Leggere Lussu oggi

Nella situazione politica e sociale presente può essere utile riprendere in mano e  rileggere un piccolo libro: Marcia su Roma e dintorni scritto da Emilio Lussu per il pubblico francese e anglo-americano e pubblicato in Italia nel 1933. Lussu, avvocato nato vicino a Cagliari nel 1890, fu ufficiale della mitica Brigata Sassari nella Grande guerra e poi fra i fondatori del Partito Sardo d’Azione; deputato nel 1921 e nel ’24, venne dal regime condannato alla deportazione. In seguito fu nella direzione del Partito d’Azione da cui passò al Partito Socialista; fu anche senatore e ministro nei primi governi dell’Italia liberata. Di lui resta indimenticabile almeno un altro testo: Un anno sull’Altipiano (1938) in cui rievoca vicende di guerra nella zona di Asiago.
Perché dunque oggi la rilettura di un “classico”? Soprattutto perché, se è vero che è antistorico fare paragoni fra epoche e condizioni diverse, è anche vero che è sempre utile riflettere sulle origini di certi movimenti che sembravano al momento “governabili” e da manovrare a piacimento, ma poi si rivelarono ben più forti e duraturi del previsto.
Lussu racconta con chiarezza e per esperienza diretta gli albori del fascismo a partire dal 1919 con l’analisi dei fatti avvenuti in Italia e in Sardegna a cominciare dal malcontento per quella guerra vinta che sembrava invece perduta. Intanto, contro la paura del bolscevismo, Mussolini «offrì i suoi gregari agli industriali e agli agrari. I fasci prosperarono (…). L’on. Giolitti favorì l’impresa». Dopo Giolitti sarà la volta di Bonomi e poi di Facta, mentre il futuro duce «espose le nuove basi programmatiche con un discorso che finì ispirandosi a Dante Alighieri e a san Francesco d’Assisi.» E le autorità stavano a guardare gli incendi delle cooperative, le spedizioni punitive, la distruzione delle sedi del Partito Socialista. Facta «continuava a “nutrire fiducia”. Così maturava l’ambiente favorevole al colpo di Stato».
La polizia, quando interveniva durante le violenze, arrestava solo gli oppositori, spesso inermi; la magistratura parteggiava apertamente, il rischio della marcia su Roma (siamo ormai al 1922) venne sottovalutato. Su questo si incentra il VI capitolo, di grande interesse per la ricostruzione minuziosa degli eventi visti “in diretta” e persino con ironia, nonostante le tragiche conseguenze. «”Desidero – dirà più tardi il re all’on. De Vecchi – che gli italiani sappiano che io solo non ho voluto firmare il decreto di stato d’assedio.” “Viva il re!” gridano i fascisti».
La pacificazione rasserenò gli animi: basta con i disordini. «Non più scioperi, non più saccheggi, non più sangue di fratelli. Lo Stato si veste a nuovo e incede solenne. Ritorna trionfante, dal suo lungo esilio, la legge (…). Ora bisogna dormire.»
Molto avvincente il resoconto della fascistizzazione della Sardegna, assai ostile inizialmente, ma poi piegata più che con la forza, con l’astuzia dell’abile generale Gandolfo. Decisamente comica la poco nota vicenda dell’eroica I Legione fascista inviata in Libia e poi ammutinata. L’arrivo a Cagliari sembra un film con Alberto Sordi: «La Legione sbarcò con un certo disordine. Alcuni caddero in acqua (…). Erano troppo poveramente vestiti: laceri, rattoppati e sudici. Alcuni portavano, in braccio o sulle spalle, piccole scimmie africane». A quella ridicola parata bambini e bambine locali si divertirono un mondo.
Ma per avere il consenso e il controllo totale occorrerà ancora tempo; ci saranno violenze e lutti, gli assassini di Matteotti, Piccinini e Amendola, e poi la censura preventiva sui giornali.
Stupenda la scena in cui l’on. Viola, in rappresentanza degli ex combattenti che volevano il ripristino delle libertà costituzionali, incontrò il re nella tenuta di San Rossore. Qui siamo a Ionesco e al teatro dell’assurdo. «Mia figlia, stamattina, ha ucciso due quaglie – risponde il re. La delegazione allibisce (…).  In questo modo ha termine la più solenne ambasciata di libertà che il popolo italiano ha mandato al sovrano».
Fu l’Aventino, quasi tutti si piegarono ai ricatti e all’olio di ricino; l’amico che aveva chiamato i figli Libertà, Spartaco e Libero cambiò loro nome; d’altra parte, commenta Lussu «ho letto d’un cristiano portato schiavo in Barberia, che ebbe il tempo di diventare maomettano e poi ridiventare cristiano sette volte».
Dopo tredici mesi di carcere, il deputato Lussu (pure assolto) fu condannato grazie alle leggi eccezionali a cinque anni di deportazione; a Lipari incontrò Carlo Rosselli e Fausto Nitti con i quali riuscì a evadere nell’agosto del 1929, dopo quattro tentativi falliti.
Da leggere con attenzione anche le pagine finali in cui racconta l’esperienza di deportato: l’isolamento e il controllo erano totali, si potevano verificare fino a dodici appelli a notte, tubercolosi e dissenteria imperversavano; ci furono casi di suicidio e alcuni assassinati a bastonate; e poi la fame… Eppure qualche politico ha osato parlare di “villeggiatura”.
Attualmente sta avendo grande successo di critica e di pubblico Antonio Scurati con il suo monumentale romanzo storico M, segno che i tempi sono maturi per riflessioni approfondite su un passato che ha preoccupanti somiglianze con il presente. Ecco perché bisogna vigilare sempre sulla nostra fragile democrazia e magari avvicinarsi, con riconoscenza, anche all’opera di Emilio Lussu, soltanto 178 pagine nei vecchi Oscar (edizione 1970), dense di fatti e di riflessioni, scritte con acutezza e raffinata ironia.

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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