Sacco e Vanzetti. Morte premeditata di due anarchici

«Se non fosse stato per queste cose, avrei potuto vivere la mia vita parlando agli angoli delle strade con uomini spregevoli. Potrei essere morto, anonimo, sconosciuto, un fallimento. Ora non siamo un fallimento. Questa è la nostra storia e il nostro trionfo. Mai in tutta la nostra vita avremmo potuto sperare di fare un simile lavoro per la tolleranza, per la giustizia, per la comprensione dell’uomo da parte dell’uomo come facciamo ora per caso. Le nostre parole, le nostre vite, i nostri dolori, niente! La presa delle nostre vite – vite di un buon calzolaio e di un povero pescivendolo – tutto! L’ultimo momento ci appartiene: quell’agonia è il nostro trionfo». Queste parole di Bartolomeo Vanzetti furono raccolte nel maggio del 1927 da Philip D. Stong, giornalista della North American Newspaper Alliance, nel carcere di Charlestown, a Boston, dove Bartolomeo attendeva l’esecuzione della sentenza di morte, comminata per omicidio, con il suo amico Nicola Sacco. La sentenza fu eseguita mediante scarica elettrica tre mesi dopo, nei primi minuti di martedì 23 agosto di quell’anno.

Nicola e Bartolomeo erano emigrati negli Stati Uniti giungendo rispettivamente a Boston il 12 aprile 1909 e a New York il 19 giugno 1908. Il primo aveva diciotto anni, il secondo venti. Il primo veniva da Torremaggiore, in provincia di Foggia; il secondo da Villafalletto, in provincia di Cuneo. Avevano imparato ovviamente un inglese rudimentale, che migliorarono lavorando e partecipando all’attività sindacale. Sacco aveva trovato lavoro come operaio in una fabbrica di calzature a Milford, nel Massachussetts, mentre Vanzetti aveva girato in lungo e in largo e fatto molti mestieri, l’ultimo dei quali era il pescivendolo. Si conobbero nel 1916 ed entrarono a far parte di un collettivo anarchico. Il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti entrarono nella Grande Guerra e tutto il collettivo, rifiutando qualunque forma di violenza, si rifugiò in Messico per evitare la chiamata alle armi. La fuga non sfuggì al Ministero della Giustizia statunitense, che incluse tutto il gruppo in una lista nera. Alla fine del conflitto Nick e Bart, come ormai li chiamavano i compagni, tornarono in Massachussetts ignorando di essere sotto il controllo del governo.

Il 3 maggio 1920 un amico di Nick, il tipografo Andrea Salsedo, anch’egli rifugiato in Messico e rientrato dopo la guerra a New York, fu trovato sfracellato ai piedi del Park Row Building, l’edificio che ospitava il Federal Bureau of Investigation. Dopo essere stato arrestato con l’accusa di aver pubblicato opuscoli considerati sovversivi, Salsedo era stato interrogato con metodi brutali, trattenuto sei giorni senza avere la possibilità di parlare con un avvocato e infine precipitato misteriosamente dal quattordicesimo piano. Secondo la polizia si era suicidato.

Nick organizzò subito un comizio di protesta, che non fece mai perché, due giorni dopo la morte di Salsedo, fu arrestato insieme a Bart con l’accusa di possesso di armi e di alcuni appunti per la tipografia con il testo di un annuncio del comizio. Poi l’accusa si estese anche a una rapina, avvenuta qualche settimana prima a South Braintree, un sobborgo di Boston, durante la quale erano stati uccisi Frederick Albert Parmenter, cassiere del calzaturificio Slater & Morrill, e la guardia giurata Alessandro Berardelli.

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Il Park Row Building a New York, l’edificio da cui precipitò Andrea Salsedo

Effettivamente a Nick e a Bart erano state trovate due pistole, oltre a volantini in italiano per gli operai. Interrogati, si giustificarono nel loro inglese rudimentale sostenendo che portavano le armi per difesa perché sapevano di essere in pericolo in quanto anarchici, pacifisti e immigrati. Il possesso di armi sembrava cozzare contro il loro rifiuto della violenza, ma la situazione era davvero incandescente. Il padronato, terrorizzato dalla recente Rivoluzione sovietica e dal “pericolo rosso”, ricorreva abitualmente a elementi della criminalità per reprimere le agitazioni sindacali e chi scioperava e manifestava in strada rischiava la vita. Inoltre il ritorno dei reduci aveva creato un clima di odio verso chi si era dissociato dall’intervento statunitense nella Prima guerra mondiale ed era fuggito all’estero. La conseguenza di questi fatti aveva portato a una vera caccia alle streghe. La condizione delle lavoratrici e dei lavoratori era spaventosa: basti citare l’incendio della Triangle Shortwaist Company del 25 marzo 1911 in cui morirono 146 persone, 123 donne e 23 uomini, quasi tutte immigrate dall’Italia, dalla Germania e dall’Europa dell’Est, intrappolate sotto chiave quattordici ore al giorno per una paga irrisoria. Contro tale situazione il movimento operaio si era rafforzato e radicalizzato dando vita all’Industrial Workers of the World, un sindacato dalla forte presenza anarchica contro il quale il padronato, sostenuto dalla politica del presidente statunitense Woodrow Wilson, prese a utilizzare metodi squadristi. Il sindacato aveva puntato sull’unione di tutti i lavoratori e le lavoratrici, e nei suoi volantini i testi erano tradotti in varie lingue.
Ma le armi, comunque, Nick e Bart ce le avevano, e la polizia poteva ritenersi soddisfatta.

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Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco durante il processo

Michael Stewart, capo della polizia del distretto da cui dipendeva South Braintree, raccolse testimonianze secondo le quali i rapinatori avrebbero avuto i tipici connotati italiani: scuri, tarchiati e baffuti. Le indagini dunque si orientarono senz’altro verso l’ambiente anarchico italiano. Il 7 giugno 1921 iniziò il dibattimento e il giudice Webster Thayer si dimostrò subito ostile, al punto di non far parlare molti testimoni a discarico che avrebbero confermato l’alibi di Nick e Bart. Il loro avvocato difensore, impacciato e confuso, in aula fece una figuraccia ma, quattro anni dopo, divenne sorprendentemente socio dello studio legale di Frederick Katzmann, l’accusatore. L’inglese di Nick e Bart era approssimativo e le loro parole, al di là del lessico, non piacquero alla giuria, composta da uomini della media borghesia.
Il giudice Thayer, prima che la giuria emettesse la sentenza, fu udito dire a un suo amico avvocato: «Quei due bastardi sono sistemati per le feste!» e alla stessa giuria, prima che si ritirasse per discutere e decidere, tenne un discorso che si concluse con le parole: «Signori, siate giusti e forti. Che l’unico scopo al quale mirate sia quello della vostra Nazione, di Dio e della Giustizia». Come commenta Pino Cacucci nel capitolo dedicato alla storia di Sacco e Vanzetti del suo libro Ribelli!, «Non a caso, ha messo la nazione al primo posto, e la verità all’ultimo». Come era chiaro fin dall’inizio, i due furono condannati a morte.

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Ben Shahn, Sacco e Vanzetti, serigrafia con le parole di Bartolomeo Vanzetti, 1959

Nei mesi successivi la storia fu seguita in tutto il mondo e le ambasciate statunitensi ricevettero montagne di lettere e telegrammi di protesta. Numerosi intellettuali si mobilitarono a favore dei due. Perfino Benito Mussolini rivolse proteste e richieste di grazia; la cosa potrebbe sembrare contraddittoria, dato l’accanimento con cui il fascismo perseguitava socialisti e anarchici, ma Sacco e Vanzetti erano comunque compatrioti e dunque, secondo il pensiero nazionalsovranista che ancora oggi perdura, “prima gli italiani”.
Negli anni seguenti nuove testimonianze e confessioni rivelarono con chiarezza che Nick e Bart erano innocenti. Un carcerato portoghese già condannato per omicidio, compagno di prigionia di Sacco, gli confidò di aver partecipato alla rapina di South Braintree e si dichiarò disposto a confessare, ma le sei mozioni di riapertura del processo, valutate sempre dal giudice Webster Thayer e nonostante la difesa di William G. Thompson, uno degli avvocati più eminenti di Boston, furono tutte rigettate. Il 9 aprile 1927, dopo il pronunciamento della Corte Suprema del Massachussets, Thayer emise la condanna definitiva.

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Manifestazione contro la condanna di Sacco e Vanzetti

Quelle parole disperatamente militanti di Bartolomeo Vanzetti, «questa agonia è il nostro trionfo», furono riprodotte dal grande artista statunitense Ben Shahn in una serigrafia nel 1959, ispirata a una sua precedente tempera del 1931, che ritrae Nick e Bart in manette. Nel 1971 uscì il bel film di Giuliano Montaldo Sacco e Vanzetti, interpretato da Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla. La colonna sonora di Ennio Morricone, The Ballad of Nicola and Bart, era cantata da Joan Baez che ne aveva scritto anche le parole, parafrasando proprio la frase di Vanzetti: «That agony is your triumph». La colonna sonora ricevette il Nastro d’argento a Taormina nel 1972 insieme a Cucciolla e Rosanna Fratello, che interpretava Rosa Sacco; l’anno precedente Cucciolla era stato premiato a Cannes come miglior attore. Il film riportò all’attenzione mondiale la tragedia dei due anarchici e la loro esecuzione sulla sedia elettrica fu finalmente conosciuta da tutti come un assassinio. Cinquant’anni esatti dopo la loro morte, il 23 agosto 1977, il governatore del Massachussetts Michael Dukakis emanò un proclama che ammetteva l’atroce errore e dichiarò: «ogni stigma e ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti»; ma non si trattò di un reale riconoscimento legale di innocenza quanto di un riconoscimento morale: secondo uno studio del 1992 pubblicato a Boston, nei cento anni precedenti nessun condannato a morte negli Stati Uniti è mai stato riabilitato.

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Riccardo Cucciolla (Nicola Sacco) e Gian Maria Volonté (Bartolomeo Vanzetti) nel film di Giuliano Montaldo

Il film ebbe un grande successo e risvegliò memorie sopite. In Italia si conosceva la storia di Nick e Bart e di Andrea Salsedo perché Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997, aveva usato il suo nome in Morte accidentale di un anarchico per raccontare la storia di Giuseppe Pinelli, il ferroviere “accidentalmente” precipitato da una finestra della questura di Milano il 15 dicembre 1969, a tre giorni dalla strage fascista alla Banca dell’Agricoltura di Milano e dopo essere stato trattenuto illegalmente ben oltre le 48 ore del fermo di polizia. Il nome di Salsedo fu scelto per evitare la censura perché la commedia, come tutte le altre, era costata a Fo decine di processi. Il caso Pinelli fu liquidato nel 1975 e la caduta dal quarto piano della questura fu spiegata come un suicidio dovuto a “malore attivo”. La tesi del suicidio però è rimasta sospetta e da molte parti si continua a ritenere che si sia trattato di un assassinio eseguito col vecchio metodo sperimentato con Andrea Salsedo. E quando, nei cinema, si sentiva pronunciare il nome di Salsedo, molti non potevano trattenere un’esclamazione: «Pinelli!». Il ferroviere anarchico, partigiano, esperantista, sindacalista libertario, precipitato dalla finestra della questura di Milano, nel 1963 aveva fondato un circolo anarchico che aveva preso il nome di Sacco e Vanzetti.

Quando uscì il film le parole di Bartolomeo Vanzetti commossero le platee e The Ballad of Nicola and Bart divenne presto famosa. La si ascoltava e cantava ovunque, perché aveva il tono semplice e sincero di ballata popolare e, nella tragedia, conservava uno spirito eroico di riscatto dal male e di marcia verso un futuro radioso, come il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. L’agonia trasfigurata in trionfo sembrava illuminare un mondo di persone escluse, sfruttate, violentate, che non si rassegnavano e affidavano alla lotta le loro speranze. Le ultime lettere di Sacco e Vanzetti confermavano questa volontà di trasformare la morte ingiusta in un bene per l’umanità, rendendo i due innocenti ammazzati simili a vittime sacrificali. Per il movimento anarchico e per chiunque abbia lottato e lotti contro il fascismo – qualunque nome e forma assuma – lo sfruttamento di tale immagine salvifica ha costituito un equivalente laico di una crocifissione e resurrezione.

Ma oggi, a distanza di quasi un secolo, dopo orrori e stermini, la salvezza nata dal sacrificio è un’idea che mostra la corda. Per fare solo un paio di cifre, lo scorso anno, nella sola Italia, l’Inail ha accertato 704 morti sul lavoro; 2.133 sono state le persone migranti annegate nel Mediterraneo. E si potrebbe continuare a lungo. Queste morti non hanno nulla di eroico né di messianico, e devono finire.

Sacco e Vanzetti erano lavoratori immigrati e, come tali, ritenuti cenciosi, ignoranti, sporchi, pigri, viziosi, colpevoli senza se e senza ma di qualunque nefandezza; liquidarli ha significato per l’establishment liberarsi di un fastidio e conquistare consenso presso un’opinione pubblica addestrata a pensare di venire sempre per prima.

In copertina: Ben Shahn, Sacco e Vanzetti, tempera su cartone, 1931

Testi citati:
Pino Cacucci, Ribelli!, Milano, Feltrinelli, 2001
Michael L. Radelet, Hugo Adam Bedau, Constance Putnam, In Spite of Innocence, Boston, Northeastern University Press, 1992

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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