Primo Levi. A cento anni dalla nascita

Ricordare oggi l’uomo e lo scrittore Primo Levi non è facile visto che l’anniversario già da mesi sta sollecitando testimonianze, pubblicazioni, eventi. Di lui si conosce la biografia, si citano i titoli degli scritti, si sa dei suoi studi e della sua formazione. Si evidenzia che era un ebreo laico e socialista, arrestato perché attivo nella Resistenza dopo il trasferimento a Milano; si seguono i suoi percorsi verso il destino: la veloce andata e il lunghissimo ritorno dalla Polonia. E il dopo, per lo più nella amata Torino, fino al 1987. Impossibile quindi riuscire a dire qualcosa di nuovo e di inedito. Il primo evento ufficialmente è avvenuto già a febbraio quando Fabrizio Gifuni ha fatto delle pubbliche letture nell’ex campo di smistamento di Fòssoli; da quel momento le iniziative promosse dalla Fondazione Primo Levi si sono moltiplicate e intensificate. Mentre un altro ottimo attore italiano, Luigi Lo Cascio, porta in tournée uno spettacolo tratto dal Sistema periodico, a New York il 12 giugno una gloriosa istituzione (la New York Public Library – in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura) ha ospitato la maratona di lettura in cui trenta personalità di tutto il mondo si sono alternate – in22 lingue diverse – leggendo integralmente Se questo è un uomo.
A un secolo dalla nascita si possono dire tante cose su Levi: che ci manca la sua lucidità, che la sua produzione è più che mai attuale, che va letto e riletto, ma soprattutto bisogna stabilire una volta per tutte che è stato non solo un testimone, ma un grande scrittore. È infatti riduttivo racchiudere la sua opera entro i confini tragicamente angusti della Buna, di Birkenau, della Shoah (parola che non compare nei suoi scritti) prima di tutto perché sul tema ha sviluppato per lungo tempo nuove riflessioni, senza limitarsi alla “cronaca” degli eventi che lo avevano visto incolpevole protagonista; pensiamo a due vertici della sua attività: Se non ora quando (1982) e I sommersi e i salvati (1986), a quasi quaranta anni dalla prima edizione di Se questo è un uomo (1947). Secondariamente perché ha parlato non solo di morte, ma anche di vita – talvolta con toni persino picareschi – come nell’incredibile epopea narrata in La tregua (1963). E ancora perché ha scritto di tutt’altro, con esiti assai felici; penso al romanzo La chiave a stella (1978) dedicato a un nobile mestiere manuale e intellettuale al tempo stesso (l’operaio montatore che gira il mondo), e ai meravigliosi racconti del Sistema periodico. Un’ombra nel suo non sempre facile rapporto con l’editoria fu rappresentata (e di recente svelata al grande pubblico da un saggio di Carlo Zanda) dalla sfortunata uscita delle Storie naturali per cui la casa editrice Einaudi gli chiese tramite Roberto Cerati di rinunciare al suo nome, per scegliersi uno pseudonimo; idea veramente infelice, a cui Levi dovette sottostare, creando il nome fittizio di Damiano Malabaila.
Proprio nel momento in cui la critica sta facendo la sua parte e celebra quel capolavoro che è senz’altro Se questo è un uomo (non un ebreo, appunto, ma una creatura umana, fra milioni di creature private dell’identità e distrutte prima nel carattere, poi nel corpo), vorrei parlare invece dell’uomo di scienza, del chimico (e proprio questa specializzazione, lo sappiamo, fu essenziale per la sua sopravvivenza, insieme ad una certa pratica della lingua tedesca). Un libro che amo particolarmente, infatti, è la raccolta Il sistema periodico (1975) i cui racconti scaturiscono dalla tavola degli elementi con grande libertà e creatività. Prendiamo il delizioso Titanio; qui lo scrittore, pur utilizzando la terza persona, adotta il punto di vista di una bambina di cinque o sei anni, molto curiosa e dotata di fervida fantasia. Maria è tutta presa dall’osservazione di un uomo al lavoro, per lei grande e forte, che fa cose incredibili, come non far cadere la pipa dalla bocca e fischiettare, e che le dice una parola misteriosa: “titanio”. Dev’essere una sorta di mago se da un piccolo barattolo fa uscire tanto bianco e se ha un nome mai sentito: Felice, che le ricorda quello dell’amichetta Alice. Maria vorrebbe toccare ciò che l’uomo dipinge, ma non può perché viene chiusa in un cerchio tracciato per terra; potrebbe scavalcarlo in un secondo, però non lo fa; non sarebbe leale. Inoltre non ha capito bene quella strana parola: ha frainteso con un brivido di paura. Ha capito “ti taglio”, forse un dito o forse la lingua, chissà. Quell’uomo tuttavia è scherzoso e gentile: terminato il lavoro, la libera dall’incantesimo e cancella il cerchio; ride anche, quando capisce l’equivoco. Maria saltella via felice. Un piccolo gioiello, questo breve racconto, che prova che narratore fosse Levi, ben consapevole e padrone delle tecniche, del lessico, dello stile, della “misura” vorrei aggiungere; è riduttivo quindi limitarsi a considerarlo il massimo testimone italiano dei lager. È l’uno e l’altro, anche se il peso dei ricordi divenne a un certo punto insostenibile, come è accaduto ad altri sopravvissuti, quando ogni giorno l’esistenza è più faticosa e si viene immersi nel buio di mille domande: perché proprio io sono uscito dall’inferno?
L’11 aprile 1987 finì per sua scelta di vivere, in quella casa torinese dove era nato 67 anni prima; i recenti successi, la stima unanime, i premi ricevuti (Campiello, Strega), il riconoscimento della critica internazionale, le traduzioni non furono sufficienti a trattenerlo e a dargli nuovi stimoli creativi. A noi il rimpianto di averlo perso troppo presto.

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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