A scuola di legalità dalle madri coraggio

Alla fiera “Una marina di libri” svoltasi a giugno 2019 presso l’Orto Botanico di Palermo, un evento di attualità, curato dal quotidiano “la Repubblica”, ha avuto il titolo eticamente più corretto Il coraggio delle presidi. Sono donne. Lavorano nei quartieri difficili. Repubblica incontra le presidi di frontiera.
Il confronto-colloquio-informazione fra le impostazioni messe in progetto per fronteggiare le diverse situazioni dei quartieri disagiati è risultato interessantissimo, perché vivace e libero da infingimenti propagandistici, anzi denso delle difficoltà e delle speranze generosamente riversate nelle proposte educative per la legalità e l’accesso dei/delle giovani nella società.
Un’altra riflessione si fa strada nel contesto scolastico per la legalità, che vede a maggioranza docenti donne, cioè che la scuola è il settore istituzionale dove il lavoro di cura e il rapporto madri-figli viene riproposto attingendo alla norma sociale della trasmissione delle tradizioni, della cultura e dei modelli di comportamento di una società. Spetta quindi alle donne, che ne siano consapevoli e comunque di fatto, praticare la loro essenza di umanità da proteggere, attivare modalità e strumenti per opporsi al disagio e considerare nel femminile anche che la criminalità organizzata uccide i loro uomini, i figli e loro stesse.
Di questi comportamenti, variegati a seconda del contesto storico in cui sono avvenuti, hanno dato prova le madri storiche, da Francesca Serio (madre di Salvatore Carnevale) a Serafina (madre di Salvatore Battaglia), a Felicia Bartolotta Impastato (madre di Peppino)

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Francesca Serio
Francesca Serio
felicia impastato-3
Felicia Bartolotta Impastato

Altre donne, dalla criminalità ferite a morte negli affetti più intimi, hanno rotto col ruolo di depositarie e perpetuatrici della cultura della sudditanza e della vendetta, in cui erano state addestrate. Sono comparse sulla scena le cosiddette “madri-coraggio”, a sostenere con la loro scelta ribelle e legalitaria il processo politico di emancipazione femminile. Molta letteratura attuale ripesca nella storia di vita delle donne il nucleo profondo del senso di ingiustizia personale e politico, unito al ricorso alla legalità che, come a Francesca Serio, fu negato nei tribunali dopo annosi dibattimenti e deviazione di indagini. Per l’oggi il pensiero va al tenace lavoro di mobilitazione e coinvolgimento vissuto da Ilaria Cucchi, che è riuscita in tribunale a mettere il dito nella piaga dell’istituzione militare che le ha ucciso il fratello. Non da meno hanno fatto le altre donne mogli, figlie (e figli) dei civili assassinati nell’esercizio del lavoro, come Pina Maisano moglie di Libero Grassi, combattente in Parlamento, così Rita Borsellino, per non elencare le molte fondazioni dai nomi famosi, sorte a sostegno della legalità.
Come ricorda il prof. Nando dalla Chiesa, l’antimafia non è una commedia recitabile, perché è obbligatorio riconoscere che la mafia è un pezzo di borghesia, cioè di classe dominante, e che l’intreccio legale/illegale è la chiave di volta del sistema di potere mafioso. Si ricorda che il processo di consapevolezza e di rivolta inizia nella tragedia greca con Antigone, prosegue nell’antimafia con la giovane Rita Atria collaboratrice di Borsellino e con tante altre che hanno imposto il loro rifiuto scegliendo la vita alla pratica della bestialità.
Il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca ha pubblicato recentemente, e ancora solo on line, il rapporto sulla Storia dell’educazione alla legalità nella scuola italiana, un testo di 950 pagine, scritto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università di Milano, presieduto dal prof. Nando dalla Chiesa.   Ne è uscito un quadro ricchissimo e palpitante del lavoro svolto nelle scuole italiane dal 1980 (delitto Mattarella e nascita dell’educazione alla legalità con Legge 51/80) a oggi, il quadro di una scuola generosa e responsabile, capace di andare oltre il dovere burocratico. Riprendiamo le parole di Nando dalla Chiesa, che ha stilato l’introduzione e l’appassionato epilogo: «Un grande fiume pedagogico scorre nel cuore della società italiana, fatto di corsi speciali, di assemblee, film, libri, spettacoli teatrali, auto produzioni di filmati e documentari, composizioni musicali, concorsi artistici, in un rincorrersi di invenzioni e di progetti educativi. […] Fare antimafia a scuola era spesso considerata una perdita di tempo e ancor più un frutto di strumentalizzazione politica, così da generare vere e proprie scelte di ostruzionismo informativo.» I risultati della ricerca raggiungono la dimensione di storia civile: «E’ anche una storia di istituzioni e di comuni, di teatri e librerie, di intellettuali e di associazioni a partire da Libera. Storia sociale e culturale, insomma.» E sottolinea il ruolo svolto dai tanti personaggi-testimoni, con i quali la scuola ha stretto un significativo ed efficace rapporto con la società assumendone la presenza educativa a contatto diretto con gli/le studenti: «Questo progetto è stato un atto di giustizia non retorico, verso la scuola italiana. Il gruppo di ricerca ha sentito l’orgoglio di averla potuta rivivere e raccontare».
Adesso i futuri progetti potranno avvantaggiarsi dell’inserimento dell’educazione alla legalità nell’alveo ricchissimo di spunti e di percorsi già sperimentati, senza nulla togliere alla creatività delle situazioni in cui si attuano.

In copertina. Serafina Battaglia

Articolo di Franca Sinagra

Fo0xiUKX.jpegPubblicista (Odg-Sicilia) e scrittrice, vive da molti anni a Capo d’Orlando (Messina), dove si dedica ad attività culturali e al recupero storico del territorio. Formatasi a Trento e Padova con laurea in materie letterarie, ha insegnato nelle scuola statale.

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