Pillole di storia. Il dopoguerra nel Paesi liberali. L’ultimo impero si sgretola

oIv3dt02.jpegSubito dopo la fine della guerra, una volta crollati l’impero ottomano, quello tedesco, quello austroungarico e quello russo, comincia a perdere colpi anche quello inglese.

Prima del conflitto la Gran Bretagna era la prima potenza marittima mondiale e possedeva un enorme impero coloniale; inoltre, grazie alla sua posizione geografica, poteva prendere parte tanto alle questioni europee quanto ai commerci con gli Stati Uniti mantenendo sempre una forte autonomia.

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All’indomani della Grande Guerra l’Europa è in ginocchio e i consumi calano drasticamente, riducendo anche le esportazioni inglesi. E Londra stessa, nonostante abbia subito molte meno perdite umane di Francia e Germania, è provata dalle spese belliche: ora a concedere prestiti ai Paesi in difficoltà per i danni bellici sono gli Stati Uniti.

Con il crescere della disoccupazione e del malcontento, lo storico partito liberale Wigh perde i consensi delle fasce popolari più deboli a vantaggio del nuovo partito laburista e in minima parte di quello comunista; ma i consensi comunisti sono scarsi e i laburisti, fin troppo moderati, sono più vicini ai vecchi liberali che alle posizioni operaie.

I 14 punti di Wilson, impostati sul principio del diritto all’autodeterminazione dei popoli, non potevano non lasciare un segno. Durante la guerra l’esercito del Regno Unito si è servito di numerosi soldati provenienti dalle varie colonie d’oltreoceano, i quali hanno in parte respirato questo spirito. Chi ha combattuto l’imperialismo austriaco e tedesco, ora non può certo apprezzare quello inglese. Sorgono così i primi movimenti anticolonialisti. Dunque la Gran Bretagna, che non ha ottenuto nessun vantaggio reale dalla guerra europea, ha come conseguenza della partecipazione al conflitto la lenta e graduale perdita dell’impero coloniale. Per quanto formalmente vincitrice sul piano militare e diplomatico, Londra è sul lungo termine la potenza veramente sconfitta.

La prima forte rivendicazione indipendentista che porterà a una sanguinosa guerra prende piede in Irlanda. Nel 1919 scoppia la prima agitazione indipendentista in India, sotto la guida del Partito del Congresso capeggiato da Gandhi, un uomo fortemente attaccato alla tradizione induista e contrario allo sviluppo industriale. L’India è sempre stata la principale colonia commerciale inglese. Il governo di Londra vara delle leggi speciali che permettono ai viceré locali di reprimere le insurrezioni, il che non fa che aumentare il rancore anti-inglese della popolazione locale, che ora chiede non più la partecipazione indiana al governo inglese ma la totale indipendenza. Ripetutamente arrestato per dimostrazioni di resistenza passiva, Gandhi considera fondamentale lo strumento della nonviolenza, anche davanti a un esercito armato; ma il gesto gandhiano cha mette davvero in difficoltà la Gran Bretagna è la campagna di boicottaggio di tutte le merci inglesi, sostituite da prodotti artigianali costruiti a mano. Ma la lotta è resa sempre più difficile dai disaccordi tra induisti e musulmani e tra tradizionalisti e socialisti e l’indipendenza verrà ottenuta solo nel 1947.

Tutte le ex colonie inglesi, una volta concessa l’indipendenza, restano legate a Londra con il Commonwealth, fatta eccezione per l’Irlanda che ne uscirà nel 1949.

In copertina. Gandhi e la marcia del sale (1930)

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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