Ante Zemljar, il poeta partigiano

Era una finestrella, sbarrata da una tavola di legno
l’unica presa d’aria della cella.

La cella è a Zagabria, sottoterra, una tana di talpa, una trincea di guerra quando guerra non c’è, un budello di sottosuolo nel quale non potrebbe stare neanche un morto. Eppure, per un anno e mezzo, il buco è stato abitato da un individuo, vivo nonostante lo avessero già messo nella tomba, grembo non materno, odiato e odioso. C’è un uomo, nella cella. Questo uomo è tante cose e, tra le tante cose, è anche un poeta. È, soprattutto, un poeta. I versi sono per lui un’allucinazione per evadere dalla realtà, atroce, della prigionia. Sono il viaggio che dall’inferno porta alla risalita della speranza, all’ascesa – forse – di una ritrovata libertà. Sono boccata di aria nell’asfissia della reclusione. Sono Virgilio in un dantesco camminare fino alla luce, dal dentro di una cella al fuori della fuga e – ancora – dal dentro dell’intimo fino al fuori di un viaggio comune e di un sentire universale.

Le poesie di quest’uomo sono figlie del fronte, della guerriglia, della lotta partigiana. E sono figlie anche del buio dell’isolamento. Come Ungaretti, le appunta su foglietti sparsi. Forse – però – egli non ha avuto con sé un buon tascapane, né ha trovato un Ettore Serra cui inviarle. Molti dei suoi componimenti sono fumati dai compagni, usati come cartine per arrotolare il tabacco. Altri, affidati in un fagotto, vengono smarriti, forse caduti in un dirupo, o bruciati o distrutti dal nemico. Altri ancora, inviati a una stamperia partigiana, vengono giudicati troppo surrealisti per essere pubblicati. Quei pochi che si salvano dal vizio dei commilitoni trovano luce solo quarant’anni dopo. Poi, arriva la prigionia. Lì scrivere è morire. Però, se sei poeta, nella parola trovi la corazza: la vita che spremi è più forte della morte che potrebbe arrivare. Ed egli lo fa, in segreto, fuori dalla cella sotterranea, in un’altra prigione, forse, se possibile, anche peggiore della prima, su pezzi di carta strappati da sacchi di cemento e nascosti sotto dei sassi, partigiani di versi accampati sulle malghe, pronti alla resistenza. Al momento della scarcerazione, li recupera tutti, la brigata nuovamente al completo. 

Il prigioniero Ante si mette scalzo
e ci si bagna i piedi.

L’uomo nella cella si chiama Ante Zemljar. Egli nasce nel 1922 a Pago, nell’Adriatico del nord, in un’isola periferia del mondo, da una famiglia poverissima, di pescatori e contadini, agricoltori cocciuti e disperati di una terra arida, secca e crudele. Il padre operaio e la madre merlettaia decidono di provare a dare, a questo loro figlio, un qualche futuro mandandolo in un seminario cattolico. Ma Ante Zemljar è uomo contro: non accetta le regole del seminario e non accetta le regole del mondo, storto, che egli vede chiaramente come tale. Della prima ora è poeta. Della prima ora è combattente. E rifugge in entrambi gli ambiti la forma precostituita. Sperimenta una poesia visiva, versi grafici che parlano di un pensiero umanistico molto personale, contraddizioni che egli ricerca nel surrealismo, nel futurismo italiano, nell’ermetismo, una libertà di metrica che osserva nei tanka giapponesi e nell’opera di Li Tai-po. Sulla sua isola, inizia a indignarsi per gli ebrei internati dai nazi-fascisti in un campo di concentramento per i quali, non potendo fare nulla, decide di porre, il giorno dei morti, una corona funebre sulla croce centrale del cimitero. Da questo momento, per la polizia della guarnigione italiana è un ricercato, un nemico. Ante Zemljar si dà alla macchia, va sulla terraferma, si impegna nel movimento dei giovani comunisti.

Ante Zemljar comandante di molti partigiani, 
congedato col merito della vittoria in guerra.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, che lo stesso Ante Zemljar definisce come guazzabuglio d’insensatezza, egli combatte nelle file partigiane contro gli ustascia di Ante Pavelič e contro i fascisti italiani che avevano occupato la Dalmazia. Per quattro anni conduce la vita del guerrigliero, un andare continuo, ad attaccare, nascondersi, liberare. Una persecuzione costante che si sente negli arti e nella testa a ogni momento. Ma un andare che non vuole fermarsi, che non può: perché con quel fucile in spalla si diventa staffetta di ideali che non posso essere arrestati. E non si ferma nemmeno Ante Zemljar. Spesso, fa quella che è conosciuta come la corsa sull’isola, fuggendo da un capo all’altro, da solo, per fare finta di essere una brigata. Nello zaino, sempre i fogli con le sue poesie. Altrettanto spesso, però, è costretto a rallentare, a modificare il proprio ruolo: polmoni cavernosi per i quali, più volte, viene destinato a compiti di attività clandestine. Ma la tubercolosi non lo blocca così come non lo bloccano gli arresti: conosce le carceri italiane, tedesche, croate. E con le carceri, conosce anche l’evasione. Torna nei boschi, con i suoi compagni. Sempre. In qualità di ufficiale partigiano, è a capo di diverse azioni: comanda un reparto di soldati italiani, dirige la divisione delle barche di legno che, di notte, compiono operazioni contro le navi degli invasori. Va. Attraversa quasi tutto il territorio che abbraccia il mare Adriatico, da Zagabria a Fiume, dal Quarnero alla costa dalmata, da Lissa a Bari, fino a Taranto, dove viene ricoverato e dal cui ospedale fugge, perché lui – come la rivoluzione, come la guerra partigiana – non può conoscere frenate. Nel tempo libero, scrive. Finisce il conflitto. Ante Zemljar è ormai un ufficiale decorato. Però, prima di tutto, Ante Zemljar è sempre un poeta: lascia l’esercito, preferisce la libertà del verso a una vita sull’attenti.

…adesso chiuso dagli stessi compagni: nemico della patria.

Nel 1945, a guerra finita, si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia a Zagabria; d’estate segue gruppi di studenti volontari nella ricostruzione del Paese; fa parte della redazione della rivista Izvor. Ante Zemljar non è più un soldato, un guerrigliero.  Scrive versi, realizza mosaici, studia: Ante Zemljar è un intellettuale. Evidentemente, però, le idee non possono essere smesse come il fucile, le tracolle, il basco. E se combatti per la democrazia e per la libertà di ciascun individuo, non lasci mai fino in fondo la boscaglia, la brigata, i fazzoletti intorno al collo.

Così, quando il governo di Tito mostra il proprio volto oppressivo, egli inizia a porre domande, a contestare, a essere uomo contro anche con coloro che erano stati al suo fianco nella lotta. Certo, lo fa a bassa voce, ma tanto basta per essere accusato di appoggiare la Risoluzione del Kominform, nella quale l’Urss critica aspramente il partito comunista jugoslavo. Un pretesto che Tito userà per giustificare la carcerazione e l’esilio di numerosi oppositori politici, dando all’Udba – la polizia segreta jugoslava – il compito di individuare e colpire i non-allineati al regime, incriminandoli come “nemici del popolo”, anche solo per aver detto una parola di troppo, il cosiddetto “delitto verbale”. Ante Zemljar è tra questi. Chi lo va a prendere, chi lo interroga, chi lo tiene prigioniero sono gli stessi compagni con i quali ha affrontato la lotta partigiana. Con loro ha camminato fianco a fianco nella resistenza; con loro, adesso, cammina fianco a fianco perché circondato e trattenuto. Con loro ha tagliato il filo spinato dell’oppressione; da loro è condotto oltre il filo spinato della prigionia. Con loro ha condiviso lacci di scarpe, acciarini, pietre focaie, calze e scarpe; da loro è spogliato di tutto, gli oggetti di comunione stilati in un sinistro elenco di sequestro. Quando i suoi compagni, interrogandolo, gli chiedono le generalità, Ante Zemljar risponde fornendo il nome della loro madre e del loro padre, a evidenziare un passato di fratellanza, adottati dalla resistenza.

Ancora un po’ di mesi, poi glielo daranno,
il sole, tutto in una volta, sulla schiena
peggio dei colpi di bastonatura sopra l’Isola Nuda a spaccar pietre.

Dopo il buco di Zagabria, arriva Goli Otok, nella Dalmazia settentrionale, in mezzo al Mar Adriatico. Un’isola spellata dalla bora, nuda di vegetazione e vestita di sassi. Un’isola bellissima e terribile, sede di una delle prigioni più atroci del Novecento, la pietraia penale dove, dal 1949 al 1956, il regime di Tito rinchiude dissidenti politici e avversari. Qui, da quando c’è la rottura tra la Jugoslavia e il Cremlino, vengono deportate oltre sedicimila persone e quattrocentoquarantasei perdono la vita. Goli Otok – che in slavo significa isola nuda, che gli italiani di Istria conoscono come isola calva – è galera, isolamento, ma anche sole cocente e lavori forzati, torture, abbrutimento fisico, psicologico e spirituale.

Goli Otok è l’inferno, con tanto di bolge e gironi e guardiani. Si scende, a Goli Otok. Si scende per trovare il cerchio peggiore, il più atroce, quello nel quale si muore di più: il Radilište 101, il Buco, il Monastero, una fossa di otto metri per venticinque con al centro, in fondo, una baracca illuminata a giorno ininterrottamente da fari. Qui, sono rinchiusi i prigionieri speciali, i Banditi e i Kuferasci, gli indomabili e i reduci dall’Urss, controllati a vista dalle Malebranche poste lungo tutto il perimetro della buca, a vigilare – forse – che laggiù si muoia davvero. Perché scappare da Goli Otok è impossibile. A scappare dall’R-101 non ci si prova nemmeno. A Goli Otok, Ante Zemljar rimarrà quattro anni e mezzo. E qui, sotto un sole che pare anch’esso carceriere, egli passa le giornate a frantumare blocchi di roccia per poi gettarli in mare, quasi a dover pavimentare l’abisso. Ma il mare non si riempie, mai, e Ante Zemljar continua, come Sisifo, la sua incessante pena d’inferno. Unico sollievo, anche qui, le poesie, cibo per lui nell’inedia della privazione. Di esse non parlerà per moltissimo tempo, ferite ancora infette di tutto il male che ha dovuto sopportare. Le pubblicherà solo nel 1985 con il titolo Braccato sull’isola n. 2

E braccato lo è davvero, anche una volta tornato a casa, come una preda ferita che perde sangue nella fuga. Per anni ha sul collo il fiato del controllo costante, vivendo in patria – nella sua patria, quella dalle cui spalle egli ha scrollato il nemico invasore, come un esule, con la casa devastata, il magazzino di mosaici distrutto, la poesia – prigioniera anch’essa –condannata senza processo all’oblio della dimenticanza. Ma Ante Zemljar non si ferma, come fosse ancora a capo della sua brigata, fedele ai suoi ideali di gioventù così come lo è stato ai suoi compagni. Si è sempre opposto, con le armi della letteratura, a ogni tipo di regime e di oppressione. Scrive versi, sceneggiature, monografie, radiodrammi, romanzi e racconti. Partecipa a simposi sulla pace, a conferenze in ogni parte del mondo. In esse, parla di libertà, di politica, di ciò che gli è accaduto. Ma, soprattutto, egli parla e fa poesia. Nella potenza corrosiva del verso, Ante Zemljar cerca il dubbio della conoscenza, rifuggendo le verità edonistiche e preconfezionate. E anche quando ci ha lasciati, in una notte di agosto di ormai quindici anni fa, nell’apparente sconfitta della battaglia finale, egli è rimasto, come monumento di roccia, a ricordarci l’importanza di essere dalla parte giusta della lotta, pietra alla quale la follia dell’uomo ha imposto di sbriciolare pietre, di abbandonarle in mare, non sapendo, i suoi nemici, che stavano di fatto dandogli il ruolo che la storia gli ha poi conferito: quello di vincitore sulle miserie umane che egli, con il piccone della poesia, ha frantumato e gettato nell’abisso facendole sparire.

Per Ante Zemljar

Era una finestrella, sbarrata da una tavola di legno
l’unica presa d’aria della cella.
L’uomo si abitua all’ombra,
a mezzogiorno, in piedi sulla branda
s’allunga alla fessura della luce,
meno di un rigo, un verso breve
passa sulle palpebre degli occhi.

C’è un nodo nel legno che lui tocca
con l’unghia e con il tempo,
con la punta dell’unghia e del tempo,
all’uomo serve un gioco nella cella.

Un giorno il nodo cede
pregato dall’unghia amica del tempo
che ricresce ogni giorno,
il nodo cede.
Si toglie come un tappo di bottiglia
e nel suo collo passa uno zampillo di luce liscia e dritta
s’allarga a terra, allaga il pavimento.
Il prigioniero Ante si mette scalzo
e ci si bagna i piedi. È un anno
che non esce di cella, niente cortile, aria,
un anno che la porta è uguale al muro,
che la porta non porta da nessuna parte
un anno, strizza gli occhi,
il sole dentro il buco è un’arancia rotonda nella mano
i piedi si strofinano fra loro
sono due bambini, la prima volta al mare
i piedi di Ante Zemljar comandante di molti partigiani,
congedato col merito della vittoria in guerra,
adesso chiuso dagli stessi compagni: nemico della patria.
Nemico lui che l’ha agguantata al collo
l’ha scrollata di eserciti invasori
fiume per fiume, da Neretva a Drina,
coi calci della fame senza nemmeno portar via una cipolla
a un contadino perché così è la guerra partigiana.
Nemico lui: l’hanno tolto da casa
da Sonia di due anni che sa gridare già:
“Lasciate il mio papà, lasciatelo è mio padre”.
Adesso sì, voi siete suoi nemici.

Ante sa le percosse, sa che un pugno da destra
lascia sangue sul muro di sinistra e viceversa
e un pugno dritto in faccia lascia sangue a terra,
ma c’è la novità qui le botte riescono a lasciare
il sangue sul soffitto.
C’è sempre da imparare circa le vie del sangue
e dei colpi ingegnosi dei gendarmi.

Ante conserva il nodo, lo rimette nel legno
la guardia non saprà,
il sole non è spia,
s’infila svelto e poi non lascia impronte,
pure se perquisisce la guardia non può dire:
qui c’è stato il sole, sento il suo odore.
Il sole non è un topo,
pure se ne finisce molto in una cella
nessuno si accorge che fuori manca un raggio,
che la sua conduttura ha un buco
e perde luce da un nodo di legno.

Ancora un po’ di mesi, poi glielo daranno,
il sole, tutto in una volta, sulla schiena
peggio dei colpi di bastonatura
sopra l’Isola Nuda a spaccar pietre.
Il prigioniero Ante ha conservato il nodo,
qualche volta lontano dalla guardia
lo punta contro il sole e si procura un’ombra
sopra l’Isola Nuda a spaccar pietre bianche
e poi gettarle a mare, all’Adriatico,
perché la pena è pura, senza valore pratico,
e il mare non si riempirà.

(Erri De Luca)

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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