e i suoi spazi sono, per le donne, luoghi di esclusione sociale.

Eppure per secoli e millenni le donne hanno attraversato e percorso le vie delle città, vivendole e facendole vivere, ma di loro, che siano donne d’eccezione o donne comuni, eroine del quotidiano, non resta, quasi, memoria incisa nelle targhe stradali, soprattutto nel centro storico. Ancora oggi le città, che sono memoria vivente del passato nella loro concreta fisicità, sanciscono l’esclusione delle donne, cancellandone le tracce e negando loro il dovuto riconoscimento con una adeguata presenza nello spazio urbano e nella memoria collettiva.

A Brescia, su 1656 strade e luoghi urbani, 744 sono dedicati a uomini, alle donne solo una quarantina, di cui la metà sono sante, madonne o religiose. Lo squilibrio di genere e la distanza della rappresentazione dalla realtà storica e sociale risultano assai evidenti e non può non colpire questa discriminazione sessista, sotto gli occhi di tutti, ma talmente consolidata nell’uso da risultare “normale”.

Decisamente più presente nelle nostre strade delle intitolazioni è il corpo delle donne, spesso esibito quasi senza veli, che campeggia in grandi cartelloni pubblicitari. In queste immagini le donne sono il corpo, solo il corpo; un corpo che rispecchia, senza imperfezioni, i canoni estetici correnti, un corpo senza nome, un corpo senza memoria che rimanda a un eterno presente di levigata giovinezza, un corpo senza voce. Sulle targhe stradali sante e madonne, sui cartelloni corpi di ragazze seminudi, mentre risultano quasi completamente assenti i nomi delle donne in carne e ossa che hanno contribuito alla storia di questa città e di questo Paese. Sono presenti, a dire il vero, anche analoghi cartelloni con corpi maschili, anche quelli giovani, belli, poco vestiti e muti; ma sono decisamente inferiori in numero, sia rispetto al loro corrispettivo femminile, sia rispetto alle intitolazioni maschili di strade e spazi urbani. Dall’insieme di nomi e di immagini di corpi, maschili e femminili, emerge una rappresentazione evidentemente sessista e distorta della concreta realtà e dinamica sociale e dei rapporti di genere. Questa rappresentazione va quindi cambiata e riequilibrata. Rendere evidenti le differenze e il loro valore, anche attraverso targhe stradali, è la condizione per inserire a pieno titolo le donne nella civitas, dalla quale sono state troppo a lungo escluse, con parità di dignità e opportunità.  La Costituzione è un formidabile punto di partenza, rispetto al quale non si torna indietro, ma oggi la visibilità della differenza e il riconoscimento di pari dignità e opportunità sono la nuova frontiera.

Il 9 giugno, Toponomastica femminile a Brescia, aderendo alla proposta di collaborazione dell’Associazione Carme (Centro Arti Multiculturali e Etnosociali), costituita da giovani artist* attiv* in particolare nel centrale e popolare quartiere cittadino del Carmine, ha preso parte a VIE MAESTRE. ridisegniamo la toponomastica della nostra città al femminile, un’iniziativa nell’ambito del Wowomen Festival. La creazione è femmina, che si è svolto appunto al Carmine.

Toponomastica femminile ha stilato un elenco di nomi e biografie di donne di valore, presentati anche nel corso di due incontri pubblici, all’interno dei quali le giovani artiste di Carme hanno individuato quelli con cui, manifesti e colla e pennelli alla mano, ri-nominare le principali strade del quartiere, fino a che gli agenti atmosferici non cancelleranno queste installazioni temporanee. Per esempio via Porta Pile è diventata via Giacinta Calini, letterata, pubblicista e insegnante bresciana del XIX secolo, autrice di un carme Contro la pena di morte, pubblicato nel 1870, 19 anni prima che la pena capitale fosse abolita dal codice Zanardelli nel 1889; via Nino Bixio è stata re-intitolata a Virginia Guerrini, cantante d’opera locale di fama internazionale vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento; Via Elia Capriolo è divenuta via Antonia Oscar, militante comunista dal 1921, antifascista e partigiana, vicesindaca di Brescia fino al 1949 e poi attiva nel sociale, mentre via delle Battaglie, via Federico Odorici, Via Marsala e via Federico Borgondio sono state temporaneamente intitolate a quattro significative artiste del Novecento, la scultrice Franca Ghitti e le pittrici Piercarla Reghenzi detta Pierca, Anna Maria Coccoli e Rina Soldo.

COPERTINA BRESCIA

Foto 2.INCOLLAGGIO BRESCIA

La prima metà di giugno è stata davvero intensa e segna il punto di arrivo di una serie di iniziative precedenti che hanno portato a numerose proposte di intitolazione (tra cui le partigiane Bruna Manera e Achilla Maria Morandini, la letterata Giacinta Calini, la musicista Adele Bignami, le artiste Franca Ghitti, la matematica Maryam Mirzakhani e le sorelle Luigia e Teresa Ambrosetti, scienziate): dall’incontro del 22 febbraio presso l’AAB (Associazione Artisti Bresciani) con il critico d’arte Fausto Lorenzi che ha illustrato in modo rigoroso e accattivante il percorso artistico di Pier Carla Reghenzi, detta Pierca, Anna Coccoli e Franca Ghitti, all’evento-concerto del 22 marzo presso il conservatorio “Luca Marenzio” sulle figure di Adele Bignami e altre musiciste locali; dall’incontro dell’11 aprile, presso la Facoltà di Giurisprudenza, dedicato a Giacinta Calini e Maryam Mirzakhani, per finire con quello del 12 aprile in collaborazione con l’ANPI, cui ha dato un prezioso contributo di arricchimento la partecipazione di una testimone, la partigiana Rosy Romelli.

Su invito del Comitato per il Pride, il gruppo bresciano di Toponomastica femminile ha organizzato il 12 giugno l’incontro pubblico Marielle Franco. Il coraggio delle differenze, nell’ambito della Pride Week locale, in cui ha presentato la figura dell’attivista brasiliana e ha richiesto l’intitolazione a Brescia di uno spazio urbano a questa donna esemplare.

La vita di Marielle Franco è testimonianza di una donna a più dimensioni, che ha avuto il grande coraggio e la grande forza di assumere, ri-assumere e fare proprie le sue differenti e plurime identità. Con se stessa e con il mondo. Da ciò la sua straordinaria, esemplare libertà. Marielle ha difeso i diritti delle minoranze, schierandosi con i poveri, gli emarginati, i minori e le donne abusate, e denunciato e contrastato la delinquenza, il narcotraffico e la connivenza fra malavita e autorità. In soli 38 anni di vita.

Marielle Franco è donna e già questo la iscrive d’ufficio fra chi viene discriminato. Inoltre è donna nera e questo, come lei stessa afferma in un’intervista, significa resistere e sopravvivere sempre. Le persone guardano i nostri corpi sminuendoli, cercano di capire se sotto i turbanti abbiamo droghe o pidocchi, negano la nostra esistenza. Quello che ho vissuto in aeroporto [un’ispezione non autorizzata ndr] è stata una violenza che molte donne nere hanno già sperimentato. Potremmo fare una ricerca oggettiva chiedendo a quanti uomini e donne bianchi hanno controllato i loro capelli, la risposta sarebbe nessuno. Risultiamo esposti e veniamo violentati tutti i giorni. Per ampliare la discussione è fondamentale comprendere che ci troviamo su un piano di trattamento diverso. È necessario riconoscere il razzismo.

Marielle Franco è madre. Una madre povera e sola. A diciannove anni mette al mondo una figlia e si laurea in scienze sociali mentre si prende cura da sola della bambina e lavora come insegnante retribuita il minimo sindacale. Questa esperienza la fa avvicinare al femminismo e alle battaglie per i diritti delle donne, soprattutto nelle favelas.

Dobbiamo ricordare che siamo in una condizione subalterna, non solo a livello simbolico. I dati oggettivi delle ricerche lo dimostrano. Sfortunatamente le donne vivono ancora una situazione vulnerabile – afferma Marielle in un’intervista del 2018. Proprio per questo ritiene sia ancora importante parlare di femminismo, per garantire che le donne non si trovino in posizioni di secondo piano. Per evitare lo status di invisibilità in cui molti vogliono collocarci. Affinché riusciamo a occupare spazi in cui essere protagoniste. L’8 marzo è importante scendere in strada, rendere pubblico il nostro discorso, perché finché ci saranno donne che fanno sentire la loro voce, il dibattito sul femminismo, sul genere e sul razzismo sarà vivo e farà la differenza. Le discriminazioni di genere e su base etnica si accompagnano a profonde diseguaglianze sociali. In Brasile l’1% della popolazione possiede circa il 30% delle risorse. Si tratta di un Paese lacerato dalle disuguaglianze, dalla violenza di classe e di genere e dal razzismo. Da questo divario, caratterizzato dalla violenza urbana e da un’enorme ingiustizia socio-economica che affligge gli oltre 71 milioni di individui del cosiddetto “Paese continente”, nasce la lotta di Marielle Franco. Sociologa e ricercatrice, si laurea con una tesi intitolata “UPP: il declino delle favelas in tre lettere”, dove UPP sta per Unidades de Polícia Pacificadora – il reparto delle forze incaricato della sorveglianza della periferia di Rio de Janeiro. L’istruzione non è per lei erudizione, bensì strumento di conoscenza e trasformazione, oltre che di riscatto, sociale e di genere.

Marielle Franco è lesbica e vive il suo amore e la sua famiglia non convenzionale alla luce del sole e con grande libertà e pienezza. Mônica Tereza Benício, con la quale Marielle si sarebbe dovuta sposare nel settembre 2019, dichiara a Amnesty International: Marielle è stata una compagna straordinaria, credo che il suo maggior contributo, oltre all’impegno in Parlamento, fosse quello di condividere la sua vita pubblicamente, non nascondere la nostra relazione, far vedere che era un amore legittimo, che era felice, che la nostra famiglia esisteva.

Marielle Franco è testimone e vittima della violenza della polizia e muove i primi passi come attivista politica nel 2005, dopo che una persona amica viene uccisa da un proiettile vagante, durante una sparatoria tra la polizia e alcuni narcotrafficanti nel complesso di Maré, la sua favela. Nel 2006 Marcelo Freixo le spalanca le porte della politica, nominandola sua consigliera parlamentare e introducendola al Partito socialismo e libertà; è donna delle istituzioni, prima donna nera a essere eletta nel Consiglio comunale di Rio, con più di 46 mila voti di preferenza, con la Mudar Coalicion, composta da PSOL e Partito Comunista Brasiliano e diventa l’unica rappresentante nera in un consiglio composto da 51 membri, di cui solo sette donne. Nel Consiglio municipale continua a occuparsi dei temi a lei più cari: presiede la Commissione per la difesa delle donne ed è membro di una Commissione incaricata di monitorare l’azione della polizia federale a Rio de Janeiro. Nei quasi quindici mesi del suo mandato promuove sedici proposte di legge, di cui due convertite in altrettante norme: una per regolamentare il settore dei moto-taxi – il mezzo di trasporto più popolare nelle favelas – e una che prende di mira i contratti tra Comune e organizzazioni di sanità pubblica, spesso al centro di indagini per episodi di corruzione.

Marielle Franco è la cria da Maré (la figlia di Maré), cresciuta nel cuore dei conflitti sociali, nel cosiddetto Complexo di Maré, un agglomerato di bidonville in cui si mescolano abitazioni precarie senza alcuna infrastruttura ad altre meno povere, e che conta la presenza di circa 140 mila abitanti, continuamente esposti alla violenza della polizia, oltre che a quella sociale. Marielle è una donna di discendenza africana che si è sottratta alla miseria, alla rassegnazione alla violenza e alla discriminazione sociale, senza però mai lasciare Maré, con la sua povertà indecente e la sua gente variopinta per la quale lotta ogni giorno nella sua attività di politica e di attivista sociale per assicurare diritti e dignità, perché il suo riscatto è quello di tutti e le sue radici, conservate con amore e determinazione, sono elemento fondante della sua forza.In lei privato e politico si intrecciano inestricabilmente, tanto che non è possibile separarli l’uno dall’altro, poiché costituiscono la sintesi della sua composita identità; i suoi gesti politici sono parte costitutiva della sua vita privata e viceversa.

Marielle Franco è stata uccisa nel quartiere Estacio di Rio de Janeiro la notte tra il 14 e il 15 marzo 2018. Nell’agguato ha perso la vita anche il suo autista mentre un addetto stampa è rimasto ferito. Due settimane prima del suo omicidio era stata relatrice per una commissione speciale istituita dal consiglio comunale per monitorare l’intervento federale in corso a Rio de Janeiro e la militarizzazione della sicurezza pubblica. Solo il giorno prima del suo omicidio aveva twittato con veemenza contro il dispiego di forze armate in zone a rischio della città, denunciando l’omicidio di Matheus Melo, ucciso mentre usciva da una chiesa, proprio dagli agenti impiegati per contrastare la violenza nelle favelas dal mese precedenti. Secondo quanto riportato dal quotidiano inglese The Guardian solo nello stato di Rio sono state uccise 154 persone per “opposizione all’intervento della polizia” nel gennaio 2018, il 57% in più rispetto all’anno precedente. In un comunicato ufficiale, la Procura di Rio de Janeiro ha chiarito come l’uccisione sia stata «pianificata meticolosamente durante i tre mesi precedenti all’attentato. Marielle è stata giustiziata in modo sommario a causa delle sue attività politiche». Il suo omicidio costituisce «un colpo contro lo Stato democratico di diritto». Le indagini sul suo assassinio, che da subito è apparso non come opera di «semplici rapinatori», hanno fatto emergere alcuni rapporti oscuri tra Flavio Bolsonaro, senatore e figlio del presidente, e il mondo delle milizie paramilitari, che erano state denunciate dalla stessa Marielle. L’organo di stampa brasiliano O Globo, su questo punto delicatissimo e assai inquietante della vicenda, ha scritto senza mezze misure che “appare evidente l’esistenza di un rapporto tra la morte di Marielle e la famiglia Bolsonaro”.

La sua vita è stata spezzata dalla violenza della polizia, ma Marielle Franco non è una vittima, è una caduta per la libertà, sua e di tutti. È morta per aver scelto di non tacere, per aver dedicato la propria vita a combattere, nella ferma convinzione che un mondo differente deve esistere e va costruito.

marielle carro

Il 5 marzo scorso Anielle Franco era sul carro dedicato alla sorella che ha vinto il Carnevale di Rio (in foto). La più famosa scuola di samba della città, la Mangueira, ha trasformato la sua parata in un omaggio corale alla politica assassinata, con uno spettacolo di canto, danza e dissenso. Nel sambodromo c’erano migliaia di bandiere verdi e rosa con stampata la sua immagine e tantissimi cartelli che rivendicavano Justiça pra Marielle (Giustizia per Marielle). Memoria, lotta e festa: a Marielle sarebbe piaciuto.

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

 

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