Lettera P

La depilazione è una pratica antichissima.
Fu tra gli egiziani antichi che diventò un’abitudine che associava igiene, estetica e purezza spirituale. Poiché erano perseguitati dai parassiti amavano la rasatura totale, testa e sopracciglia comprese, e la praticavano con una resina particolare, simile alla nostra ceretta. Anche nella Grecia antica e nell’epoca romana sia le donne che gli uomini si depilavano. Gli uomini, soprattutto gli atleti, per poter gareggiare meglio; le donne per un motivo puramente estetico (Ovidio ne L’arte amatoria prescrive loro che nelle ascelle l’aspro odore del capro non alligni e non siano le gambe irte di duri peli”).
Col tempo, mano a mano che i parassiti diventavano sempre meno un problema, non c’è stata più necessità di rasare capelli e sopracciglia, ma l’avversione per i peli delle gambe è rimasta. Le donne turche sono state fra le prime collaudatrici definitive della ceretta. Le arabe hanno inventato la depilazione col filo.
Tutti i musulmani senza distinzione di sesso si radono fin dall’adolescenza le ascelle e il pube; il rituale fa parte delle abluzioni, necessarie per la preghiera.
Durante il Medioevo fu addirittura la Chiesa a stabilire che le donne dovevano lasciarsi crescere i peli ma non mostrarli (anche perché la maggior parte di essi si trova in zone da non mostrare mai). Donna pelosa donna virtuosa.
In questo periodo si consolidò l’idea che i peli delle ascelle femminili richiamino troppo quelli pubici, quindi siano vagamente osceni. Per sfida, le cortigiane s’infiocchettavano i peli pubici e le loro ricrescite con lustri nastri di seta.
Per gli uomini il pelo è segno di forza, di virilità, di fertilità. È il simbolo dell’età adulta: in epoca merovingia un ragazzo diventa uomo alla sua prima rasatura.
Nell’800 Ruskin raccontava di non essere riuscito a consumare la prima notte di nozze perché era rimasto scioccato dai peli pubici della sua fresca sposa. A quel tempo l’associazione fra peluria e mascolinità era ormai consolidata, e gli uomini preferivano carezzare pelli lisce, molto diverse dalle loro.
Nel frattempo, però, la tecnologia aveva fatto passi in avanti, con l’invenzione dei rasoi di sicurezza (1901) e delle creme depilatorie istantanee (1919). Gli anni ‘20 videro un progressivo innalzamento degli orli, a mostrare più centimetri di gambe. Le pubblicità sempre più spesso menzionavano la necessità di avere gambe lisce. Per le ascelle si dovette attendere: Sofia Loren e Silvana Mangano le mostravano pelose con totale noncuranza.
Negli anni ‘50 la depilazione era ormai divenuta la norma e pian piano si trasformò in un imperativo senza scampo: il pelo si deve estinguere, per la gioia di molti business.  Gli stereotipi di genere non perdonano al gentil sesso neppure l’ombra di un pelo, additandolo come simbolo di poca femminilità. Se entriamo in un centro estetico, il trattamento più richiesto è l’epilazione definitiva. Pure “lì”? sì, pure lì. French? Brazilian? Si chiama waxing culture, la cultura della depilazione, che segue i trend del momento e oscilla tra il triangolino, cuoricino, la farfallina e via di questo passo, a seconda dei gusti e del tipo di bikini.
Il dominio è tanto più efficace quanto più è indiretto: le donne “si tolgono da sole” i peli, soffrendo stoicamente, facendo gli straordinari d’estate, senza che le forzi nessuno a parte la pressione sociale ad essere “piacevoli”. Il bello è frutto di ciò che è accettato dalla maggioranza. Anche la scelta più scontata non avviene mai senza una dose di condizionamento esterno.
Negli anni ‘70 le femministe rivendicarono il diritto a lasciare al naturale il proprio corpo, liberandosi dalla schiavitù della depilazione, ma questa libertà durò poco.
Oggi il trend non è tanto “liberare” quanto “stupire”, provocare per farsi notare. Il fotografo londinese Ben Hopper ha realizzato il progetto fotografico Natural Beauty ritraendo donne bellissime che fanno sfoggio di ascelle non depilate, con espressione orgogliosa e un po’ maliziosa. Dopo il no vax, il no wax, tendenza lanciata dalla figlia di Madonna e da Julia Roberts.
La moda non smetterà forse mai di decidere le sorti dei nostri bulbi piliferi. Attualmente, ad esempio, in Corea va molto di moda il trapianto di peli pubici, per infoltire. Non lo sapevo, ma per scrivere questa pagina mi sono informata.

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

 

Illustrazioni di Marika Banci

1--BExhxDopo la laurea in Lettere moderne, Marika si iscrive al corso triennale di Progettazione grafica e comunicazione visiva presso l’ISIA di Urbino. Si diploma nel 2019 con una tesi di ricerca sulle riviste femministe italiane dagli anni ’70 ad oggi e la creazione di una rivista d’arte in ottica di genere dal nome “Biebuk”. Designer e illustratrice, ha dedicato alle tematiche femministe molti dei suoi ultimi progetti.

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