Dell’essere genitori

Oggi è una di quelle giornate in cui non avrei voglia di far altro che starmene sul divano a leggere e a mangiare ghiaccioli. Invece ieri ho promesso alle mie figlie che le avrei portate in piscina, quindi eccomi qui a preparare salviettoni, cuffie, ciabatte e tutto l’occorrente per un picnic al parco acquatico. Alle 10.30, dopo i vari rituali di crema solare, raccolta capelli con elastici e scelta dei costumi da bagno, siamo all’ingresso. Il cielo è piuttosto ambiguo, per la verità, velato di grigio e poco invitante, quindi in vasca ci siamo praticamente solo noi. Meno male, perché l’ultima cosa di cui avrei voglia è una bolgia accaldata e urlante in cerca di refrigerio nelle piscine dei piccoli. Le bimbe sguazzano felici tra scivoli e spruzzi, fino all’ora di pranzo. Seguono spuntino (leggero per digerire in fretta), compiti per mia figlia grande, disegni e bolle di sapone per la piccola. Quando rientriamo in piscina, mi accomodo all’ombra sulla panchina della bagnina, una giovane ragazza molto in gamba, che si inventa innumerevoli giochi per bambine e bambini presenti (il cui numero ora è salito a ben cinque unità). Niente a che vedere col collega che l’ha preceduta, rimasto sotto l’ombrellone a guardare il cellulare per tutto il tempo della nostra permanenza in acqua. “Non c’è niente da fare: le donne hanno una marcia in più” penso. E poi mi pento subito di averlo pensato, perché assisto a una scena a dir poco agghiacciante.

Protagonista una mamma, più o meno della mia età. La signora Adolfa – nome evidentemente di fantasia – entra in vasca col proprio pargolo, un vispo bambinetto attorno ai cinque anni che indossa un paio di mutandine di Spiderman, perfettamente coordinate alle ciabatte. Una scena in apparenza idilliaca, se non fosse che il super eroe in questione, appena entrato in vasca, decide per chissà quale misteriosa ragione che è giunto il momento di dare il peggio di sé: strilla, sbatte i piedi sul fondo, rimane impalato con l’acqua alle ginocchia a gridare e ad agitarsi per alcuni minuti. Chissà, forse, semplicemente, oggi non aveva voglia di venirci, in piscina.

La mamma, senza mostrare grandi slanci di fantasia, fa esattamente ciò che negli anni ho visto fare a me stessa e ad almeno un centinaio di amiche e amici in circostanze simili: parte con la ultra collaudata minaccia dell’adessosenonlasmettiandiamoacasa. Il bambino non si scompone e continua il ballo del tarantolato, abilmente accompagnato da sinfonie di acuti di un certo virtuosismo. A questo punto, la signora Adolfa afferra il figlio per le braccia, lo trascina fuori dalla vasca e gli rifila uno scapaccione sul sedere, proprio sul faccione stampato dell’Uomo Ragno che, essendo già rosso fuoco, incassa il colpo come se nulla fosse. Fin qui, ho poco da dire. Io non sono di quelle che pensano che gli scapaccioni sul sedere siano una violenza inaccettabile: per me, in alcune circostanze e coi dovuti limiti, anche un piccolo segnale d’allarme simbolico che passa attraverso il corpo, può contribuire a far giungere alla coscienza alcuni messaggi. In ogni caso, comunque la pensiate a riguardo, la coppia mamma e figlio esce dalla zona vasche e si avvia verso il prato. Ed è qui che avviene l’impensabile. I due sono a pochi metri dalla panchina dove giace inerte la sottoscritta, quindi riesco a sentire perfettamente ogni singola parola. La signora Adolfa fa sedere il pargolo singhiozzante sul salviettone, gli si avvicina in modo da avere la faccia a cinque centimetri da quella del figlio e, fissandolo dritto in faccia, gli dice: «Che cazzo di persona di merda stai diventando? Sei un piccolo scemo, cretino, mongoloide, deficiente, ignorante, stupido e merdoso bambino e io mi vergogno di averti per figlio».

La mia prima reazione, del tutto egoistica, è di lanciare uno sguardo disperato alle mie figlie, le quali, fortunatamente, sono troppo lontane per aver sentito o visto la scena. In effetti stanno giocando con la bagnina a recuperare i cerchi di gomma che lei lancia nell’acqua e nessun’altra cosa sembra attrarre la loro attenzione, al momento. Una volta assicuratami di non dover affrontare con loro la spiegazione di una cosa che a me pare assurda e quindi, di fatto, inspiegabile, mi giro a guardare l’Uomo Ragno. Non c’è più nemmeno l’ombra del super eroe nei suoi occhi pieni di lacrime. Il piccolo sta ancora piangendo, ma ora lo fa in silenzio, tremando. È ridotto allo stato di una larva, rannicchiato su sé stesso, con le gocce di pianto che gli cadono sulle ginocchia e i singulti soffocati che gli tolgono il respiro. È l’immagine di un bambino annientato. Non esiste più. Io sono allibita. Vorrei dire qualcosa a questa donna, qualcosa tipo «Signora, scusi, ma lei lo sa che non è obbligatorio fare i genitori? È consapevole di ciò che ha detto a suo figlio, o per caso è sotto l’effetto di qualche sostanza psicoattiva? Lo sa che c’è una differenza tra la persona e le sue azioni e lei ha aggredito suo figlio, non i suoi capricci? Ha una vaga idea del fatto che la parola mongoloide è da razzisti e ignoranti e non ha niente a che vedere con l’essere spregevoli? Sa quali conseguenze può avere sulla mente del suo bambino sentire lei, la sua mamma, la persona che lo ha messo al mondo, paragonarlo allo sterco, alla feccia, al peggio che esiste? Che cosa ha fatto suo figlio per essere travolto da una ondata di cattiveria così devastante da parte sua? Crede che i capricci i bambini degli altri genitori non li facciano mai? Non le viene il dubbio che forse le reazioni emotivamente scomposte di suo figlio possano avere origine proprio dal modo in cui lei lo aggredisce? Signora, scusi, ma secondo lei una umiliazione come quella che lei ha rifilato al suo pargolo oggi è in qualche modo riparabile? Perché io credo proprio di no…». Una voce vicina mi fa improvvisamente trasalire. «Certa gente non dovrebbe avere nulla a che fare coi bambini» mi sussurra  la bagnina, che nel frattempo è tornata a sedersi sulla panchina. «Stavo pensando esattamente la stessa cosa» le rispondo, mentre entrambe osserviamo impotenti la signora Adolfa e l’ombra di quello che prima era suo figlio allontanarsi. Che cosa ha insegnato questa donna al suo piccolo, oggi? A non fare i capricci? A comportarsi bene? No, io non credo. Oggi l’Uomo Ragno ha capito che non può permettersi di commettere errori, perché se lo fa, perde in uno schiocco di dita l’amore di sua madre. Ha imparato che al mondo, se non sei all’altezza delle situazioni, se non sei come gli altri si aspettano, allora smetti semplicemente di essere, non vali più nulla. Ha imparato che l’amore si deve guadagnare, che essere imperfetti vuol dire doversi vergognare. Crescere bene, a queste condizioni, è un’impresa quasi disperata.

Chissà, forse anche la madre ha avuto modelli genitoriali del tutto disfunzionali, il che ci permetterebbe almeno di capire i suoi gesti, anche se non di giustificarli. Il fatto è che curare da grandi i mostri interiori che una dinamica del genere può generare rappresenta una sfida che non a tutti riesce di vincere. Galimberti, tra gli altri, spiega bene come fino alla metà degli anni Sessanta circa, la depressione fosse organizzata attorno al senso di colpa (a sua volta figlio di una società estremamente normativa); oggi, la stessa patologia, insorge sul senso di inadeguatezza. Siamo la società delle performance, del “tu devi essere così a tutti i costi, devi salire sempre più in alto”. Poco importa se questo “così”, questa corsa a superare gli altri, magari, non coincide affatto con la nostra autorealizzazione e quindi ci condanna all’infelicità e al malessere esistenziale.

Anni fa, durante una conferenza, ascoltai la testimonianza toccante di un ragazzo che, dopo anni di cure, era riuscito a guarire da una grave forma di anoressia, che lo aveva portato ad un passo dalla morte. Mi colpì molto, allora, non soltanto il fatto che sul palco ci fosse un uomo (questa forma di patologia nervosa colpiva, fino a venti anni fa, circa un uomo ogni dieci donne; oggi i dati non sono precisi, ma raccontano un progressivo aumento dei fenomeni maschili di disturbi alimentari), quanto l’origine del malessere, di cui il ragazzo era perfettamente consapevole. Da bambino, durante un viaggio in treno molto lungo, aveva chiesto alla mamma di poter andare in bagno, ricevendo da lei un rifiuto senza appello, perché la toilette si trovava in un altro vagone e lei non aveva nessuna voglia di alzarsi. Poiché all’arrivo mancavano ancora alcune ore, il piccolo aveva finito col farsi tutto addosso e, quando la madre lo aveva scoperto, la sua reazione non era stata molto diversa da quella della signora Adolfa: aveva sfilato le mutande al figlio e gliele aveva messe in testa, dicendogli che lei si vergognava di lui e che, se non era neppure capace di tenere i suoi bisogni, allora non era molto diverso da quel mucchietto marrone e maleodorante che lei gli aveva spalmato sui capelli. Da questo episodio traumatico, era nato nel bambino il terrore e il disgusto per il cibo, che, come si sa, poi si trasforma in materiale organico da espellere. “Se non mangio, allora non avrò più bisogno di andare in bagno” aveva pensato il piccolo, firmando, senza colpa, una condanna a una vita di sofferenza, sfociata poi in vera e propria malattia nervosa.

La signora Adolfa, evidentemente, non era presente alla conferenza di questo ragazzo. Perché se ci fosse stata e se queste cose le avesse sentite, forse, per amore del figlio, prenderebbe in considerazione ora, per sé, un serio percorso psicologico o filosofico con uno specialista. Sempre che, a modo suo, lo ami davvero il suo Uomo Ragno. Nessun genitore è senza difetti. Ma ogni mamma e papà può tentare di avvicinarsi a quel “quasi ” di cui ci parla Bettelheim nel suo libro più celebre Un genitore quasi perfetto.

Forse, almeno il fatto di provarci, a figli e figlie, lo dobbiamo.

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

Un commento

  1. Poi I piccoli iniziano a frequentare la scuola e ce li ritroviamo in classe, con tutte le problematiche che dobbiamo intuire e si diventa matti per cercare di aiutarli….

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