Deep velvet. La voce che accarezza

Lisa Mazzotti è detta the voice, e non per complimentoso manierismo o per piaggeria promozionale. Mette i brividi sentirla interpretare la missiva che Lady Macbeth invia al marito, com’è successo all’Istituto Italiano di Cultura di New York. Timbro vellutato, ma talmente volitivo da persuadere chiunque, a cominciare da Macbeth stesso, che il destino è dalla sua parte. Il recital consisteva nella lettura del foglio riportante il testo. Non c’era palcoscenico, non c’era materiale di scena, ma soltanto la voce, che su Internet è definita “Matura, Calda, Sensuale, Avvolgente, Versatile”.

Fu un momento ipnotizzante che sottolineava l’importanza di una voce “educata” a lavorare su elementi fisiologici quali respirazione, altezza, registri, intensità, regolati da un ritmo biologico. Una voce che perde ogni meccanicità e vibra di ritmicità biologica secondo un codice di emozioni, come scrive Clemente Napolitano. “È la matrice di un’estetica paleontologica originata dalla sensibilità viscerale e muscolare profonda, dalla sensibilità dermica, dai sensi dell’olfatto e del gusto, dell’udito e della vista… È il momento in cui, citando Thomas Mann, «l’inizio della musica coincide con la musica dell’inizio». Il teatro si allontana dalla teatralità, divenendo poesia; la poesia va oltre la forma scritta sviluppandosi in vocalità, in un atto estremo di purificazione”. [1]

Lisa è attrice di prosa con una solida laurea in Lettere e Filosofia come base. Tra gli esordi rievoca con tenerezza quelli che definisce i magnifici tre anni di Scuola di Cinema della Regione. Il suo insegnante di allora, l’attore e regista Pietro Privitera, le cambiò la vita e il modo di pensare.

Esistono due categorie di persone: quelle che vogliono recitare fin da piccole e quelle che ci arrivano per caso, curiose di cimentarsi in varie caratterizzazioni. Lisa sentì il sacro fuoco verso gli otto anni, quando imparò a memoria il monologo di Giulietta nella scena del balcone. E da lì ha sempre pensato di fare l’attrice. Grazie a una buona stella iniziò subito a lavorare in settori diversi: una compagnia teatrale di sole donne (Cooperativa femminile Aramara, nome indiano che significa scongiuro), il mondo del doppiaggio, le trasmissioni radiofoniche quotidiane, i grossi network, la Rai sia come conduttrice che come programmista e regista, occupandosi di scaletta musicale, interviste, servizi con scrittori, musicisti, attori. A lungo ha curato i pomeriggi di Rai Stereo 1 e ha potuto spaziare in vari campi senza dover aspettare le telefonate di convocazione o far la fila per i provini. La gavetta è necessaria e mai sufficiente, ma chi ha fortuna (o non sarà piuttosto talento?) vi transiterà senza troppa fatica, aiutandosi con la saggia scelta di agire su vari fronti, improvvisare, sperimentare il teatro – che esclude l’uso del microfono – e i due diversi ruoli di doppiatrice e direttrice di doppiaggio. Nella seconda funzione si ha modo di conoscere meglio e prima il prodotto, il che permette di selezionare le voci adatte, dopodiché si danno indicazioni sull’interpretazione, sul personaggio, sul sync, in sinergia con il regista del doppiaggio.

Lisa afferma che non è importante avere una bella voce (dobbiamo crederle?), quel che conta è trasmettere emozioni. In radio hai l’unico supporto della voce ed è questa la cartina di tornasole: se funzioni là, hai qualcosa da dare. Lo insegna bene Barbara Marchand, conduttrice a Radio Montecarlo e poi in Rai. Con lei Lisa ha scambiato pareri sulle attuali voci radiofoniche femminili, tutte uguali, come succede anche nel doppiaggio. I produttori le scelgono così perché sono sostituibili. Non sono cresciute individualmente, ma hanno imitato gli stessi modelli, con il risultato che manca la profondità e, malgrado la precisione tecnica, non si percepisce il cuore, l’anima.

Chi non ricorda il timbro caldo e pastoso di Anna Miserocchi che diede corpo alla maestria recitativa di Anne Bancroft? O Maria Pia Di Meo che si cela dietro il volto di Meryl Streep, Audrey Hepburn, Julie Andrews?

Da parte sua Lisa ha nel curriculum Beth Spaniel in “Mayflower Madam” (Jill), Judith Drake in “La piccola principessa” (Panettiera), Kathryn Kirkpatrick in “Air Bud vince ancora” (Sig.ra Miller), Angela Molina in “Il cammino per Santiago” (Angelica), Karen Admiraal in “Vanguard” (Linda), Josiane Balasko in “Il raid” (Madame Jo).

E ancora Meryl Streep in “Olocausto” (Inga Helms Weiss, ridopp. miniserie TV), per non parlare dei telefilm e delle soap operas.

Oh, yes! La sua è una lunga carriera e per indovinare chi sta impersonando converrà riascoltare “I Jefferson”, “Sentieri”, “Innamorarsi”, i cartoni animati “Pippi Calzelunghe”, “Ghostbusters”, “Pollyanna”, “Mafalda”, “Capitan Harlock”, e divertirsi con tanti personaggi femminili del teatro delle marionette della prestigiosa Compagnia Carlo Colla & Figli.

 

Dirigere il doppiaggio è un lavoro complesso e stressante per le implicazioni che comporta. Bisogna attenersi ai tempi, alle righe di testo, e c’è la responsabilità psicologica di mettere attrici e attori nella disposizione interiore in cui possano rendere al massimo. Si tratta veramente di entrare nel loro mondo, di infondere fiducia pur mantenendosi esigenti. Capita di incontrare personalità faticose, ma ogni volta si deve puntare sulla resa ottimale, anche quando si tratta di reality. La sync talvolta risulta sballata se la persona dell’immagine è straniera mentre il parlato è italiano. La direttrice rimane seduta vicino al fonico che muove i cursori e gli dà indicazioni, per esempio se la voce è più lontana, quindi in campo lungo.

Mentre gli attori vengono pagati a righe (e in pubblicità sono meglio remunerati), la direzione doppiaggio funziona a prestazioni, a tranche di lavoro. In un giorno è normale avere tre turni di doppiaggio che corrispondono a tre contratti diversi.

Tante sono però le soddisfazioni e il bilancio va oltre le aspettative.

Eppure… un grande rimpianto rimane, ed è quello per l’occasione perduta con il Théâtre du Soleil. Alla fine degli anni ‘80 era avvenuto l’incontro con Ariane Mnouchkine (che come Brook lavora con attori di tutte le nazionalità) e l’anno dopo ne era seguita la convocazione a Parigi. Un’opportunità di portata internazionale con una regista che aveva cominciato a fare teatro nell’ambito di due compagnie universitarie, una delle quali diretta da Ken Loach. Purtroppo un’emergenza privata impedì di dar seguito all’invito. Sliding doors, un’altra vita. Una delle tante legate a luoghi sparsi nel mondo: oggi Milano, ma anche New York, Svizzera, Parigi… La diciannovenne Lisa, innamorata fin da bambina di Laurent Terzieff, avrebbe tanto voluto incontrarlo e alla fine degli anni ‘80 a Parigi ebbe la buona sorte di aspettarlo all’uscita degli artisti dopo lo spettacolo “Enrico IV” di Pirandello. La presentazione, una stretta di mano, un sogno realizzato. A ognuna il suo mito: noi della stessa generazione non dimentichiamo Marcello Mastroianni nel medesimo ruolo, nel film di Bellocchio!

Si diceva bilancio e qui entrano nel panorama delle attività dei corsi all’accademia di recitazione rivolti a giovani, fonti continue di bei contatti. Un po’ come il professor Higgins del “Pigmalione” di George Bernard Shaw nei riguardi di Eliza Doolittle, si cerca di far uscire da ogni persona quello che ci può essere in nuce. Ma in questo caso Lisa è docente, non allieva!

Resta poco tempo per i rapporti privati, al di là di quelli di famiglia che includono i viziatissimi cagnolini, in inverno adorni dei frivoli cappotti acquistati a Charleston durante il Festival dei Due Mondi, Spoleto/USA. Prevalgono quelli con i colleghi di lavori, ma sono rarissimi i casi di amicizia fiduciosa. Purtroppo impera la competitività, secondo l’esempio, non liquidabile come semplice stereotipo, del film “Eva contro Eva”. Ciò vale anche per gli uomini, smaniosi di farsi le scarpe a vicenda per interessi venali e per invidia. L’ambiente è peggiorato e manca la buona educazione d’antan. Passata l’epoca di Gina Lollobrigida che sapeva ben amministrarsi in modo indipendente e della Magnani, che aveva fortissimo il senso del proprio orgoglio. Anche le attrici sposate a produttori, come Loren e Mangano, avevano un altissimo grado di professionalità e non dormivano sugli allori. Oggi sono pochi i casi di stranieri che arrivano a controllare i doppiaggi all’estero. Fa eccezione Almodóvar, che segue tutto di persona.

La gestione della quotidianità in termini di orari, tempi di lavoro, tempo libero è piuttosto ballerina, nel senso che si tratta di fare quasi dei salti acrobatici: doppiaggio al mattino, radio di pomeriggio, rappresentazione teatrale di sera. È come uscire da una pelle ed entrare in un’altra, con un effetto schizofrenico di dentro e fuori. A ciò si aggiunge l’attenzione costante alla cultura generale e a quella specifica del settore, un aspetto che deve essere predominante per le nuove leve, cui si consiglia di studiare, indagare con spirito curioso, frequentare stage, conoscere le teorie dei grandi maestri con l’occhio non al guadagno immediato ma a ciò che arricchisce lo spessore. C’è ampia offerta, ma bisogna saper scegliere.

Concludendo con un gioco, quali aspetti e/o episodi potrebbero rientrare nelle definizioni: DIVERTENTE, IRRITANTE, STRESSANTE, SORPRENDENTE?

DIVERTENTE è la radio in diretta, perché può succedere di tutto e bisogna essere pronti a ogni evenienza, avendo come unico strumento la voce (anche se alcune radio si stanno dotando di un proprio canale video).

IRRITANTE è quando stai doppiando e va via la luce, perché se non c’è un generatore perdi tutto il registrato.

STRESSANTI sono tre turni incalzanti di doppiaggio, ciascuno di tre ore, il che vuol dire nove ore in piedi; oppure quando si registra in colonna separata, senza sentire gli altri.

SORPRENDENTE, nel senso di sorpresa, fu la volta che alla Radio Svizzera c’era Bruno Ganz e venne meno il coraggio di parlargli. E poi nel 2008 la sorpresa di vedere a teatro “Le Serve” di Jean Genet con Annamaria Guarnieri e Franca Valeri che, già vecchia, dovette nascondere le mani in tasca per non mostrare il tremolio, ma poi si riprese, tornando quella di una volta, perfetta, con battute piene di naturalezza.

Aveva ragione Nannarella: “Ho capito che ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per questa lacrima, ho implorato questa carezza. Se oggi dovessi morire, sappiate che ci ho rinunciato. Ma mi ci sono voluti tanti anni, tanti errori”.

E per citare Sophia Loren: “Fare l’attrice è come andare in guerra. Bisogna avere determinazione, scansare tanti pericoli.”

Di Oscar Wilde, guitto di rango, l’aforismo: “Mentre uno scrittore dà il romanzo al realismo, chiediamo all’attore di dare realismo al romanzo.”

A Gigi Proietti la conclusione: “Ringraziamo Iddio, noi attori, che abbiamo il privilegio di poter continuare i nostri giochi d’infanzia fino alla morte, che nel teatro si replica tutte le sere.”

[1] http://www.clementenapolitano.com/it/pubblicazioni/articoli/39-l-attore-voce-dell-uomo

[2] https://www.frasicelebri.it/argomento/attori/?page=3#start-content

Articolo di Nadia Boaretto

0_9e7goFLaureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano.

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