Editoriale. “Era già scritto”. La luna, Camilleri, Borsellino

Carissime lettrici e carissimi lettori,

questo editoriale n.19 doveva cominciare in maniera diversa, ricordando la Luna e la sua umana conquista. Invece la notizia della morte di Andrea Camilleri mi ha obbligata, nel segno del rispetto, umano e culturale, a fermarmi per un omaggio, un saluto doveroso da parte di tutte e tutti noi a un uomo che non è stato unicamente uno scrittore (ma anche “solo” questo la direbbe lunga sulla sua umana posizione), ma principalmente una voce importante, direi unica, della cultura, particolarmente quella dell’Italia attuale, con prese di posizione chiare e forti, non a favore di un partito o persino di un’ideologia, ma ad appoggio, a protezione della Giustizia, contro qualsiasi tipo di chiusura mentale, per una laica ecumenica empatia e un novello umanesimo. Camilleri dalla sua recente cecità fisica metaforicamente ha “guardato” meglio il mondo e ci ha lasciato un messaggio e un insegnamento di vita, onesta, vera, da vivere senza compromettere la propria correttezza etica. “A novanta anni – ci disse recentemente – diventare cieco …mi è venuta una curiosità immensa per capire… per intuire che cosa sia l’eternità, che credo ormai così vicina” . Una lezione di amore, un testamento, per la vita, che la scavalca simbolicamente per donarle l’eterno, come è l’opera di un uomo grande.

Permettetemi ancora di unire qui, nell’omaggio a Camilleri, un ricordo e un omaggio altrettanto alto a un altro grande uomo che ha onorato, dopo l’Italia tutta, la terra della Sicilia: il giudice Paolo Borsellino, che della difesa della giustizia ne ha fatto la sua professione di vita e che gli ha procurato la morte a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio del 1992, a tre mesi appena dall’Attentatuni, l’enorme esplosione che aveva ingoiato per l’eternità, appunto, il collega e amico Giovanni Falcone.

Ma ora con la rabbia amara che impone il principio di sopravvivenza che ci detta l’adagio forsennato basato su “la vita continua”, riprendiamo da dove avevamo cominciato…

Mi ricordo, come molte e molti di voi, di quella sera, iniziata davanti al televisore. Tito Stagno, da qui e Ruggero Orlando dagli States, concitati e emozionati, da minuto per minuto. La lunga notte e l’impronta dello scarpone passata alla Storia. La bandiera e la targa. Insomma in una parola: l’allunaggio, il primo di un essere umano, di un “viaggiatore” terrestre sul satellite più “chiacchierato” dell’esperienza umana, dalla storia all’arte, alla letteratura e, naturalmente alla scienza che l’ha studiato e, insieme alla politica, l’ha ambito, chiaramente in modi diversi, seppure spesso incrociati tra loro. Mezzo secolo tondo, che qui festeggiamo analizzando tutti gli aspetti sopra citati, dal fatto in sé (l’allunaggio) alla presenza del nostro luminoso corpo celeste notturno nei vari campi del sapere, partendo dalla letteratura, dall’Orlando ai racconti di Calvino. Una Luna poeticamente raggiungibile appoggiando, nella distanza, una scala, ma in effetti lontana migliaia di chilometri e costosissima: per l’approdo, in quanto a ricerca, attrezzature, veicolo e viaggio compresi, in un mondo nel quale le due superpotenze si mostravano (ma solo al passato?) i muscoli e si combatteva la famosa guerra fredda anche puntando al cielo. La luna, dunque, sostantivo femminile. Eppure tutta quell’esperienza è andata interamente al maschile cominciando dal nome Apollo 11 (che poi, Apollo, tanto per dire, tra i suoi tanti ruoli nell’Olimpo degli dèi è il dio del Sole, di cui tràina il carro!). Alla Nasa hanno, dunque, preferito il fratello gemello ad Artemide, una delle dee che si lega alla luna nelle sue fasi. La luna, nel bene e nel male, nel giusto e nell’ingiusto, è sempre apparsa al femminile e appartenuta alla sfera del femminile. Nel mito, nella poesia, nell’arte, dall’antichità alla storia recente. E poi ci accusano di essere lunatiche, di cambiare con l’arrivo del ciclo, che segue obbediente le fasi del suo cielo. Per l’amore? Non c’è astro più femminile e romantico che ci accompagna…. Noi, le donne, secondo il più collaudato delle stereotipi siamo romantiche e preferiamo gli abbracci al chiaro di luna!!

Tornando di scatto giù, se scendiamo a ritroso dal cielo alla terra, ci troviamo tra le lacrime dei suoi figli e delle sue figlie per ricordare un altro anniversario, della morte di un ragazzo di ventitré anni, un pomeriggio, in una piazza di Genova, già misteriosamente in fiamme. Successe intorno al G8, il 20 luglio 2001 e ancora oggi i fatti di quella morte non sono e non vogliono essere chiari. Il giovanissimo Carlo Giuliani morì in piazza Alimonda con una pallottola nella mascella, il peso di pneumatici sul corpo, e un colpo di una pietra risultata nelle foto “vagante”, bianca (come la luna!) impressa sulla fronte. Una pagina amara della città di De André e di don Gallo che invocò a gran voce, ferma come suo solito, giustizia.

Intanto poco meno di un mese fa, proprio agli inizi di questo mese di luglio, ai vertici dell’Europa sono arrivate due donne, ora confermate. Ursula von der Leyen (60 anni), ministra della difesa tedesca diventerà presidente della Commissione europea per la prima volta nella storia dell’Unione. L’altra donna è la francese Christine Lagarde (63 anni) che attualmente è a capo del Fondo monetario internazionale e che ora sarà a capo della Banca centrale europea e prenderà il posto che è stato di Mario Draghi.

La strada certo per le donne in Europa non è stata facile, seppure in salita, così da passare negli ultimi quaranta anni dal 15,2% al 36% di presenze, come riporta la rivista on-line In-genere. La stessa rivista scrive: “Ė la prima volta nella storia – esordisce -, e se consideriamo la presenza di altre donne in posizione di potere (Angela Merkel e Theresa May in Europa e Kristalina Georgeva alla direzione della Banca Mondiale) vuol dire che il tetto di cristallo sta per incrinarsi. Accade, il più delle volte – prosegue spiegando l’articolo –, quando l’ambiente non è del tutto maschilista (come in Italia), dove le donne hanno avuto la possibilità di accumulare esperienze importanti, dove il lavoro per la parità è stato fatto e, sì, anche dove c’è crisi”. Sì, sembra infatti che sia lì dove c’è anche una situazione di crisi: dei valori europeisti e come conseguenza di un monopolio maschile che ha provocato molti problemi, non risolvendoli. “Se il futuro è pieno di incognite – conclude lo scritto citato – ci piace pensare che almeno il passato di stanchi uomini anziani che conducono in riti abbastanza segreti le faccende della nostra parte del mondo sia ormai da archiviare”. E già questo, aggiungiamo noi, è una grande speranza.

La speranza che deve rafforzarsi iniziando dal progressivo, ma inesorabile abbattimento degli stereotipi parte anche e soprattutto dalla valorizzazione dalla messa in gioco delle donne perché forma la parità di genere. Deve iniziare dalle donne stesse e dalla società che deve lasciare spazio alle voci femminili anche del passato, rivalorizzandole con lo smantellamento dei preconcetti.
Basta uno scooter (e qui rientriamo nel nostro Abbecedario settimanale arrivato alla lettera S) per capire subito che se un “lui” e una ”lei” si apprestano a farne uso insieme, chi guarda, ancora ai nostri giorni, nel suo immaginario con decisione porrà istintivamente lui alla guida e si meraviglierà se succede il contrario! Eppure, lo leggerete (se non lo avete già letto altrove), le donne, dati alla mano, guidano con più pacatezza e provocano il minor numero di incidenti e di più lieve entità. Altro che donna al volante pericolo costante!

Le donne di valore devono essere considerate e fatte conoscere al mondo, come è stato per gli uomini di pari valore. Di questi giorni è la notizia che viene da Zurigo: una laurea honoris causa postuma a Mileva Maric, la moglie di Albert Einstein. Mileva si era iscritta al Politecnico di Zurigo con un sogno: diventare una fisica. All’università conoscerà il futuro premio Nobel e inizierà con lui una relazione sentimentale e avranno una figlia (purtroppo morirà a pochi mesi di vita). Poi Mileva e Albert si sposeranno e, con due figli e malvista dai “paludati cattedratici”, come il marito usava chiamare i docenti dell’ateneo, non riuscirà più a studiare, mentre sembra che all’inizio fosse addirittura più in gamba di Einstein. Questa è la storia di tante donne: “A quei tempi non era facile realizzarsi nella scienza – scrive Gabriella Greison, scienziata e divulgatrice, che ha proposto la laurea postuma a Mileva Maric -, venivano ostacolate in tutte le maniere. Marie Curie doveva finanziarsi il lavoro, quando Pierre faceva i suoi esperimenti sul radio; Lisa Meitner poteva solo siglare i suoi articoli per non mostrare al mondo che era una donna; Rosalinda Franklin doveva entrare dal portone posto sul retro e non da quello principale, per raggiungere il laboratorio”. E di esempi ce ne sarebbero tanti ancora e non solo nella scienza. Qui, a riprova di ciò che si è detto, leggiamo di Giovanna Cecioni, una pittrice, del gruppo dei Macchiaioli fino ad ora “dimenticata e finita nell’ombra del fratello” come scrive l’autrice dell’articolo a lei dedicato. Giovanna oggi finalmente è stata riabilitata e riconosciuta e soprattutto la sua pittura (di cui purtroppo rimane pochissimo) si è distinta, per la critica, da quella del fratello Adriano. Costanza Bruno è un’altra delle donne di cui oggi vi raccontiamo la storia. Le sono state dedicate alcune strade nella toponomastica di Siracusa, di Palermo e di Nicosìa, poi alcune targhe e persino un albero che offre alla sua figura un’aurea di splendida appartenenza alle “giuste” e ai “giuste” che hanno contribuito come lei al beneficio del genere umano, così coraggiosa, come leggerete. Cristina Campo, alias Vittoria Guerini si svela, (seppure fino a un certo punto, come era solita) nella puntata odierna delle interviste impossibili (Incontri).

Ancora oggi, però, la differenza (il gap) tra uomini e donne nel mondo del lavoro è enorme. Il problema viene qui dettagliatamente esaminato, guardando all’epoca della digitalizzazione sociale. Dall’analisi ne esce un mondo lavorativo in cui le donne, già pesantemente penalizzate, cominciando dalla differenza retributiva, rispetto agli uomini in tutti i campi, anche nei lavori cosiddetti intellettuali (compreso per esempio anche quello accademico) nell’era digitale lo sono ancora di più perché “il processo di digitalizzazione – scrive l’autrice – non è neutro di genere”.

L’ingiustizia è l’aspetto della vita che ci tocca e ci offende di più. L’educazione alla legalità, e quindi di conseguenza alla giustizia deve entrare a far parte del percorso dei ragazzi e delle ragazze giovani, iniziando dalla scuola. I giovani e le giovani devono toccare le corde dell’ingiustizia subìta per pensare ai modi di combatterla e per creare una generazione futura, non esito a dire, una classe dirigente migliore. Devono leggere delle “madri coraggio”, che hanno lottato per combattere la mafia che spesso ha ucciso loro figli e figlie e parenti. Devono leggere qui della triste storia di Amadou Diallo, un ragazzo che muore solo perché ha la pelle nera, ucciso dal pregiudizio, crivellato dalla polizia con quaranta proiettili unicamente perché aveva tentato di prendere i documenti in tasca per dimostrare la sua innocenza. Devono leggere anche l’articolo qui scritto sull’assistenza, troppo spesso solo al femminile, alle persone della famiglia che si ammalano e sono ricoverate nei reparti di un ospedale.

Chiudo un po’ dispiaciuta di ricordare solo ora due anniversari importanti, quelli di Ernest Hemingway e di Matilde Serao. Ma come mi suggerisce una divertente osservazione di un’autrice fatta nel numero scorso (su Jane Austen), cosa altro potrei dire ancora su queste due colonne della letteratura? Allora non mi resta che rimandarvi agli articoli qui di seguito, insieme a tutti gli altri scritti, anche quelli che non sono riuscita a ricordare (me ne scuso), ma ugualmente interessanti. E augurarvi, come al solito, ovunque siate, una buona lettura.

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

 

 

 

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