Editoriale. La locomotiva

Carissime lettrici e carissimi lettori,

ancora di scena, come primi attori, il bene e il male. Si intervallano anche questa volta sia nel susseguirsi degli articoli di questo n. 21 della rivista che nelle cronache attuali. Ricordi di un passato pauroso, quanto vergognoso per il nostro Paese, di insabbiamenti, di condanne poi risolte in assoluzioni che però non possono parlare del perdono. Dal tempo andato ritornano i flashback per commemorare i morti ammazzati di stragi. Dopo Bologna (quella del 2 agosto 1980) ritorna alla mente, arretrando di sei anni, praticamente esatti, quella che si menziona come la strage dell’Italicus che, nella notte, tra il 2 e il 3 agosto del 1974, costò la vita a 12 persone e fece 48 feriti, con il beneficio di un indimenticabile anticipo di tempo: una manciata di minuti che abbasserà il numero dei morti. Sembra, a vederla da oggi, un’assurda sequela di coincidenze tra i due orrendi episodi: il territorio, che è quello di Bologna (e della val di Sambro), la ferrovia, la stazione e un macchinista di treno eroe sulla sua motrice. Qui, ancora in un gioco del destino, la mente si sposta e, inconsciamente o meno, associamo quel Silver Silotti, il ferroviere, reale, insignito della medaglia d’oro, morto cercando di salvare persone di quel treno, con quell’anonimo ferroviere protagonista dell’altra Locomotiva, quella cantata da Francesco Guccini e rimasta in noi, come segno memorabile, per tutta la nostra adolescenza e oltre: “Non so che viso avesse, neppure come si chiamava/con che voce parlasse, con quale voce poi cantava/Quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli/ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli”.

Questo il passato. La cronaca di oggi ci porta a un ragazzino statunitense, dell’America dei tempi di Trump, che uccide un carabiniere (sembra disarmato) con undici fendenti di coltello. La politica, con tutta la sua ragionata retorica che ha scelto di seguire in questi tempi, acclama il carabiniere eroe, gli dedica funerali di Stato trasmessi in diretta televisiva. La cronaca del resto dei media gli va appresso. Noi crediamo all’immenso valore di Mario Cercello Rega e ci addolora la sua morte crudele, insensata. Ci commoviamo come umani e sentiamo pena e dispiacere per la famiglia tutta. Ma le parole hanno un loro significato e non si possono usare a vanvera, lo diceva bene Alice nel suo libro delle Meraviglie, perché si finisce per fare della vittima una doppia vittima, adoperando il vero valore della sua vita spezzata per fini di bassa propaganda. Scrive in proposito Graziella Priulla: “Definire ‘eroe’ un carabiniere ucciso mentre fa il suo lavoro, o un pescatore che rispetta la legge del mare significa – sia pure in buona fede – subire il contagio di questo delirio immondo che stravolge ogni senso. ‘Normali’, sono ambedue ‘normali’, sia perché obbediscono alla norma, sia perché fanno ciò che la maggior parte degli esseri umani identifica come buono e giusto. ‘Anomali’ sono i parlamentari criminogeni, gli urlatori in felpa o in grisaglia, gli spargitori d’odio, i costruttori di ‘fake news, le tastiere o i selfie osceni di chi sparge veleno speculando sulle debolezze umane. ‘Anomalo’ è un paese che non si ribella anzi plaude”. E queste parole, sinceramente, ci trovano completamente d’accordo.

La vita ci mette a confronto subito con la cronaca dell’oggi. Che significa, ci chiediamo, se per caso una video editor mentre lavora a un documentario su Lisbona per la televisione pubblica si trova a ricevere una telefonata che ordina di “cancellare per intero” tutta la parte dedicata a Paula Rego, una donna, artista valente malvista dal governo di Salazar, che ha lottato nella sua patria per la liberalizzazione dell’aborto? La nostra mente ci riconduce indietro nel tempo e ci conferma di vivere oggi quel mala tempora currunt di antica memoria e il rimando al triste seguito dell’ormai famosa espressione: sed peiora parantur… D’istinto vorremmo avvertire tutte e tutti, che i tempi brutti ne premettono altri peggiori, ma intimamente temiamo (lo scriveva la professoressa Priulla) il pericolo del non ascolto alla nostra laica supplica. Preferibile agire, e subito, da sole e in rete, come si può: risposta immediata!

Oscene, nel significato teatrale terribile del fuori scena sono le stragi, le morti di ieri e di oggi e dell’uso improprio che spesso si fa delle vittime, come abbiamo visto, che così , ripetiamolo, si rendono vittime due volte. Qui le stragi, e in particolare quella dell’Italicus, che si aggiunge alle precedenti e alle successive del nostro periodo di piombo, sono viste attraverso gli occhi di un ventunenne di allora che, insieme al suo amico e compagno di una vacanza estiva in Norvegia, deve raccontare e spiegare ai coetanei di là cosa fosse successo in Italia, il perché di quella violenza, avvenuta mentre erano lontani da casa, desiderosi solo di natura, di amicizie spensierate.

Ancora delle stragi, o meglio, dei genocidi passati (che somigliano ancora tanto a quelli in corso su questa terra) ce ne parla l’articolo sul Memoriale di Auschwitz rifiutato dalla Polonia che non voleva ricordare così, evidentemente, i suoi morti e tutti gli uomini, le donne e i bambini e le bambine (scandendoli così per genere e per età sento come far loro ancora un po’ di giustizia) che lì hanno trovato la fine dei giorni o, se si sono salvati, lì hanno impresso a fuoco tutta l’amarezza di un cuore devastato. Il Memoriale, preso, ristrutturato e ricostruito a Firenze grazie all’impegno e alla volontà del comune e della regione Toscana oggi è aperto al pubblico. Una laica via Crucis a forma di spirale del genocidio, forse il più grande, del secolo scorso: di 23 tappe/stazioni con sottofondo la musica di Luigi Nono.

Ma c’è anche il bene, quello che deve essere quantitativamente superiore al male, ma non elementare, banale, ma qualitativamente confrontato al primo e su questo ben fiumi di parole hanno scritto filosofi e non solo.

Le donne, le loro storie e i loro sguardi ci aiutano in questo numero a scoprirne un poco. Iniziamo con i fiori, raccontati in questa puntata delle Interviste impossibili attraverso i decoupage fatti da Mary Deluny, donna curiosa e innamorata della botanica e dei fiori dai quali trarrà la sua arte. C’è la vita di Luisa Gonzaga, la regina amatissima, una vita nata due volte, che da apparente sottomessa diventa donna al comando, “una regina che non ha bisogno del re”. C’è, lo troverete qui, l’amore, quello che fa impazzire, che condiziona con forza la vita. Lo conosceva il poeta Ludovico Ariosto che, come l’Orlando della famosa opera rischia la pazzia per amore della sua Angelica: “Dirò d’Orlando in un medesmo tratto/cosa non detta in prosa mai né in rima/che per amor venne in furore e matto/d’uomo che sì saggio era stimato”. Il parallelismo, leggendo la vita del poeta, ci viene spontaneo.

Il nostro interessante Abbecedario, che ci ha seguiti fin dalla nascita di questa rivista, sta volgendo a termine e ci presenta questa settimana la lettera U come Uomo. Ci spiega l’autrice: “È difficile introdurre una vera e propria rivoluzione nel senso comune ma è importante che i giovani comincino a pensare la propria differenza come una porzione di parzialità, e dunque la contingenza, per avere un atteggiamento di apertura, ossia di relazione”. La relazione necessaria in ogni rapporto, che la sottende. E troverete qui la storia di una mamma, di un atteggiamento fortemente errato nel rapporto con il suo piccolo ometto, un errore di relazione che può costare cara alla serenità della vita futura del figlio.

Questa bella lezione di pedagogia si intervalla a ben altre vite, piene di impegno, tutto al femminile. Vite piene, belle, intense, delle donne imprenditrici del vino, qui in una puntata tutta dedicata all’Umbria e alle aziende enologiche del territorio. Imprese, quelle citate nell’articolo, che contano sul coraggio e sull’intelligenza di donne le quali hanno fatto della produzione del vino la loro missione di vita, non sempre ereditata dalla famiglia. Tutte donne queste “capitane” che portano, con i loro vitigni di uve eccelse, il nome dell’Italia nel mondo.

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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