UN TE’ CON VIRGINIA

C’è una donna avvolta in una pelliccia sotto il tabellone delle partenze di King’s Cross Station, con i capelli raccolti in una crocchia un po’ all’antica e uno sguardo inconfondibile: non può essere che lei.

– Signora Woolf1? È un onore conoscerla.
– Piacere, mia cara. Sbrighiamoci, un taxi ci sta aspettando.

Siamo dirette a Gordon Square, nel cuore di Bloomsbury, dove Virginia si trasferì dopo la morte dei genitori.

– Lo vede il civico 46? Quella è la prima casa che ha accolto me, Vanessa e i miei fratelli, prima di trasferirci più in là nel quartiere. È stata uno dei punti di ritrovo del Bloomsbury Group… Un via-vai che neanche si immagina!

Sedute al tavolino di un caffè, al centro della piazza, la signora Woolf mi sembra alquanto distratta. I suoi grandi occhi guizzanti sono carichi di una curiosità spiazzante, e ora capisco perché incutesse tanto timore agli uomini del suo tempo: non dev’esser stata una donna che aveva paura di fare domande scomode.
Peccato che il suo sguardo curioso non si accenda con la nostra conversazione. Avvolta dai fumi di un tè nero bollente non distoglie un attimo quel piglio quasi accigliato dalla vetrina del bar, come se una patina di smarrimento, che assomiglia molto a una profonda delusione, fosse calata sulle sue pupille.

– Mi diceva del gruppo Bloomsbury, cosa ricorda di quel per… Signora Woolf? Cos’è che attira così tanto la sua attenzione lì fuori?
– Tutto questo inesprimibile, rumorosissimo vuoto.
– In che senso? A me sembra un quartiere pieno di vita!
– Vede, è proprio questo che intendo. Lei vede un quartiere pieno di vita, io vedo un senso d’inadeguatezza spesso come un muro di cemento e sento risate pronte ad infrangersi al suolo e rompersi in mille pezzi, proprio come questa tazza da tè. Vedo tante Mrs. Dalloway lì fuori, tutte pronte a dare feste per coprire il silenzio delle proprie vite.
– La Mrs. Dalloway del suo romanzo era una donna paralizzata dalle convenzioni e dalla sterilità delle relazioni umane. In che modo crede che la rigidità degli schemi e dei ruoli sociali del suo tempo abbiano influito sulle opportunità culturali ed editoriali delle donne?
– L’educazione e il sistema di valori nel quale le donne dell’inizio del secolo scorso erano inserite hanno inciso significativamente sulla loro effettiva possibilità di diventare scrittrici. Il talento senza istruzione non va da nessuna parte e le assicuro che anche nella società borghese ed altolocata, ai miei tempi, non era affatto scontato che le ragazze potessero studiare. La subordinazione socio-economica delle donne rispetto agli uomini, che fossero padri o mariti, era un dato di fatto.
– Se dovesse darmi un consiglio per il mio futuro editoriale, cosa mi direbbe?
– Cara, ti direi di andare per la tua strada. Non aggrapparti mai al braccio di un uomo e lotta per la tua indipendenza. Una donna, per poter scrivere, ha bisogno di “una stanza tutta per sé” e di non dipendere da nessuno.

Alzo gli occhi dagli appunti, pronta per riversare su di lei tutte le domande che questa sua riflessione mi ha suscitato, ma purtroppo leggo chiaramente nei suoi occhi che il nostro tempo è già finito.

– Ora devo andare cara, il treno per Rodmell parte tra un quarto d’ora e Leonard mi aspetta per cena. È stato un piacere incontrarti, buona fortuna per il tuo libro!

Seguo i suoi passi sempre più lontani, ancora una volta incredibilmente tesi tra una decisione spiazzante e l’incertezza di chi si sente fuori posto.
Di certo avrò qualcosa da raccontare al mio ritorno.

VIRGINIA WOOLF: nata a Londra nel 1882, fu una delle principali scrittrici del XX secolo. Impegnata nella lotta per la parità dei sessi, coniugò attivismo ed elaborazione letteraria in opere come Una stanza tutta per sé e Le Tre Ghinee.
Morì suicida, nel fiume Ouse, nel 1941.

Articolo di Emma de Pasquale

1ZjisCuMEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è attualmente laureanda in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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