Marie Sklodowska Curie, una donna geniale

«La vita non è facile per nessuno di noi. Ma che importa? Dobbiamo perseverare e avere fiducia in noi stessi»; è uno dei pensieri di Marie Curie, uno di quelli che hanno guidato la sua vita ricca di talento, povertà, fama e amore. Ma quanto cammino prima di arrivare a quei due premi Nobel per la Fisica e la Chimica, quanta tenacia, quanta lotta per far comprendere alla società di inizio Novecento che, sì, anche una donna poteva fare la scienziata.                                                                                                                                    Molte delle avversità e dei pregiudizi affrontati da Marie nel nostro mondo attuale sono incomprensibili, in ogni caso dobbiamo alla tenacia di donne come lei se oggi Samantha Cristoforetti è potuta andare nello spazio, se anche le donne possono fare dei lavori che non molto tempo fa erano riservati solo agli uomini, o se la Nazionale di calcio femminile è seguita in prima serata su Rai Uno da sette milioni di telespettatori. In tale senso ha creato una breccia in una società che alla donna richiedeva, semplicemente, buone maniere, doti materne e di essere l’ombra costante degli onesti mariti borghesi.

Marie Sklodowska era di origine polacca, nata a Varsavia nel 1867 da genitori che incoraggiarono il suo talento ma anche quello degli altri figli, senza fare distinzione tra maschi e femmine.  Per potere studiare a Parigi come lei desiderava, avrebbe dovuto optare per un matrimonio di convenienza, ma l’ipotesi venne scartata quasi subito perché non voleva rinunciare alla sua indipendenza. La strada verso Parigi sarà segnata da un profondo sodalizio con la sorella Bronia: lei avrebbe messo i soldi da parte per aiutare Marie a studiare a Parigi e quest’ultima, una volta laureata, avrebbe sostenuto lei. Il legame tra le due non si spezzò mai e fu sempre Bronia ad assisterla nei momenti più duri. Marie ne ebbe tre in particolare: le periodiche crisi depressive; la morte di Pierre; la montagna di fango ordita dalla stampa a seguito della sua relazione con Langevin, un uomo sposato tre anni dopo la morte del marito.

Non si poteva perdonarle questo amore e così veniva messa in dubbio la sua moralità, l’accusa successiva fu quella di mettere in discussione tutto, anche i suoi meriti professionali o peggio ancora attribuirli solo a Pierre Curie.

Marie iniziò a soffrire molto presto di crisi nervose: la prima si manifestò a sedici anni in seguito alla morte della madre unita alla impossibilità di proseguire in Polonia la sua formazione. Eppure, nonostante tutto, convisse con questa condizione e forte della sua volontà e dell’amore per la ricerca, riuscì a essere la brillante scienziata che conosciamo.

La storia d’amore con Pierre fu un rapporto fondato su una perfetta fusione fisica e mentale, l’amore coniugale e quello per la ricerca condivisi in una piccola casa scarsamente riscaldata così come il loro laboratorio. Quando Marie lavorò per estrarre dall’uranite un cristallo puro di radio per determinarne il peso atomico, lei e Pierre lavorarono tonnellate di residui di uranio in un capanno utilizzato come sala per le autopsie dagli studenti di medicina. Pochissimi strumenti, niente comfort, niente precauzioni nel toccare quel pericoloso materiale.                                                                        Quando, nel 1903, l’Accademia di Stoccolma comunicò l’assegnazione del premio Nobel a Pierre Curie, egli rispose che non lo avrebbe accettato se al suo nome non fosse stato associato quello della moglie. Però la somma attribuita fu unica, come se si fosse trattato di un’unica persona. Nel giugno del 1905 le autorità svedesi chiesero che intervenisse solo Pierre per il discorso ufficiale. Marie si accomodò tra il pubblico ascoltando il marito spiegare in quale modo lei avesse scoperto la radioattività.

Sei anni dopo fu lei di persona a ricevere il premio Nobel per la Chimica e a pronunciare il suo discorso sotto lo sguardo attento della sorella. Perché fu così importante?

Non si trattò semplicemente di una rivincita dopo le tante accuse per essere stata l’amante di Langevin, ma di una sua personale affermazione come scienziata. Insomma, non era più Madame Curie.

Oltre alle preziose scoperte e cioè il radio e il polonio (battezzato così in onore della sua Polonia), Marie Sklodowska ci ha lasciato un patrimonio umano: una donna che ha lottato per affermarsi come studiosa non rinunciando alla maternità e, quando è stato possibile, all’amore. Inoltre, credo che le parole sulla scuola rappresentino un metodo pedagogico ancora estremamente attuale: lei ci parla di una scuola basata sulla creatività e non sulla misurazione di competenze. Un luogo di bellezza, insomma, che trasmetta «ai piccoli l’amore per la natura e per la vita», in cui l’insegnamento «doveva basarsi principalmente sulla sperimentazione e sulla manipolazione, non sul memorizzare lunghe lezioni.»

Oggi molte ragazze e donne dovrebbero conoscere la figura di Marie Sklodowska Curie, poiché ci ha insegnato che la libertà di studiare non è negoziabile e che rappresenta l’unica forma di emancipazione, che l’amore non è possesso ma condivisione, che la “sorellanza” è un rapporto empatico, costante e silenzioso che dura tutta la vita.

Articolo di Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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