Rapsodia emigrante

Tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni gli emigrati dal Sud, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi ultimi il 50,4% sono giovani, il 16% laureati. (dati SVIMEZ). Come può, un Paese, non accorgersi del disastro che sta accadendo nella metà del suo territorio?

Queste cifre restituiscono un quadro impietoso dell’Italia, un fenomeno che, per chi con i freddi numeri si perde o fa fatica a farsi un’idea, è chiaramente visibile ad occhio nudo.

Basterebbe, infatti, anche solo per un giorno, uscire dagli schermi, dal vomito di informazioni che ci rovesciano addosso, da tutto l’odio che, ogni minuto, alimenta rancorosi dibattiti e l’ego di qualche esaltato. Basterebbe osservare le piazze, le case, le campagne, parlare con qualsiasi persona del meridione italiano per sentire storie di amici e amiche lontane, di cugini a Milano, nipoti a Bologna. Basterebbe contare il numero di vani sfitti, attività chiuse, terre incolte, per accorgerci che si tratta di una terra in coma profondo.

 

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Puglia abbandonata

Da pugliese, credo che proprio d’estate, quando le nostre coste si riempiono di vita e colori, quando il mondo parla delle nostre bellezze e della nostra ospitalità, ci sarebbe bisogno di gridare con forza che qui c’è una vera e propria emorragia, che c’è bisogno di Politica, di narrazioni più profonde e meno stereotipate. Non possiamo più permetterci di ridere del folklore di quelli che rimangono e si arrangiano, vivendo “alla giornata”, o del “pacco da giù” di chi è partito. Non è più divertente. Non possiamo più nasconderci dietro l’orgoglio fiero, quello che sfoggiamo quando siamo altrove, della bellezza straordinaria della nostra Terra, perché non ci appartiene quasi più: #weareinpuglia, sì, ma per quanto? Bello l’hashtag per la gente che viene a fare le vacanze nelle perle turistiche della nostra Regione, arricchendo pochi fortunati (sempre più spesso non del posto) e lasciando ben poco sul territorio, escludendo la miseria, spesso a nero, elemosinata a ragazze e ragazzi che lavorano, con turni massacranti, per farci godere le ferie e probabilmente per finanziare la loro fuga. Stiamo valorizzando una terra che, domani, diventerà una meta ambita anche da noi, quando, da dove saremo o dal rifugio della casa paterna, progetteremo le vacanze estive, leggendo sui social dei più benestanti l’hashtag, oggi tanto da noi gettonato, #nonciveniteinPuglia. Sempre che quel turismo duri per sempre, marketing territoriale a parte. Caparezza, in un vecchio successo, lo spiegava bene: “Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia, dove la notte è buia, buia, buia, tanto che chiudi le palpebre non le riapri più”, ma la “leggerezza” della nostra indole è una casa in cui spesso ci ripariamo per non farci schiacciare dai problemi e dagli scempi che, quotidianamente, attentano a quella ricchezza. Così anche quella denuncia musicale è diventata una hit da ballare in spiaggia, da cantare al karaoke, con buona pace del profondo contenuto del testo, sempre attualissimo. Nel Rapporto Ecomafia 2019 di Legambiente, infatti, la Puglia si riconferma terza regione per numero di reati ambientali, con un focus preoccupante sulle agro-mafie, altro settore che dovrebbe essere trainante per la nostra economia.

La storia della terra dei fuochi, delle tonnellate di rifiuti di tutti i tipi (provenienti da tutta Italia e non solo) tombate nel meridione d’Italia dovrebbe farci riflettere sulla considerazione che si ha di quella bellezza. Se ciò non bastasse, si potrebbe osservare l’infinito numero di pale eoliche che hanno devastato selvaggiamente (in assenza di un piano nazionale) interi paesaggi, in nome di una rivoluzione energetica sostenibile che, guarda caso, ha chiesto il sacrificio solo del sud, con, di fatto, nessun beneficio per i cittadini. Su Ilva, Tap e tanti altri “progetti” è inutile anche soffermarsi, il tradimento delle promesse fatte in campagna elettorale è più che eloquente, così come sulla carenza atavica di servizi. Mentre ci si perde a discutere della TAV, non ci si rende conto che viaggiare in queste zone è un’impresa, che il Paese è spaccato a metà. Bisognerebbe capire come collegare Torino a Lioni.

Se a tutto ciò aggiungiamo mafie e corruzione, presenze trasversali in ogni problematica non solo da queste parti, il quadro è completo.

Chiunque, arrivato a questo punto, si indignerebbe con le proprie istituzioni, capirebbe quali sono le priorità dell’agenda politica. Anche chi vive nella parte “fortunata” del Paese dovrebbe aver compreso che ciò che sta accadendo è un problema di tutti, che non è più la solita “questione meridionale”: il turismo, l’agricoltura e tutte le risorse che si potrebbero attivare in questa terra si tradurrebbero, per metterla sul piano veniale, oggi tanto di moda, in “crescita del PIL” con le conseguenti ricadute positive e moltiplicate su tutta l’economia che si metterebbero in moto.
Per chi qui è nato significherebbe speranza e felicità, la possibilità finalmente di scegliere, senza ansie, dove voler vivere, riducendo quel senso di precarietà esistenziale che ostacola la creazione di un progetto di vita a lungo termine, che possa includere anche l’idea di creare una famiglia.

La migrazione indotta credo sia una violenza subdola, dolorosa, che solo chi abita questi luoghi può capire. E chi l’ha provata non può non riconoscerla nelle storie di chi arriva. Nel 2017 il saldo migratorio interno al meridione italiano è in negativo di 70 mila unità (Svimez), ossia, tenendo conto degli arrivi di cittadini stranieri, ogni anno perdiamo una popolazione pari a due volte quella di Aosta. Se le cose andassero come dovrebbero andare, avremmo bisogno di importare gente per coprire il fabbisogno di manodopera.

Eppure, rientrando nei nostri rifugi, davanti a quegli schermi che illuminano i nostri occhi per la maggior parte della giornata, torneremo a leggere di invasioni, di stranieri che ci rubano il lavoro e che mettono a repentaglio la tenuta del nostro Paese, che il problema è chi arriva.

Quella parte politica che ci ha insultati, offesi e bistrattati, è riuscita a conquistare il nostro consenso, trasformandoci esattamente in ciò che lei era prima, per noi: il nord di un altro sud da tenere lontano. Ma, se non ci sveglieremo, tutti, da nord a sud, ci accorgeremo presto che ci sarà sempre un altro nord ed un altro ancora, verso cui preparare una nuova migrazione. E neanche tra troppo tempo.

Articolo di Sasy Spinelli

OWVBrE9G.jpegNato a Foggia, sul finire degli anni ’80, ha sempre avuto una passione per le seconde opportunità: per il riciclo creativo di oggetti, per il trapianto di piante e fiori, per l’inclusione di persone ai margini dei contesti sociali.  Laureato in Economia delle Istituzioni e dei Mercati Finanziari, con una tesi sul microcredito, intreccia percorsi di ricerca per l’innovazione sociale, perseguiti anche all’interno dell’associazione Libera, con il suo interesse per la scrittura e la lettura in prosa e in versi.

2 commenti

  1. Da foggiana e pugliese emigrata a Milano condivido pienamente. L’articolo calza a pennello soprattutto per la disastrata realtà del foggiano, che ogni anno peggiora sempre di più, affossando e dequalificando le eccellenze che il nostro territorio possiede, come per esempio il Gargano, gestito malissimo e più caro delle isole greche. Grazie per questa bella, profonda, cruda ma realistica analisi

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