La musa ferrarese di De Chirico

La storia di Antonia Bolognesi potrebbe essere quella di una donna qualsiasi, dall’esistenza semplice e appartata, stimata dai colleghi e amata dai parenti, eppure ha avuto un ruolo di grande interesse nel panorama artistico del XX secolo; vediamo come e perché, e anche quali eventi casuali l’hanno portata alla luce in modo quasi romanzesco.

Antonietta (Antonia) Bolognesi era nata il 6 gennaio 1896 a Ferrara, dove ha sempre lavorato e abitato; il padre era telegrafista, la madre casalinga e aveva un fratello e una sorella. Dopo aver abitato in via  Mentana 27 fino al ’40, si trasferì con la famiglia in corso Isonzo 14, nelle case del “complesso Garibaldi”; alla sua morte (13 gennaio 1976) fu sepolta nella tomba di famiglia nella Certosa ferrarese e i beni furono divisi fra i nipoti. In un comò in stile impero fu trovato un pacchettino avvolto in carta velina ingiallita che fu lasciato in disparte per moltissimi anni finché il pronipote Eugenio e Giovanni Resca (genero della sorella Maria) decisero finalmente di aprirlo. Era il 2012. La sorpresa fu grande, per alcuni versi eccezionale e rivoluzionaria, almeno per la storia dell’arte italiana.

Da quasi un secolo si conservava, infatti, un prezioso carteggio del tutto ignoto; in totale sono 125 pezzi: 104 lettere, cartoline, biglietti postali di Giorgio De Chirico ad Antonia (dal gennaio al 23 dicembre ’19) e otto bozze di lettere di Antonia a Giorgio; ci sono poi ritagli di giornali e copie di lettere di Antonia ad altre persone o Enti.

La scoperta ha dato un contributo essenziale alla conoscenza del periodo ferrarese di De Chirico, ma anche svelato un amore concluso tristemente alla fine del ’19, rimasto però nel cuore di Antonia tutta la vita. Ha poi dato finalmente un nome in modo chiaro e definitivo alla donna ritratta nel dipinto Alceste per cui si erano sprecate le ipotesi più fantasiose.

Ma veniamo alla storia, così come è stato possibile ricostruirla grazie al carteggio, pubblicato nel 2014 a cura di Eugenio Bolognesi e della Fondazione Giorgio e Isa  De Chirico.

Il famoso pittore, nato in Grecia, intellettuale, appassionato delle varie arti, aveva vissuto dal 1911 al ’15 a Parigi; allo scoppio della guerra, con il fratello Andrea (noto come Alberto Savinio) si era arruolato volontario, per pentirsene ben presto. Entrambi però furono destinati a mansioni di ufficio, per presunti problemi di salute; dal distretto militare di Firenze furono inviati a giugno del ’15 a Ferrara; Giorgio, divenuto caporale, faceva lo scritturale e risiedeva con la madre e il fratello in case di affitto, nei pressi di via Mentana. Stava al caldo, lavorava ben poco e aveva tutto il tempo per studiare, scrivere, dipingere e scoprire la magia della città, dove rimase fino a tutto il 1918. Sappiamo che fu molto influenzato dall’atmosfera “metafisica” e le passeggiate per l’antico ghetto, le alte ciminiere ora scomparse, ma soprattutto il castello furono elementi essenziali della sua maturazione e della sua arte, immortalati nel celeberrimo Le Muse inquietanti (1917). Come i due giovani si siano conosciuti non è noto: Antonia era impiegata contabile nell’ufficio del Patronato Provinciale per gli Orfani dei Contadini Ferraresi morti in guerra, con sede presso il castello Estense, dove Giorgio si recava spesso nell’Osservatorio Astronomico a trovare un amico; erano inoltre vicini di casa. Giorgio poi fu ricoverato nell’ospedale militare per una “nevrosi di guerra” e Antonia avrebbe potuto incontrarlo anche casualmente; certo è che fra loro inizia una relazione nell’autunno del 1917. Il 1° gennaio 1919 De Chirico viene mandato a Roma e da questo momento inizia a scrivere assiduamente alla fidanzata. Le sue sono lettere di un giovane innamorato, deciso a portare avanti la relazione con i migliori sentimenti, ma in evidenti difficoltà economiche. «Conto i giorni che passano e che mi sembrano tanto lunghi; ma il momento che ci rivedremo approssima, cara Antonia, e questo periodo di separazione lo passeremo pensando intensamente al nostro amore elevando e purificando i nostri animi in una reciproca comprensione, in una reciproca stima» (13 marzo 1919). Si comprende dalle lettere che Giorgio aveva frequentato casa Bolognesi, conosceva bene i genitori e i fratelli Carlo e Maria, ma non era molto stimato: non sembrava un buon partito, era uno che faceva dipinti e si dava arie da “pittore”. Curioso anche il fatto che in tutta questa frequentazione non abbia mai donato ad Antonia un disegno, un abbozzo, un piccolo quadro, quasi lui stesso non desse troppa importanza al proprio lavoro. Eppure realizzò grazie ad Antonia un dipinto oggi presente in tutti i libri di storia dell’arte e in molte mostre; si tratta di Alceste (in copertina: particolare dell’opera), che costituisce l’altro motivo di interesse di Antonia. Il ritratto di giovane donna (1918) è un “pendant” con l’autoritratto di De Chirico: sono entrambi a mezzo busto, in una stanza, inquadrati nella finestra; hanno lo stesso atteggiamento e la medesima posizione della mano; sono vestiti di scuro, ma nello sfondo compare un cielo azzurro luminoso; assorti nei loro pensieri, la ragazza guarda in alto verso destra e ha dietro una torre stilizzata (il castello di Ferrara?), Giorgio guarda verso l’esterno e forse ha in mano un libro.

L’opera fu esposta a Roma (Galleria d’arte Bragaglia) dal 2 al 21 febbraio ’19; scrive Giorgio all’amata: «vedresti il tuo ritratto troneggiare in mezzo le altre opere…» — «il tuo ritratto ammiratissimo; l’ho intitolato “Alceste”. (…) Aspetto con impazienza il momento di rivederti, tu che amo tanto e che tanto rispondi ai miei ideali di bontà, gentilezza e di bellezza». Alcesti, infatti, è la creatura mitologica simbolo della fedeltà coniugale e della nobiltà d’animo e in varie lettere Giorgio chiama proprio così Antonia (nella forma che lui preferisce, Alceste). Il ritratto fu acquistato dal dott. Angelo Signorelli: fu l’unica opera venduta alla mostra e la prima acquistata da un collezionista italiano; oggi si trova in un’altra collezione privata, quella di Chiara e Francesco Carraro.

Durante tutto il 1919 il carteggio rivela che Giorgio varie volte ritornò a Ferrara, rinnovando i suoi intenti di matrimonio, addirittura previsto verso la fine dell’anno o la primavera del ’20; tuttavia ci tiene a una posizione economica solida, elemento che si rivelerà determinante. «Quindi cade per me la speranza di poterti unire alla mia sorte il prossimo autunno come ardentemente desideravo e desidero. La situazione si chiarirà per forza di cose e per volontà mia ma non potrei assolutamente fissare un tempo (…)» (6 maggio ’19). Durante l’estate le lettere cominciano a evidenziare qualche malumore, qualche inquietudine, piccoli battibecchi e lamentele reciproche, forse causate dalla lontananza. Mai però si accenna a una possibile visita di Antonia a Roma, forse perché è da poco finita la guerra, perché l’Europa è percorsa dalla terribile epidemia di spagnola, o perché all’epoca sarebbe sembrato un viaggio “sconveniente” per una signorina perbene.  Nel settembre però Antonia fa un gesto audace e rischioso: all’insaputa del fidanzato scrive a sua madre Gemma, nobildonna di origini genovesi, chiedendole con il dovuto garbo di favorire la loro unione; non ha risposta, ma le scrive Giorgio. E’ decisamente arrabbiato e proibisce sia a lei sia a suo padre simili iniziative in futuro. A novembre Antonia cerca di avere sue notizie da conoscenti comuni. Probabilmente De Chirico scrive un biglietto a Giuseppe, padre di Antonia, come si faceva un tempo, per chiarire i propri intendimenti (ma non ne abbiamo documentazione).  Veniamo al momento conclusivo della vicenda. Il 23 dicembre Giorgio invia l’ultima lettera ad Antonia: «Io però ti assicuro che non ti ho dimenticata e che spero sempre di potermi un giorno unire a te». Si inserisce a questo punto il padre di lei con una dura replica in cui praticamente gli vieta la relazione se non ci saranno cambiamenti nella sua situazione economica («è sempre nostro parere di non opporre difficoltà qualora Ella dimostrasse chiaramente di essersi creata una posizione solida da permetterle il formarsi una famiglia tenendo presenti le odierne esigenze della vita. Ritengo quindi inopportuna la sua insistenza prima di aver raggiunto le condizioni su esposte.».) Abbiamo la brutta copia, ma evidentemente giunse a destinazione perché De Chirico non si fece più vivo e il rapporto finì. Antonia, riservata e dignitosa, non si sposerà mai, ma lo cercherà e seguirà sempre, come testimoniano gli articoli ritagliati e conservati. Nel ’22 scrive ripetutamente a vari uffici per sapere l’indirizzo di De Chirico, prima a Milano, poi a Firenze, a Roma, infine a Parigi, sfruttando la sua posizione professionale e usando addirittura la carta intestata del Patronato. Gli scrive in modo commovente il 7 dicembre 1922 dopo che varie lettere sono state respinte, ma non sapremo mai se questa fu letta o no. Nel ’50 lo vede a Roma, insieme a una “Persona”, durante il Giubileo e gli invia gli auguri natalizi: abbiamo la brutta copia, ma non sappiamo se poi davvero la spedì e se mai arrivò. Ed è l’ultima testimonianza rimasta di questo lungo, lunghissimo amore.

La vita di Antonia trascorse tranquilla, dedita al lavoro e alla famiglia; quando il fratello Carlo e la moglie Idelme morirono a Lucca sotto il bombardamento del 6 gennaio ’44, si occupò dei due nipoti sopravvissuti e da quel giorno non festeggiò mai più il suo compleanno.
De Chirico e Savinio, intanto, presero altre strade, divenendo celebri; nelle Memorie della mia vita (1945) De Chirico non fa cenno ad Antonia né alla prima moglie Raissa Gourevitch, forse per riguardo alla nuova compagna e poi moglie Isabella Pakszwer Far. Il silenzio su Antonia è stato dunque totale e se non si fossero lette e studiate quelle lettere, il suo nome non sarebbe riemerso dall’ombra e la sua gentile figura non avrebbe ripreso vita.

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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