A Roma con Amelia

“Poetessa, traduttrice, etnomusicologa… Signora Rosselli, come è riuscita a coltivare ad alto livello tutte queste passioni?”
Pensandoci bene, davanti a questa tazza di caffè nel centro di Roma, è seduta una delle figure più poliedriche e spigolose della letteratura italiana del Novecento.

In realtà sono quasi nate da sé, in contemporanea… Solo la poesia, o meglio, il coraggio di pubblicare, è arrivato un po’ in ritardo rispetto al resto. Deve considerare che la conoscenza dell’inglese e il conseguente lavoro di traduttrice li devo al periodo in cui ho dovuto vivere negli Stati Uniti e, successivamente, in Inghilterra, per sfuggire alla persecuzione fascista che già mi aveva portato via il mio papà. Sa, abbiamo viaggiato molto in esilio: sono nata a Parigi, ma dopo l’uccisione di mio padre e di mio zio siamo scappati in Svizzera, poi negli Usa, in Inghilterra, per terminare gli studi letterari, e solo alla fine degli anni ’40 sono tornata in Italia.”

“E la passione per la musica e la poesia a quando risale?”
“Alla musica ho iniziato a dedicarmi da ragazzina e le ho sempre viste, musica e poesia, come un qualcosa di assolutamente inscindibile. È dalle ricerche musicali che sono arrivata a lavorare meticolosamente sulla metrica e poi a comporre testi. La mia prima raccolta vera e propria, Variazioni belliche, è uscita nel ’64… Ero già grandicella!”

“Mi spiega meglio questo legame per lei indissolubile tra musica e verso?”
“Guardi, il mio obiettivo quando scrivo è riuscire a comunicare un mio personale ritmo metrico, ovviamente che dia melodia a un contenuto valido. Tuttavia, mi rendo conto che la mia personalissima questione con il metro non sia di grande interesse per il pubblico, che invece apprezza di più il senso delle mie poesie nel momento in cui calco sul contenuto, più che sul ritmo. È così… Ha senso… La poesia arriva se ci si intravede un significato, se tocca il reale, anche se non sempre viene capito.”

“Spesso si parla della poesia come di un antidoto. A cosa?”

“Antidoto alla propria interiorità, non perché risolva traumi, ma perché insegna a riflettere, a porsi domande. Credo sia anche un antidoto al consumismo perché è una delle poche cose che ancora non ne è stata inghiottita.”

“Lo ritiene legato al fatto che sia un fenomeno più di nicchia?”
“Da una parte, ma dall’altra penso che sulla poesia non si possa ingannare: si può imparare a scrivere ma la qualità di scrittura di un poeta deriva da anni e anni di riflessione e fatica, è difficile ridurla a un banale prodotto di consumo, sacrificarla in favore della quantità…”

“Le sue prime poesie sono uscite nel ’63, ma immagino avesse iniziato a scrivere da tempo. Come mai ha deciso di pubblicare?”
“L’ambiente romano ha avuto un ruolo decisivo. Ho frequentato molti scrittori, pittori, ma ancora non avevo intenzione di fare della scrittura la mia professione.”

“E perché ha cambiato idea?”
“Sinceramente? Mi sono fatta due conti: con gli studi in musicologia faticavo a trovare lavoro allora ho pensato di buttarmi, di provarci. Ho raccolto una serie di manoscritti che avevo lì, ammucchiati in giro per casa, le ho mandate a vari editori e Vittorini me ne chiese una ventina per il Menabò. Poi nel ’64 è uscita la raccolta completa Variazioni belliche e da lì non mi sono più fermata.”

Fa un ultimo sorso per mandare giù il fondo zuccherato del caffè, ormai freddo e sbarra gli occhi guardando al di là della strada.
“Mi scusi davvero, penserà che sia una maleducata, ma sta passando il mio tram e qua a Roma passano una volta ogni morte di Papa! Ci vediamo presto, è stato un piacere, ma devo scappare!”

Articolo di Emma de Pasquale

1ZjisCuMEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è attualmente laureanda in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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