Editoriale. Ferie imperiali

Carissime lettrici e carissimi lettori,

……era una morte annunciata, anzi progettata da tempo, chissà quanto. Dall’inizio della democrazia ad oggi ora più di ogni altra conclusione nominalmente simile, la domanda su cosa accadrà ci lascia sospesi e sospese come il funambolo sul filo del futuro che verrà. Noi ci attrezziamo, abbiamo il dovere di farlo, a che venga alla luce la migliore soluzione possibile. E intanto, come è stato detto in altre situazioni e in altri continenti, domani mattina il sole continuerà a sorgere. In una Roma sopraffatta dall’afa le Camere, chiuse, riapriranno i battenti sbigottendo tutti e tutte del già saputo.

E riprendiamo da dove eravamo partite rimanendo e collegandoci alla città antica, imperiale. Eccoci, infatti, temporalmente, alle Feriae Augusti, al riposo di Augusto, l’imperatore che la istituì come festività nel 18 a.C. e che con i Consualia, (dedicate al dio Conso, protettore della terra e della fertilità) segnavano la fine dei lavori agricoli e l’inizio del meritato riposo dopo le fatiche legate al raccolto. In effetti cadevano il 1° di agosto, un’autocelebrazione politica che il primo dei romani aveva dedicato a sé stesso nominandosi tutto il mese che ancora oggi porta il suo nome. È stata la Chiesa a posticipare la festa di quindici giorni in modo da farla coincidere con quella mariana dell’Assunta in cielo. Tanto di quelle consuetudini di allora riguardo al Ferragosto sono arrivate fino a noi. Una tra tutte la tradizione dei Palî, il più importante fra tutti quello di Siena, che si corrono spesso in questo periodo dell’anno, come allora quando, durante le Feriae augustales si adornavano di corone di fiori e si facevano correre buoi, cavalli, asini, muli. Così come è rimasta l’abitudine di scambiarsi gli auguri ed è continuata, nelle campagne, la pratica dei contadini e delle contadine di andare a salutare e augurare ogni bene al proprietario e alla proprietaria della terra ricevendo in cambio una mancia e portando in dono prodotti dal raccolto. Mi ricorda, poi, mia madre ormai centenaria, l’usanza nel napoletano, degli sposi promessi di recarsi a casa della fidanzata portando in omaggio alla futura moglie un’anguria, simbolo dell’interrogativo del matrimonio (solo aprendolo/vivendolo se ne saprebbe l’autentica positività) e comunque frutto della terra appena raccolto. Sempre riguardo alle campagne questo giorno e periodo dell’anno è in uso per la compravendita di nuove terre. Comunque, per continuare il percorso storico, è stata in epoca fascista che a ferragosto è entrata l’abitudine delle gite fuoriporta, con una istituzionalizzazione fatta attraverso l’Opera nazionale del dopolavoro. In un’Italia povera e con un alto tasso di analfabetismo molti e molte italiane videro così per la prima volta il mare e le città d’arte importanti!

Le scorse settimane abbiamo ricordato stragi rese ancora più orribili per la non risoluzione del loro perché, dovuto ai morti e ai familiari. E per l’assenza di colpevoli certi. Purtroppo in questo agosto, legato nel senso comune al relax e al divertimento, ci troviamo a ricordare altri atti di violenza del passato, azioni compiute dalla pazzia malvagia di uomini contro altri simili (abbiamo ricordato a fine luglio Primo Levi), delitti contro la vita e contro la libertà. Questa volta i ricordi sono legati alla guerra, ma ciò non ne sminuisce la portata tragica . Leggerete della strage di Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, dove morirono un numero incredibile di persone di tutte le età, civili inermi dei quali chi ha ordinato e ha eseguito l’eccidio non conosceva né i nomi e né i volti, il massimo dell’ingiustizia, una regola per le guerre.

Ad agosto ricordiamo però anche un altro triste anniversario di un atto bellico enorme: la prima bomba atomica sganciata su due città giapponesi, Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945). Little boy, su Hiroschima e Fat Man su Nagasaki, provocarono direttamente dalle 100.000 alle 200.000 vittime. Ben più alto è il numero delle persone colpite, come dire, a lungo termine, che morirono più in là nel tempo o che subirono danni fisici causati dalle bombe.

Ma altri anniversari andiamo a festeggiare, quelli che hanno formato la nostra adolescenza o dei quali comunque abbiamo sentito parlare per la valenza importante che hanno avuto nel mondo così come è oggi. Quello più importante è senza dubbio il cinquantesimo anniversario di Woodstock, un concerto che doveva durare due giorni, ma ce ne fu un terzo per recuperare quello del 17 agosto in cui scese giù un fiume di acqua. Fu un successo andato contro ogni aspettativa. Un trionfo di pubblico, perché nessuno si aspettava una così enorme affluenza, un successo mediatico, per le reazioni, spesso anche molto discordanti sulla stampa e sulla televisione e soprattutto di costume, come emblema di quel 1968 che aveva visto i giovani scendere in piazza a dire la loro sui costumi e sul modo di vedere la vita. Attraverso il racconto delle grandi presenze e delle altrettanto grandi assenze registrate in quei giorni, ancora una volta sarà lo stesso ragazzo di allora a riportarci in quel grande parco dove tanti e tante di noi, così come lo stesso autore dell’articolo, ci sarebbero voluti essere ma per tutta una serie di diversi motivi non ci furono, provando oggi come una sorta di vuoto.

Divertiamoci allora, con in mano una rivista femminile americana, generosa non solo di pagine e di argomenti di buona cultura, ma anche per il suo progetto, attuato, di essere offerta gratuitamente a chiunque on-line. Divertiamoci, anche se con un pizzico di rabbia (ma a produrla, ci congratuliamo, è la nostra intelligenza) con l’analisi attenta, quanto disincantata, di certi programmi televisivi per ragazzini e ragazzine. Rivediamo insieme, in famiglia, in questo tempo di ferie, sempre con piacere la pellicola di Bambi che ci ha commosso e da cui oggi possiamo, come ci suggerisce l’articolo, trarre spunti di riflessione interessanti.

Vi piacerà leggere di un altro anniversario, di uno degli oggetti cult della nostra epoca contemporanea, del primo personal computer, presentato al mondo dall’Ibm il 12 agosto del 1981. Tante candeline sulle quali soffiare anche per un altro splendido film della Disney Il mago di Oz che festeggeremo (ne ha ottanta suonati, ma portati benissimo) qui insieme all’uomo di latta, alla vispa ragazzina con le magiche scarpette rosse e ritorneremo insieme con loro “a Kansas” con rinnovati propositi in questo viaggio delle meraviglie di celluloide.

Vi ricordate da piccole (lo facevano di più le ragazze) quando leggevamo le targhe delle macchine e ci vedevamo nascosti messaggi? Qui leggerete la storia di questo oggetto che si è trasformato nel tempo pur non lunghissimo della sua esistenza.

Una bella analisi condotta con una serie di test a ragazze e ragazzi di diverse scuole superiori ci porterà a scoprire il rapporto delle giovani e dei giovani con il sesso e il modo di nominarlo quando entrano in contatto con le persone che frequentano giornalmente: dai genitori, ai compagni di scuola, ai professori.

Il nostro Abbecedario ci porta, camminando verso le sue ultime puntate, a un altro importantissimo termine che riguarda il corpo e la sessualità, ma che sconfina, pesantemente, e purtroppo a volte tragicamente, nel costume . Siamo alla lettera V come Verginità . “La sposa doveva essere illibata, deflorata non valeva niente”, un concetto che era validissimo in tante parti d’Italia fino a qualche tempo, entrato in tanti film del neorealismo, nelle telenovelas, oggi intesa nel senso contrario del volersene sbarazzare il prima possibile da parte di ragazzine che insieme ai loro giovani fidanzatini provano la loro “prima volta” sotto i quattordici anni, ma che risultano avere una completa disinformazione riguardo a qualsiasi nozione di uso sicuro della propria sessualità.

Due grandi poetesse miscelano in me l’interesse estetico a quello degli affetti e del cuore e perciò mi sono particolarmente care. Ambedue conosciute quasi per caso, non studiate a scuola, ma arrivate dritte all’anima. La prima, Emily Dickinson, letta grazie a un regalo di compleanno. Un libro che mi ha subito rapita e coinvolta, un dono in più di un’amica, di quelle che conosci da una vita, che ti porti dal liceo, che sa tanto di te e te di lei, con la quale hai discusso e tentato lo strappo mille volte, per poi ritornare a ricucire insieme ricordi e affetti, a sentirti per tanti versi sulla stessa lunghezza d’onda, con gli stessi gusti, come in questo caso. Lei, Emily Dikinson, protagonista di questa puntata delle interviste impossibili, è una poetessa, delicata e decisa, donna particolare che scelse di vivere la sua vita praticamente autorecludendosi nella sua casa di Amherst, in Massachusett : “Annoda i Lacci alla mia Vita Signore / poi sarò pronta Solo un’occhiata ai Cavalli/ In fretta! Potrà bastare”.

L’altra è Antonia Pozzi. Questa colta e raffinata ragazza piena di vita, seppure finirà suicida, mi ha letteralmente rapita mentre un giorno, presa dal da fare quotidiano, con un orecchio mi è capitato di ascoltare alcuni dei suoi versi. È stato come un colpo di fulmine, un intenso amore a prima vista. L’ho iniziata ad amare tanto da essere capace di “intuire” come suoi i versi trovati accidentalmente scritti sui muri di una stazione del metrò. Ho comprato e regalato libri alle amiche che ho percepito colte dalla stessa passione per i testi raffinati di Antonia, ho visto le sue foto della montagna di cui era appassionatissima frequentatrice, su cui si centra il bell’articolo qui pubblicato, ho ripercorso la sua breve vita attraverso le immagini del film su di lei. Le sue parole coinvolgono, strapazzano, impongono prove. “Gioia di cantare come te, torrente;/gioia di ridere/sentendo nella bocca i denti/bianchi come il tuo greto;/gioia d’essere nata/soltanto in un mattino di sole/tra le viole/di un pascolo;/d’aver scordato la notte/ed il morso dei ghiacci”.

Nulla da questi versi di metaforico amore verso la montagna sembra presagire una fine purtroppo già dentro il cuore di questa grande creatura.

Ma a noi è dovere andare avanti e gustare le ore del relax che il periodo ci impone. Buona lettura e buon Ferragosto a tutte e a tutti, nonostante tutto, nonostante siamo orfane e orfani di un governo. Punto a capo.

E che il punto a capo non ci sia da ostacolo.

Alla prossima!

 

Di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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