U come uomini

Un sacco di gente sente ‘genere’ e immediatamente pensa che significhi ‘donne’: paradossale, visto che i generi sono due. Questo rende evidente che la base del privilegio maschile consiste tuttora nel non aver bisogno di pensare in termini di genere: si chiama ‘visione androcentrica’ del mondo, e solo la sua lunga fortuna l’ha fatta apparire ‘naturale’. Si estrinseca nella famiglia, nella politica, nel lavoro, nelle norme, nei costumi, nel linguaggio. È potere. Il piano simbolico e quello materiale sono complementari e si intersecano, nelle micro e nelle macrostrutture.

Per molti secoli quest’ordine sociale e culturale è apparso come l’unico possibile: la costruzione di un’alternativa non rientrava nella sfera del pensabile perché il dominio costruiva una lettura della realtà che escludeva la possibilità di concepire altre realtà. 

Oggi sappiamo invece che l’ordine tradizionale può essere sfidato, con immensi benefici per tutti e per tutte. È difficile introdurre una vera e propria rivoluzione nel senso comune, ma è importante che i giovani comincino a pensare la propria differenza come una posizione di parzialità e non di universalità: nessuno dei due sessi può parlare per l’altro, nessun soggetto può ergersi a modello universale per gli altri. È necessario apprezzare la parzialità, e dunque la contingenza, per avere un atteggiamento di apertura, ossia di relazione. 

Il femminismo è un insieme di riflessioni e di pratiche, diventate movimento sociale, che offre una lente per rileggere la storia e la vita partendo dal presupposto che l’umanità è composta da uomini e donne, e che la differenza non può e non deve trasformarsi in disuguaglianza. Il maschilismo invece è un atteggiamento, consapevole o no, che prevede solo posizioni gerarchiche: è  sinonimo di discriminazione di genere, di ridicolizzazione di genere, di svalutazione di genere. Ha le sue radici nella storia millenaria del patriarcato, un sistema trasversale e pervasivo che sopravvive nel mondo attuale, condiviso dal presidente Trump e dal più misero degli immigrati. Chi vede i due termini come speculari cade in un equivoco culturale.

Il femminismo chiede agli uomini di accettare un mondo in cui non ottengono ossequi speciali semplicemente perché sono nati maschi.

Si tratta di conflitti non tra uomini e donne, ma tra ordini simbolici, modi di pensare, modi in cui organizziamo l’esperienza. Si tratta di liberarsi tutti insieme, non di accusarsi l’un l’altra; di resistere a una violenza sistematica per dissolverla, non per ridistribuirla.

La riflessione scientifica sull’identità di genere non giunge affatto a sostenere che tale identità venga scelta giorno per giorno o che cambi a capriccio in differenti periodi della vita, dimostrandosi incerta, transitoria o confusionaria.  Rende evidente, invece, la complessità di un processo di costruzione e definizione di sé che sfugge a false descrizioni semplicistiche.

Quando l’identità di genere è ben integrata l’essere umano può trovare possibilità supplementari di sviluppo e di felicità: per esempio un uomo può mostrarsi dolce e sensibile senza complessi e una donna può utilizzare in modo positivo le sue risorse di forza e di sicurezza.

Molta gente piccola in luoghi piccoli, facendo piccole cose può cambiare il mondo.

La grande tensione fra tradizione e modernità sta ridisegnando i confini delle identità di genere.

La vita delle donne presenta grandi cambiamenti: crescita dell’istruzione, aumento dell’occupazione, controllo della fecondità, autonomia economica, autodeterminazione.

La vita degli uomini è coinvolta da processi di risignificazione, ma i contorni appaiono sfumati e poco chiari sono gli effetti che stanno producendo. 

L’autocoscienza, l’analisi, la riflessione profonda sul proprio sé ha riguardato quasi esclusivamente le donne. I maschi, tranne rari casi, non sono stati minimamente sfiorati dall’idea di rivedere la propria posizione identitaria e di mettersi in discussione.

Le resistenze e le crisi sono forti, com’era ovvio aspettarsi: chi gode di privilegi non vuol perderli, mentre paura e frustrazione incattiviscono.

Se mettere in questione il patriarcato costituisce per le donne un orizzonte di emancipazione, di libertà, di guadagno, per i ragazzi ciò evoca inevitabilmente un orizzonte di perdita. Bisogna allora smettere di pensare il guadagno e la perdita come vasi comunicanti – il genere come un gioco a somma zero – ma evocare il piano della creatività maschile, descrivere la libertà femminile come occasione di libertà anche per il maschile, imparare a rinunciare ai privilegi del controllo e del potere per riapprendere il maschile, valorizzandone nuove dimensioni in un’ottica autoeducativa.

D. Demetrio, L’interiorità maschile. Le solitudini degli uomini

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

 

Illustrazione di Marika Banci

1--BExhxDopo la laurea in Lettere moderne, Marika si iscrive al corso triennale di Progettazione grafica e comunicazione visiva presso l’ISIA di Urbino. Si diploma nel 2019 con una tesi di ricerca sulle riviste femministe italiane dagli anni ’70 ad oggi e la creazione di una rivista d’arte in ottica di genere dal nome “Biebuk”. Designer e illustratrice, ha dedicato alle tematiche femministe molti dei suoi ultimi progetti.

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